George Orwell: Gli scrittori e il Leviatano

George Orwell discute l'impatto del controllo statale sugli scrittori, enfatizzando l'importanza di mantenere l'integrità letteraria indipendente dalla politica.

la storia ci insegue - effe

(effe) — «Politics and Letters» è una rivista culturale britannica fondata e diretta da Raymond Williams, Clifford Collins e Wolf Mankowitz, che uscì solo per quattro numeri dall’estate del 1947 all’estate 1948; nell’ultima uscita era presente anche il provocatorio saggio di George Orwell Writers and Leviathan (gli scrittori e il Leviatano) che traduco ora qui in italiano nel mio Taccuino blu.

George Orwell — La posizione dello scrittore in un’epoca di controllo dello Stato è un argomento che è già stato discusso ampiamente, sebbene la maggior parte delle prove che potrebbero essere rilevanti non sia ancora disponibile. In questo contesto non voglio esprimere un’opinione né a favore né contro il patrocinio statale delle arti, ma semplicemente sottolineare che il tipo di Stato che ci governa dipende in parte dall’atmosfera intellettuale prevalente: in questo contesto, significa in parte dall’atteggiamento degli scrittori e degli artisti stessi, e dalla loro volontà o meno di mantenere vivo lo spirito del Liberalismo. Se tra dieci anni ci ritroveremo a rabbrividire davanti a qualcuno come Zdhanov, probabilmente sarà perché ce lo saremo meritati. È chiaro che ci sono già forti tendenze verso il totalitarismo all’interno dell’intellighenzia letteraria inglese. Tuttavia, qui non mi riferisco a un movimento organizzato e consapevole come il Comunismo, ma semplicemente all’effetto, sulle persone di buona volontà, del pensiero politico e della necessità di schierarsi politicamente.

Questa è un’era politica. Guerra, fascismo, campi di concentramento, manganelli di gomma, bombe atomiche, ecc., sono ciò a cui pensiamo quotidianamente, e quindi in gran parte ciò di cui scriviamo, anche quando non li nominiamo apertamente. Non possiamo evitarlo. Quando sei su una nave che affonda, i tuoi pensieri saranno sulle navi che affondano. Ma non solo il nostro argomento è ristretto, ma anche il nostro intero atteggiamento verso la letteratura è influenzato da lealtà che almeno occasionalmente riconosciamo come non letterarie.

Spesso ho la sensazione che, anche nei momenti migliori, la critica letteraria sia ingannevole, poiché in assenza di qualsiasi standard accettato — qualsiasi riferimento esterno che possa dare significato all’affermazione che un certo libro sia “buono” o “cattivo” — ogni giudizio letterario consiste nell’inventare un insieme di regole per giustificare una preferenza istintiva. La reazione reale di una persona a un libro, quando c’è una reazione, è solitamente “Mi piace questo libro” o “Non mi piace”, e ciò che segue è una razionalizzazione. Ma “Mi piace questo libro” non è, penso, una reazione non letteraria; la reazione non letteraria è “Questo libro è dalla mia parte, e quindi devo scoprirne i meriti”. Ovviamente, quando si loda un libro per motivi politici, si può essere emotivamente sinceri, nel senso che si prova una forte approvazione per esso, ma spesso accade che la solidarietà di partito richieda una semplice menzogna. Chi è abituato a recensire libri per periodici politici ne è ben consapevole. In generale, se si scrive per un giornale con cui si è d’accordo, si pecca per committenza, e se per un giornale di orientamento opposto, per omissione. Ad ogni modo, innumerevoli libri controversi — libri a favore o contro la Russia Sovietica, a favore o contro il Sionismo, a favore o contro la Chiesa Cattolica, ecc. — sono giudicati prima di essere letti, e in effetti prima di essere scritti. Si sa in anticipo quale accoglienza riceveranno su quali giornali. Eppure, con una disonestà che a volte non è nemmeno parzialmente consapevole, si continua a fingere che vengano applicati standard letterari genuini.

Ovviamente, l’invasione della letteratura da parte della politica era inevitabile. Doveva accadere, anche se il problema specifico del totalitarismo non fosse mai sorto, perché abbiamo sviluppato una sorta di scrupolo che i nostri nonni non avevano, una consapevolezza dell’enorme ingiustizia e miseria del mondo, e un sentimento di colpa che ci spinge a fare qualcosa al riguardo, rendendo impossibile un atteggiamento puramente estetico verso la vita.

