Remy de Gourmont: La creazione subconscia

Gli uomini dotati si distinguono per la loro unicità. L'ispirazione e il subconscio guidano la creazione artistica e intellettuale.

subconscie apparizione nel tempo - effe

(effe) – “La coscienza, che è il principio della libertà, non è il principio dell’arte” scrive a inizio secolo Remy de Gourmont intorno a questioni che assilleranno, nel bene e nel male, di lì a poco i surrealisti. Il saggio La création subconsciente (La creazione subconscia) che traduco ora qui in italiano nel mio Taccuino blu è incluso nel volume La Culture des idées e, specificava de Gourmont in una nota, nasceva come contrappunto “A proposito di: Fisiologia cerebrale. Il Subconscio negli artisti, negli scienziati e negli scrittori, del Dr. Paul Chabaneix. Parigi, J.-B. Baillière. Questo studio era scritto quando è apparso l’autorevole opera di Ribot, L’Immaginazione creatrice (luglio 1900)”.

Remy de Gourmont — Alcuni uomini hanno ricevuto un dono particolare che li distingue nettamente dai loro simili; discoboli o strateghi, poeti o buffoni, scultori o finanzieri, non appena superano il livello comune, richiedono all’osservatore un’attenzione speciale. La prominenza di una delle loro facoltà li destina all’analisi e a questo processo di analisi che è la differenziazione successiva; così si arriva a distinguere nell’umanità una classe di esseri il cui segno è la differenza, così come, per l’umanità comune, il segno è la somiglianza. Ci sono uomini di cui non si può mai sapere cosa diranno quando iniziano a parlare; ce ne sono pochi; degli altri il discorso è noto non appena aprono la bocca. Si sostengono qui le disparità molto sensibili, poiché è incontestabile che, anche tra i più simili a prima vista, non ci sono due creature che non siano, in fondo, contraddittorie fra loro; è l’ultimo vanto dell’uomo, e quello che la scienza non è riuscita a strappargli, che non ci sia una scienza dell’uomo.

Se non esiste una scienza dell’uomo comune, ancor meno esiste una scienza dell’uomo differente, poiché la manifestazione della sua differenza lo rende solitario e unico, cioè incomparabile. Tuttavia, come esiste una fisiologia, esiste una psicologia generale: qualunque esse siano, tutte le creature terrestri respirano la stessa aria e il cervello dell’uomo di genio, come quello dell’uomo comune, trae dalla sensazione la sua forza primordiale. In che modo la sensazione si trasforma in atto, lo si conosce solo in modo approssimativo; si sa solo che per compiere questa trasformazione, l’intervento della coscienza non è necessario; si sa anche che questo intervento può essere dannoso, per il suo potere di modificare la logica deterministica, di interrompere la serie delle associazioni per creare intenzionalmente nella mente il primo anello di una nuova catena.

La coscienza, che è il principio della libertà, non è il principio dell’arte. Si può esprimere molto chiaramente ciò che è stato concepito nelle tenebre inconsce. Lungi dall’essere legata al funzionamento della coscienza, l’attività intellettuale ne è spesso disturbata; si ascolta male una sinfonia, quando si sa che la si sta ascoltando; si pensa male, quando si sa che si sta pensando: la coscienza di pensare non è il pensiero.

Lo stato subconscio è uno stato di cerebrazione automatica, in piena libertà, con l’attività intellettuale che si sviluppa al limite della coscienza, un po’ al di sotto, fuori dalla sua portata; il pensiero subconscio può rimanere per sempre sconosciuto e può emergere alla luce sia nel momento preciso in cui cessa l’automatismo, sia più tardi, e persino dopo diversi anni. Questi fatti di cogitazione non appartengono propriamente al dominio dell’inconscio, poiché possono arrivare alla coscienza e, d’altra parte, sarà probabilmente preferibile riservare a questa parola un po’ ampia il significato che le ha dato una particolare filosofia. Lo stato subconscio, sebbene il sogno possa essere una delle sue manifestazioni, differisce ancora dallo stato di sogno. Il sogno è quasi sempre assurdo, di un’assurdità particolare, incoerente o sviluppato secondo associazioni del tutto passive1 la cui progressione differisce persino da quella delle ordinarie associazioni passive, coscienti o subconsce2.