Nessuno, ora, potrebbe dedicarsi alla letteratura con la stessa dedizione di Joyce o Henry James. Ma sfortunatamente, accettare la responsabilità politica ora significa cedere alle ortodossie e alle “linee di partito”, con tutta la timidezza e la disonestà che ciò comporta. Rispetto agli scrittori vittoriani, abbiamo lo svantaggio di vivere tra ideologie politiche ben definite e di solito sapere a colpo d’occhio quali pensieri siano eretici. Un intellettuale letterario moderno vive e scrive in costante timore, non, certo, dell’opinione pubblica nel senso più ampio, ma dell’opinione pubblica all’interno del proprio gruppo.

Di norma, fortunatamente, ci sono più gruppi, ma in qualsiasi momento dato esiste un’ortodossia dominante, contro la quale offendere richiede una pelle spessa e a volte significa dimezzare il proprio reddito per anni. Ovviamente, negli ultimi quindici anni, l’ortodossia dominante, specialmente tra i giovani, è stata quella di sinistra. Le parole chiave sono “progressista”, “democratico” e “rivoluzionario”, mentre le etichette che devi assolutamente evitare di avere appiccicate addosso sono “borghese”, “reazionario” e “fascista”. Quasi tutti al giorno d’oggi, anche la maggioranza dei cattolici e dei conservatori, sono “progressisti”, o almeno desiderano essere considerati tali. Nessuno, per quanto ne sappia, si descrive mai come “borghese”, così come nessuno abbastanza istruito da aver sentito la parola ammette mai di essere colpevole di antisemitismo. Siamo tutti buoni democratici, antifascisti, anti-imperialisti, sprezzanti delle distinzioni di classe, impermeabili ai pregiudizi razziali, e così via. Non c’è molto dubbio che l’ortodossia della “Sinistra” odierna sia migliore rispetto all’ortodossia conservatrice piuttosto snob e pietistica che prevaleva venti anni fa, quando il Criterion e (a un livello inferiore) il London Mercury erano le riviste letterarie dominanti. Infatti, almeno il suo obiettivo implicito è una forma di società praticabile che un gran numero di persone desidera effettivamente. Tuttavia, ha anche le sue falsità le quali, poiché non possono essere ammesse, rendono impossibile discutere seriamente certe questioni.

L’intera ideologia di sinistra, scientifica e utopistica, è stata sviluppata da persone che non avevano alcuna prospettiva immediata di raggiungere il potere. Era, quindi, un’ideologia estremista, completamente sprezzante nei confronti di re, governi, leggi, prigioni, forze di polizia, eserciti, bandiere, frontiere, patriottismo, religione, moralità convenzionale e, in effetti, dell’intero schema di cose esistenti. Fino a tempi relativamente recenti, le forze della sinistra in tutti i paesi lottavano contro una tirannia che sembrava invincibile, ed era facile presumere che se solo quella particolare tirannia — il capitalismo — potesse essere rovesciata, il socialismo avrebbe seguito. Inoltre, la Sinistra aveva ereditato dal Liberalismo alcune convinzioni decisamente discutibili, come la convinzione che la verità prevarrà e la persecuzione si sconfigge da sola, o che l’uomo è naturalmente buono e viene corrotto solo dal suo ambiente. Questa ideologia perfezionista è persistita in quasi tutti noi, ed è in nome di essa che protestiamo quando (ad esempio) un governo laburista assegna enormi redditi alle figlie del re o mostra esitazione nel nazionalizzare l’acciaio. Ma abbiamo anche accumulato nelle nostre menti una serie di contraddizioni non ammesse, come risultato di continui scontri con la realtà.

Il primo grande ostacolo fu la Rivoluzione Russa. Per ragioni piuttosto complesse, quasi tutta la sinistra inglese è stata indotta ad accettare il regime russo come “socialista”, pur riconoscendo silenziosamente che il suo spirito e la sua pratica sono del tutto estranei a ciò che in questo paese si intende per “socialismo”. Da qui è emerso un modo di pensare quasi schizofrenico, in cui parole come “democrazia” possono avere due significati inconciliabili, e cose come i campi di concentramento e le deportazioni di massa possono essere giuste e sbagliate contemporaneamente. Il successivo colpo all’ideologia di sinistra fu l’ascesa del fascismo, che scosse il pacifismo e l’internazionalismo della sinistra senza portare a una definita riformulazione della dottrina. L’esperienza dell’occupazione tedesca insegnò ai popoli europei qualcosa che i popoli coloniali sapevano già, ossia che gli antagonismi di classe non sono di primaria importanza e che esiste qualcosa come l’interesse nazionale. Dopo Hitler, era difficile sostenere seriamente che “il nemico è nel tuo stesso paese” e che l’indipendenza nazionale non ha valore. Ma sebbene tutti noi lo sappiamo e agiamo di conseguenza quando necessario, sentiamo ancora che dirlo ad alta voce sarebbe una sorta di tradimento. E infine, la difficoltà più grande di tutte è il fatto che la Sinistra è ora al potere ed è obbligata ad assumersi la responsabilità e prendere autentiche decisioni.