La creazione intellettuale immaginativa è inseparabile dalla frequenza dello stato subconscio; e in questa categoria di creazioni bisogna includere la scoperta dello scienziato e la costruzione ideologica del filosofo. Tutti coloro che, in qualsiasi campo, hanno innovato o inventato sono immaginativi tanto quanto osservatori. Lo scrittore più ponderato, più riflessivo, più meticoloso è in ogni istante, suo malgrado, arricchito dal lavoro del subconscio; non c’è opera, per quanto volontaria, che non debba al subconscio qualche bellezza o qualche novità. Forse mai una frase, per quanto laboriosa, è stata scritta o detta in accordo assoluto con la volontà; la sola ricerca della parola nel vasto e profondo serbatoio della memoria verbale è un atto che sfugge così bene alla volontà che, spesso, la parola che stava arrivando svanisce nel momento in cui la coscienza stava per percepirla e afferrarla. Si sa quanto sia difficile trovare volontariamente la parola di cui si ha bisogno e si sa anche con quale facilità e rapidità certi scrittori evocano, nella febbre della scrittura, le parole più insolite o più belle.

È tuttavia imprudente affermare: «La memoria è sempre inconscia3.» La memoria è la piscina segreta dove, a nostra insaputa, il subconscio getta la sua rete; ma anche la coscienza vi pesca volentieri. Questo stagno pieno di pesci un tempo catturati a caso dalla sensazione, il subconscio lo conosce particolarmente bene; la coscienza è meno abile a rifornirsi lì, sebbene abbia a disposizione diversi metodi utili, come l’associazione logica delle idee o la localizzazione delle immagini. A seconda che il cervello lavori nel buio o alla luce della coscienza, l’uomo acquisisce una personalità diversa, ma, salvo casi patologici, lo stato alterato (état second) non è così definito che lo stato primario non possa, senza disturbare il lavoro, intervenire: è in queste condizioni, secondo questa armonia, che si completano la maggior parte delle opere inizialmente concepite sia dalla volontà sia dal sogno. Per Newton (sempre pensandoci), il lavoro del subconscio è continuo, ma periodicamente si collega a un lavoro volontario; a volte percepito, a volte sconosciuto alla coscienza, il pensiero esplora tutte le possibilità. Per Goethe, il subconscio è quasi sempre attivo e pronto a offrire alla volontà le opere multiple che elabora senza di essa e lontano da essa. Goethe ha spiegato questo lui stesso in una pagina di straordinaria lucidità e ricca di insegnamenti4.

«Ogni capacità di agire e quindi ogni talento implica una forza istintiva che agisce nell’incoscienza e nell’ignoranza delle regole, il cui principio è tuttavia in esse. Prima un uomo si istruisce, prima apprende che c’è un mestiere, un’arte che gli fornirà i mezzi per raggiungere lo sviluppo regolare delle sue facoltà naturali; ciò che acquisisce non potrà mai nuocere in alcun modo alla sua individualità originaria. Il genio per eccellenza è colui che assimila tutto, che sa appropriarsi di tutto senza pregiudizio per il suo carattere innato. Qui si presentano i vari rapporti tra la coscienza e l’incoscienza. Gli organi dell’uomo, attraverso un lavoro di esercizio, apprendimento, riflessione persistente e continua, attraverso i risultati ottenuti, felici o infelici, attraverso i movimenti di attrazione e resistenza, questi organi amalgamano e combinano inconsciamente ciò che è istinto e ciò che è acquisito, e da questo amalgama, da questa chimica sia inconscia che conscia, risulta infine un insieme armonioso di cui il mondo si meraviglia. Sono passati più di sessant’anni da quando l’idea di Faust mi è venuta in mente durante la giovinezza, perfettamente netta, distinta, con tutte le scene che si svolgevano davanti ai miei occhi nel loro ordine di successione; il progetto, da quel giorno, non mi ha mai lasciato, e vivendo con quest’idea, la riprendevo nei dettagli e ne componevo di volta in volta i pezzi che al momento mi interessavano di più; in modo tale che, quando questo interesse è venuto meno, ne sono risultate delle lacune, come nella seconda parte. La difficoltà era ottenere con la forza di volontà ciò che, in verità, si ottiene solo attraverso un atto spontaneo della natura.»

A volte accade, al contrario, che un’opera concepita in precedenza, di cui si rimanda l’esecuzione, finisca per imporsi alla volontà. Sembra allora che il subconscio trabocchi e sommerga la coscienza; detta ciò che si scrive solo con riluttanza. È l’ossessione che nulla scoraggia e che trionfa anche delle pigrizie più indolenti, delle avversioni più violente. Successivamente, si prova spesso, una volta completato il lavoro, una sorta di soddisfazione, simile a quella morale. L’idea del dovere che, mal compresa, fa tanti danni nelle coscienze timorose, è senza dubbio un’elaborazione del subconscio: l’ossessione è forse la forza che spinge al sacrificio, così come quella che spinge al suicidio.

Schopenhauer paragonava il lavoro oscuro e continuo del subconscio alla ruminazione tra le percezioni intrappolate nella memoria. Questa ruminazione, del tutto fisiologica, può essere sufficiente a modificare credenze o convinzioni; Hartmann ha osservato che un’idea avversa, inizialmente respinta, col tempo si era sostituita in lui all’idea abituale che aveva di una persona o di un fatto. «Dopo giorni, settimane o mesi, se si ha il desiderio o l’opportunità di esprimere la propria opinione sullo stesso argomento, si scopre, con grande sorpresa, di aver subito una vera rivoluzione mentale, che le vecchie opinioni, di cui ci si considerava fino a quel momento realmente convinti, sono state completamente abbandonate e che le nuove idee si sono interamente radicate al loro posto. Ho spesso sperimentato su di me questo processo inconscio di digestione e assimilazione mentale; e d’istinto, mi sono sempre guardato dal disturbarne il corso con una riflessione prematura, ogni volta che si verificava in me su questioni importanti, che interessavano le mie concezioni del mondo e dello spirito5.». Questa osservazione potrebbe essere applicata al fenomeno così interessante della conversione. Non c’è dubbio che alcune persone si siano un giorno sentite spinte o riportate alle idee religiose, senza desiderio, paura o speranza di questo cambiamento. In una conversione, la volontà può agire solo dopo un lungo lavoro del subconscio e quando tutti gli elementi della nuova convinzione sono stati segretamente raccolti e combinati. Questa nuova forza su cui il convertito si appoggia e di cui ignora l’origine è ciò che la teologia chiama grazia; la grazia è il risultato di un lavoro subconscio: la grazia è subconscia.

Come Hartmann, ma per istinto e non per preconcetto filosofico, Alfred de Vigny si affidava al subconscio per maturare le sue idee; mature, le ritrovava; esse venivano spontaneamente a offrirsi, ricche di tutte le loro conseguenze. Si può supporre che, come in Goethe, fosse un subconscio a lunga scadenza, di carta lunga, molto lunga, poiché il signor de Vigny lasciava tra alcune delle sue opere intervalli inusuali. È molto probabile che, se ci sono subconscî inattivi, ce ne siano altri che, dopo un periodo attivo, smettano improvvisamente di funzionare, sia a causa di un’usura precoce, sia per una modifica dei rapporti nelle cellule cerebrali. Racine offre l’esempio singolare di un silenzio di vent’anni interrotto a metà da due opere che hanno solo una somiglianza formale con quelle della sua prima fase. Si può supporre che sia stato per scrupolo religioso che abbia rifiutato così a lungo di ascoltare i suggerimenti del subconscio? Si può supporre che la religione, avendo modificato la natura delle sue percezioni, abbia allo stesso tempo diminuito la potenza fisiologica del suo cervello? Questo sarebbe contrario a tutte le altre osservazioni che dimostrano invece che una nuova credenza è un nuovo stimolante. Sembra quindi probabile che Racine abbia smesso di parlare perché non aveva quasi più nulla da dire, semplicemente: è un’avventura comune, e trovò nella religione la consolazione comune.