I governi di sinistra deludono quasi sempre i loro sostenitori perché, anche quando la prosperità che hanno promesso è raggiungibile, c’è sempre bisogno di un periodo di transizione scomodo di cui si è parlato poco in precedenza. In questo momento vediamo il nostro governo, nelle sue disperate difficoltà economiche, combattere di fatto contro la propria propaganda passata.

La crisi in cui ci troviamo ora non è una calamità improvvisa e inaspettata, come un terremoto, e non è stata causata dalla guerra, ma solo accelerata da essa. Decenni fa si poteva prevedere che qualcosa di simile sarebbe accaduto. Fin dal diciannovesimo secolo, il nostro reddito nazionale, dipendente in parte dagli interessi sugli investimenti esteri e da mercati garantiti e materie prime a basso costo nei paesi coloniali, era estremamente precario. Era certo che, prima o poi, qualcosa sarebbe andato storto e saremmo stati costretti a far bilanciare le nostre esportazioni con le importazioni: e quando ciò fosse accaduto, il tenore di vita britannico, incluso quello della classe operaia, sarebbe inevitabilmente diminuito, almeno temporaneamente. Eppure, i partiti di sinistra, anche quando erano rumorosamente anti-imperialisti, non hanno mai chiarito questi fatti. A volte erano pronti ad ammettere che i lavoratori britannici avevano beneficiato, in una certa misura, del saccheggio dell’Asia e dell’Africa, ma lasciavano sempre intendere che avremmo potuto rinunciare al nostro bottino e in qualche modo rimanere prosperi. In gran parte, infatti, i lavoratori furono conquistati al socialismo con la convinzione di essere sfruttati, mentre la dura verità era che, in termini mondiali, erano sfruttatori. Ora, a quanto pare, si è giunti al punto in cui il tenore di vita della classe operaia non può essere mantenuto, figuriamoci migliorato. Anche se eliminassimo i ricchi, la massa delle persone dovrebbe consumare di meno o produrre di più. O sto esagerando il caos in cui ci troviamo? Potrei farlo, e sarei felice di scoprire di essermi sbagliato. Ma il punto che voglio sottolineare è che questa questione, tra le persone fedeli all’ideologia di sinistra, non può essere discussa sinceramente. La riduzione dei salari e l’aumento delle ore lavorative sono percepiti come misure intrinsecamente anti-socialiste e devono quindi essere respinti in anticipo, indipendentemente dalla situazione economica. Suggerire che possano essere inevitabili significa semplicemente rischiare di essere etichettati con quei termini che tutti temiamo. È molto più sicuro evitare la questione e fingere che possiamo risolvere tutto redistribuendo il reddito nazionale esistente.

Accettare un’ortodossia significa sempre ereditare contraddizioni irrisolte. Prendiamo, ad esempio, il fatto, emerso nel saggio del signor Winkler in questa serie, che tutte le persone sensibili sono disgustate dall’industrialismo e dai suoi prodotti, eppure sono consapevoli che la lotta contro la povertà e l’emancipazione della classe lavoratrice richiedono non meno industrializzazione, ma sempre di più. Oppure consideriamo il fatto che certi lavori sono assolutamente necessari eppure non vengono mai svolti se non sotto qualche forma di coercizione. Oppure prendi in considerazione il fatto che è impossibile avere una politica estera positiva senza delle forze armate potenti. Si potrebbero moltiplicare gli esempi. In ogni caso simile c’è una conclusione evidente, ma che si può trarre solo se si è privatamente disleali verso l’ideologia ufficiale. La risposta normale è di mettere da parte la domanda, senza risposta, in un angolo della propria mente, per poi continuare a ripetere parole d’ordine contraddittorie. Non bisogna cercare lontano tra le recensioni e le riviste per scoprire gli effetti di questo tipo di pensiero.

Non sto suggerendo, naturalmente, che la disonestà mentale sia caratteristica dei socialisti e dei progressisti in generale, o che sia più comune fra di loro. È solo che l’accettazione di qualsiasi disciplina politica sembra essere incompatibile con l’integrità letteraria. Questo vale allo stesso modo per movimenti come il pacifismo e il personalismo, che affermano di essere al di fuori della lotta politica ordinaria. Infatti, il solo suono delle parole che terminano in -ismo sembra portare con sé l’odore della propaganda. Le lealtà di gruppo sono necessarie, eppure sono dannose per la letteratura, finché la letteratura è il prodotto di individui. Appena viene permesso loro di avere qualsiasi influenza, anche negativa, sulla scrittura creativa, il risultato non è solo una falsificazione, ma spesso anche un vero esaurimento delle capacità inventive.