Bisognerebbe quindi distinguere due tipi di subconscio: quello la cui energia è breve e intensa e quello la cui forza, meno ardente, è più duratura. I due estremi si manifestano nell’uomo che, da giovane, produce un’opera notevole e poi si astiene; e nell’uomo che offre per sessant’anni lo spettacolo di un lavoro mediocre, inutile e continuo. Si tratta naturalmente delle opere in cui l’intelligenza immaginativa ha la parte maggiore, opere in cui il subconscio è sempre il principale collaboratore.

In modo più pratico, e da un punto di vista completamente diverso, Chabaneix, dopo aver studiato il subconscio continuo, lo divide in subconscio notturno e subconscio da svegli. Il subconscio notturno è onirico o preonirico, se si tratta del sonno o degli istanti che precedono il sonno. Maury, che ne era particolarmente afflitto, ha trattato con cura delle allucinazioni che si formano nel momento in cui si chiudono gli occhi per addormentarsi; non si vede che queste allucinazioni chiamate ipnagogiche, e che sono quasi sempre visive, possano avere un’azione speciale sulle idee in lavoro in un cervello; sono embrioni di sogni che influenzano il corso del pensiero solo come i sogni. A volte accade che il lavoro cosciente del cervello continui durante il sogno e persino si completi, e al risveglio, senza riflessione, senza sforzo, ci si trovi padroni di un problema, di una poesia, di una combinazione che la mente, da sveglia, era stata incapace di trovare. Burdach, professore a Koenigsberg, fece in sogno diverse scoperte fisiologiche che poi poté verificare. Un sogno fu talvolta il punto di partenza di un’opera; a volte un’opera fu interamente concepita ed eseguita durante il sonno. È tuttavia molto probabile che sia la ragione consapevole che, al risveglio, giudicando e correggendo spontaneamente il sogno, gli attribuisca il suo vero valore e lo privi di quella incoerenza tipica dei sogni più sensati.

In stato di veglia, l’ispirazione sembra essere la manifestazione più chiara del subconscio nel dominio della creazione intellettuale. Nella sua forma acuta, l’ispirazione si avvicinerebbe molto al sonnambulismo. Alcuni atteggiamenti di Socrate (secondo Aulo Gellio), di Diderot, di Blake, di Shelley, di Balzac, danno forza a questa opinione. Il dottor Régis6 afferma che gli uomini di genio furono quasi tutti “dormienti svegli”; ma il dormiente sveglio è abbastanza spesso un “distratto”, colui il cui spirito si concentra volontariamente su un problema.

Così l’eccesso e l’assenza di coscienza psicologica si manifesterebbero, in alcuni casi, con fenomeni identici. A cosa pensava Socrate durante le sue giornate di immobilità? Pensava davvero? Aveva consapevolezza del suo pensiero? I fachiri pensano? E Beethoven, quando, senza cappello, senza abito, veniva fermato come vagabondo? Era in ossessione volontaria o in quasi-sonnambulismo? Sapeva a cosa pensava così intensamente, o il suo lavoro cerebrale era inconscio? Stuart Mill compose la sua logica per le strade di Londra, durante il tragitto quotidiano da casa agli uffici della Compagnia delle Indie; si crederà che quest’opera non sia stata ordinata in stato di coscienza perfetta? Ciò che era subconscio in Stuart Mill era, dice Chabaneix7, lo sforzo per orientarsi in una strada affollata; «c’è lì l’automatismo dei centri inferiori». Questo capovolgimento dei termini, più frequente di quanto alcuni psicologi abbiano creduto, può suscitare dubbi sulla vera natura dell’ispirazione. Bisognerà almeno indagare se, dal momento in cui inizia la realizzazione, anche solo cerebrale, di un’opera, sia possibile che il lavoro rimanga del tutto subconscio.

La lettera di Mozart spiega solo Mozart: «Quando mi sento bene e sono di buon umore, sia che viaggi in carrozza o che passeggi dopo un buon pasto, o di notte, quando non riesco a dormire, i pensieri mi vengono in folla e nel modo più semplice al mondo. Da dove e come mi arrivano? Non ne so nulla, non ne ho merito. Quelli che mi piacciono, li conservo nella mia testa e li canticchio, almeno così mi hanno detto gli altri. Una volta che ho il mio motivo, un altro presto si aggiunge al primo. L’opera cresce, la sento sempre e la rendo sempre più distinta, e la composizione finisce per essere completamente completata nella mia testa, sebbene sia lunga… Tutto ciò avviene in me come in un bel sogno molto distinto… Se poi mi metto a scrivere, non devo far altro che tirare fuori dal sacco del mio cervello ciò che vi si è accumulato in precedenza, come ho detto. Così tutto si fissa sul foglio rapidamente. Tutto è già perfettamente deciso ed è raro che la mia partitura differisca molto da ciò che avevo prima in testa. Si può disturbarmi senza problemi mentre scrivo8…». Tutto è quindi subconscio in Mozart, e il lavoro materiale dell’esecuzione non è altro che un compito di copiatura.

Ho visto uno scrittore che non osava correggere le sue stesure spontanee, per paura di commettere errori di tono: si rendeva conto che lo stato in cui avrebbe corretto era molto diverso dallo stato in cui si trovava durante il periodo di esecuzione, che era stato allo stesso tempo quello della concezione. Una parola ascoltata, un atteggiamento intravisto, un personaggio singolare incontrato per strada erano spesso il solo pretesto per i suoi racconti, che improvvisava in tre o quattro ore; se seguiva un piano precedente, quasi sempre, già dalla prima pagina scritta, lo abbandonava, completando il suo racconto secondo una logica nuova, arrivando a una conclusione completamente diversa da quella che, la prima volta, gli era sembrata la migliore. Alcuni di questi piani erano stati scritti sotto un’influenza del subconscio così forte che non riusciva più a comprenderli, li riconosceva solo dalla scrittura e poteva collocarli nel passato solo grazie al tipo di carta, al colore dell’inchiostro. Altri progetti, riguardanti opere più lunghe, invece, gli tornavano spesso in mente; era consapevole di pensarci più volte al giorno ed era convinto che fossero queste riflessioni, anche se vaghe e inconsistenti, a rendere il lavoro abbastanza facile al momento dell’esecuzione. Di fatto, non l’ho mai visto avere serie preoccupazioni riguardo a opere che erano considerate di una letteratura piuttosto ardua; non ne parlava mai e credo che ci pensasse consapevolmente solo al momento di scrivere le terribili prime righe; ma, una volta iniziato il lavoro, quasi tutta la sua vita intellettuale si concentrava su di esso, i periodi di ruminazione subconscia si univano continuamente ai periodi di meditazione volontaria.

Villiers de l’Isle-Adam aveva, per quanto ho potuto accertarmi, questo metodo di lavoro: l’idea entrava nella sua mente, e capitava che vi entrasse all’improvviso, principalmente nel corso di una conversazione, perché era un grande conversatore e traeva vantaggio da tutto. L’idea, entrata inizialmente in punta di piedi, senza fare rumore, si sistemava presto come a casa propria, invadendo tutte le riserve del subconscio. Poi, di tanto in tanto, affiorava alla coscienza e costringeva realmente Villiers a obbedire all’ossessione; allora, chiunque fosse il suo interlocutore, parlava; parlava persino da solo, e inoltre, quando parlava della sua idea, parlava sempre come se fosse stato solo. Così ascoltai, a frammenti, molti dei suoi ultimi racconti; e anche un giorno, mentre eravamo seduti sulla terrazza di un caffè del viale, ebbi l’illusione di ascoltare vere e proprie divagazioni in cui tornava periodicamente questa affermazione: «C’era un gallo! Ce n’era uno!» Capì solo più tardi, dopo diversi mesi, quando uscì Il Canto del Gallo. Parlando con tono sommesso, non si rivolgeva a me. Tuttavia, il suo obiettivo consapevole, nel esprimere ad alta voce le sue idee, era cercare di indovinare l’effetto che avrebbero avuto su un ascoltatore; ma, a poco a poco, questo obiettivo si offuscava: era il subconscio a parlare per lui. Il suo lavoro era lento: ci sono cinque o sei manoscritti sovrapposti de L’Ève future (Eva futura), e il primo è così diverso dall’ultimo che solo il nome di Edison può servire a collegarli tra loro. Si dice molto spesso di un uomo che ha scritto poco, che ha lavorato poco: sono convinto che Villiers de l’Isle-Adam non abbia mai smesso di lavorare, nemmeno un istante, anche durante il sonno. Nonostante il blocco a volte assoluto che le sue idee ponevano attorno alla sua attenzione, nessuno spirito era più rapido o meglio dotato per la risposta; non conosceva il crepuscolo del risveglio: dopo la notte più breve, si ritrovava, al momento stesso del risveglio improvviso, in pieno possesso di tutta la sua lucidità, di tutto il suo fervore. Sebbene fosse davvero l’uomo della sua letteratura, si troverebbe in lui il tratto di una doppia personalità, ma dove il conscio e l’inconscio sarebbero così intrecciati l’uno nell’altro che sarebbe difficile distinguerli; sarebbe invece facile scrivere due vite di Mozart, una dell’uomo sociale, l’altra dell’uomo in stato alterato (état second), entrambe perfettamente legittime.

Baudelaire diceva: L’ispirazione è lavorare tutti i giorni. Ma questo aforisma non sembra riassumere la sua esperienza personale. Il lavoro quotidiano, regolare, è, per così dire, l’ispirazione regolamentata, addomesticata, asservita. I termini non sono contraddittori, poiché è certo che allora lo stato alterato, diventando periodico, può diventare solo più profondo. L’abitudine, così potente, si unisce alla natura per rafforzare uno stato psicologico che diventa un vero e proprio bisogno; coloro che si sono dedicati al lavoro quotidiano, se capita loro di sottrarsi ad esso, soprattutto rimanendo nello stesso ambiente, provano, durante e dopo le ore dell’appuntamento periodico, un certo malessere, a volte una vera sofferenza: il rimorso forse non ha altra origine, sia che si tratti di un atto abituale che non è stato compiuto, sia di un atto insolito che ha violentemente disturbato l’andamento consueto delle giornate.

L’ispirazione, se è uno stato alterato, può quindi essere uno stato alterato provocato dalla volontà. Non c’è dubbio che artisti, scrittori, scienziati possano lavorare quando è necessario, senza preparazione, spinti solo dalla necessità e, d’altra parte, che le opere così prodotte siano altrettanto buone di quelle la cui esecuzione è stata determinata solo dal desiderio di realizzazione. Ciò non significa che il subconscio sia inattivo durante il lavoro iniziato volontariamente, ma la sua attività è stata provocata. Esiste quindi un subconscio che non è spontaneo, che si mescola al conscio quando la volontà ne ha bisogno, ma che, poco a poco, durante un lavoro, si sostituisce alla volontà. Spesso basta iniziare il compito per sentire che svaniscono una ad una tutte le difficoltà che paralizzavano lo sforzo, ma è possibile che questo ragionamento sia fallace e che il lavoro sia diventato possibile proprio grazie all’indebolimento preliminare degli ostacoli che inizialmente si frapponevano alla mente. In entrambi i casi, comunque, c’è un’evidente intervento delle forze subconsce.

Come una sensazione diventa un’immagine; l’immagine, un’idea; come si sviluppa l’idea; come prende la forma che ci sembra la migliore; come, se si tratta di scrittura, la memoria verbale viene messa a frutto? Tante domande che mi sembrano insolubili e la cui soluzione sarebbe tuttavia necessaria per chi volesse dare una definizione precisa dell’ispirazione. «Per la creazione originale, scrive Ribot9, né la riflessione né la volontà suppliscono l’ispirazione». Senza dubbio, ma la riflessione e la volontà possono tuttavia avere il loro ruolo nell’evoluzione di questo fenomeno misterioso e, d’altra parte, i casi di puro automatismo intellettuale sono piuttosto rari. Bisogna supporre che gli uomini capaci di subire la felice influenza dell’ispirazione siano anche quelli più capaci di sentire con forza e frequenza gli stimoli del mondo esterno. Gli immaginativi sono anche sensibili. Bisogna che le riserve del loro cervello siano molto ricche di elementi; ciò presuppone un apporto costante di sensazioni, quindi una sensibilità molto acuta e una capacità di percepire continuamente rinnovata. Questa sensibilità appartiene ancora in gran parte al dominio del subconscio; ci sono, secondo l’espressione di Leibniz, «i pensieri di cui la nostra anima non si accorge», ci sono anche le sensazioni di cui i nostri sensi non si accorgono, e forse sono proprio queste che, così come sono entrate, escono subconscientemente. Le osservazioni più fruttuose sono quelle fatte senza saperlo; vivere senza pensare alla vita è spesso il modo migliore per imparare a conoscerla. Dopo mezzo secolo e oltre, un uomo vede riemergere davanti a sé l’ambiente, il paesaggio, i fatti della sua infanzia indifferente; da bambino, aveva vissuto nel mondo esterno come in una dipendenza di sé stesso, con una preoccupazione puramente fisiologica; aveva visto senza vedere, e ora, mentre tutto ciò che sta in mezzo rimane sfocato, è il periodo delle sue sensazioni più fugaci che riaffiora e si vivifica davanti ai suoi occhi. È evidente che la sensazione entrata in noi senza che ne fossimo consapevoli non può, in nessun momento, essere evocata volontariamente; ma la sensazione cosciente può, al contrario, tornare improvvisamente, senza alcun intervento della volontà. Il subconscio ha quindi potere su due ordini di sensazioni e la coscienza ne ha solo uno a disposizione: questo può spiegare perché la volontà e la riflessione hanno un ruolo così limitato nelle creazioni letterarie o artistiche.

Ma qual è il loro ruolo nel resto della vita?

In principio, l’uomo è un automa, e sembra che in lui la coscienza sia un guadagno, una facoltà aggiunta. Non bisogna ingannarsi: l’uomo che cammina, che agisce, che parla non è necessariamente cosciente né mai del tutto cosciente. La coscienza è probabilmente, se si prende il termine nel suo senso preciso e assoluto, il privilegio di pochi. Riuniti in folla, gli uomini diventano particolarmente automatici, e prima di tutto il loro istinto di riunirsi, di fare tutti la stessa cosa in un dato momento, testimonia bene la natura della loro intelligenza. Come si può supporre una coscienza e una volontà nei membri di queste folle che, nei giorni di festa o di disordini, si dirigono tutti verso lo stesso punto, con gli stessi gesti e gli stessi gridi? Sono formiche che escono dopo il temporale da sotto i fili d’erba, e nient’altro. L’uomo cosciente che si mescola ingenuamente alla folla, che agisce secondo la folla, perde la sua personalità; non è altro che un’appendice del grande polpo artificiale, e quasi tutte le sue sensazioni svaniscono inutilmente nel cervello collettivo dell’ipotetico animale; da questo contatto, non riporterà quasi nulla; l’uomo che esce dalla folla ha solo un ricordo, come il naufrago che riemerge, quello di essere caduto in acqua.

È tra il piccolo numero degli eletti della coscienza che bisogna cercare gli esemplari veramente superiori di un’umanità di cui sono, non i conduttori, il che sarebbe spiacevole e contraddirebbe troppo l’istinto, ma i giudici. Tuttavia, serio argomento di riflessione, questi uomini elevati raggiungono il loro pieno valore solo nei momenti in cui la coscienza, diventando subconscia, apre le chiuse del cervello e lascia precipitare verso il mondo i flussi rinnovati delle sensazioni che devono al mondo. Sono magnifici strumenti di cui solo il subconscio suona con genialità; anche il genio è subconscio. Goethe è il tipo di questi uomini doppi e l’eroe supremo dell’umanità intellettuale.

Ci sono altri uomini altrettanto rari, ma meno completi, in cui la volontà gioca un ruolo molto ordinario e che non sono nulla quando non sono più sotto l’influenza del subconscio. Il loro genio è spesso più puro ed energetico; sono strumenti più docili sotto l’influsso del Dio sconosciuto. Ma come Mozart, non sanno cosa fanno; obbediscono a una forza irresistibile. Ecco perché Gluck faceva trasportare il suo pianoforte in mezzo a un prato, sotto il sole; ecco perché Haydn contemplava un anello, perché Crébillon viveva tra una muta di cani, perché Schiller respirava frequentemente l’odore delle mele marce che aveva riempito nel cassetto del suo tavolo da lavoro. Queste sono le minime fantasie del subconscio; ha esigenze peggiori.

*“La création subconsciente” / La creazione subconscia, trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: Remy de Gourmont, La Culture des idées, Paris, Mecure de France, 1900, pp. 45-70.

NOTE (di Remy de Gourmont)

  1. Osservate in un sogno di Maury (Il Sonno e i Sogni) la parola giardino che porta il sognatore in Persia, poi a una lettura de L’Asino morto (Giardino, Chardin, Janin); e, in quest’altro, la sillaba lo conduceva lo spirito da chilometro a loto, passando per Gilolo, lobelia, Lopez. Tuttavia, il poeta (rima, allitterazione) subisce simili associazioni, ma deve avere il talento di renderle logiche, cosa che raramente accade nel sogno puro e semplice. Victor Hugo, vera incarnazione del Subconscio, trionfa, con eccesso, di questi collegamenti, inizialmente involontari. ↩︎
  2. Riguardo al sogno, Chabaneix afferma (p. 17) che coloro che pensano spesso per immagini visive sono soggetti a sogni in cui le immagini si oggettivano amplificate. Un’osservazione personale contraddice ciò, ma oppongo una sola osservazione a molte osservazioni: si tratta di uno scrittore che, sebbene assediato da immagini visive interne durante la veglia, ha solo sogni immaginati molto rari e mai allucinazioni caratteristiche. Di recente, dopo aver riletto durante il giorno il libro di Maury, la sera ebbe, per la prima volta, due o tre vaghe allucinazioni ipnagogiche, probabilmente provocate dal desiderio o dalla paura di sperimentare questo stato. Questo può spiegare la contagiosità dell’allucinazione attraverso il libro. Vide delle luci caleidoscopiche, poi delle teste ghignanti, infine un personaggio avvolto in un drappo verde, di grandezza naturale, di cui riusciva a scorgere solo metà con la coda dell’occhio destro. In quel momento riapriva gli occhi. Questo personaggio proveniva evidentemente da una storia illustrata della pittura italiana, sfogliata al mattino. ↩︎
  3. Le Subconscient, p. 11. ↩︎
  4. Lettera a Wilhelm von Humboldt, 17 marzo 1832. (Le Subconscient p. 16.) Goethe aveva allora ottantatré anni; morì cinque giorni dopo. La lettera è citata per intero da Eckermann, II, 331; la traduzione di Délerot è leggermente diversa. ↩︎
  5. Le subconscient, p. 24. ↩︎
  6. Prefazione a Le subconscient, ↩︎
  7. P. 93. ↩︎
  8. Le Subconscient, p. 93, secondo Jahm. ↩︎
  9. Psicologia dei Sentimenti. Wilhelm von Humboldt diceva: «La ragione combina, modifica e dirige; non può creare, perché il principio di vita non è in essa. (Idee sulla nuova Costituzione francese). ↩︎

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025

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