Bene, dunque cosa? Dobbiamo concludere che è dovere di ogni scrittore “tenersi fuori dalla politica”? Certamente no! In ogni caso, come ho già detto, nessuna persona pensante può o riesce a tenersi davvero fuori dalla politica, in un’epoca come quella attuale. Suggerisco solo che dovremmo tracciare una distinzione più netta di quanto facciamo attualmente tra le nostre lealtà politiche e letterarie, e dovremmo riconoscere che la disponibilità a fare certe cose spiacevoli ma necessarie non comporta alcun obbligo di accettare le convinzioni che solitamente le accompagnano. Quando uno scrittore si impegna in politica, dovrebbe farlo come cittadino, come essere umano, ma non come scrittore. Non penso che abbia il diritto, solo per la sua sensibilità, di evitare il lavoro sporco ordinario della politica. Come chiunque altro, dovrebbe essere disposto a tenere conferenze in sale fredde, a scrivere sui marciapiedi, a fare campagna elettorale, a distribuire volantini, persino a combattere in guerre civili se necessario. Ma qualunque altra cosa faccia al servizio del suo partito, non dovrebbe mai scrivere per esso. Dovrebbe chiarire che la sua scrittura è una cosa a sé stante. E dovrebbe essere in grado di agire in modo cooperativo, sebbene possa scegliere di rifiutare completamente l’ideologia ufficiale. Non dovrebbe mai rinunciare a un filo di pensiero solo perché potrebbe portare a un’eresia, e non dovrebbe preoccuparsi troppo se la sua non ortodossia viene scoperta, come probabilmente accadrà. Forse è persino un brutto segno per uno scrittore se oggi non è sospettato di tendenze reazionarie, proprio come era un brutto segno se vent’anni fa non era sospettato di simpatie comuniste.

Ma tutto ciò significa che uno scrittore dovrebbe non solo rifiutarsi di essere comandato dai capi politici, ma anche astenersi dallo scrivere di politica? Ancora una volta, certamente no! Non c’è motivo per cui non dovrebbe scrivere nel più crudo modo politico, se lo desidera. Solo che dovrebbe farlo come individuo, un outsider, al massimo un guerrigliero indesiderato al fianco di un esercito regolare. Questo atteggiamento è piuttosto compatibile con l’utilità politica ordinaria. È ragionevole, ad esempio, essere disposti a combattere in una guerra perché si pensa che la guerra debba essere vinta, e allo stesso tempo rifiutarsi di scrivere propaganda bellica. A volte, se uno scrittore è onesto, i suoi scritti e le sue attività politiche possono effettivamente contraddirsi a vicenda. Ci sono occasioni in cui ciò è chiaramente indesiderabile: ma allora il rimedio non è falsificare i propri impulsi, ma rimanere in silenzio.

Suggerire che uno scrittore creativo, in un periodo di conflitto, debba dividere la sua vita in due compartimenti, può sembrare sconfortante o frivolo: tuttavia, in pratica non vedo cos’altro possa fare. Rinchiudersi in una torre d’avorio è impossibile e indesiderabile. Cedere soggettivamente, non solo a una macchina di partito, ma anche a un’ideologia di gruppo, significa distruggersi come scrittore. Sentiamo che questo dilemma è doloroso, perché vediamo la necessità di impegnarsi in politica pur riconoscendo quanto sia un affare sporco e degradante.

La maggior parte di noi ha ancora la persistente convinzione che ogni scelta, anche ogni scelta politica, sia tra il bene e il male, e che se una cosa è necessaria, sia anche giusta. Dovremmo liberarci di questa convinzione, che appartiene all’infanzia. In politica non si può fare altro che decidere quale dei due mali sia il minore, e ci sono situazioni dalle quali si può uscire solo comportandosi da diavolo o da pazzo. La guerra, ad esempio, può essere necessaria, ma certamente non è giusta o razionale. Anche un’elezione generale non è esattamente uno spettacolo piacevole o edificante. Se devi partecipare a queste cose — e penso che si debba, a meno che non si sia protetti dalla vecchiaia, dalla stupidità o dall’ipocrisia — allora devi anche mantenere intatta una parte di te stesso. Per la maggior parte delle persone il problema non si presenta nella stessa forma, perché le loro vite sono già divise. Sono veramente vivi solo nel tempo libero e non c’è connessione emotiva tra il loro lavoro e le loro attività politiche. Né generalmente viene loro chiesto, in nome della lealtà politica, di degradarsi come lavoratori. L’artista, e specialmente lo scrittore, è chiamato proprio a questo, infatti, è l’unica cosa che i politici gli chiedono. Se rifiuta, ciò non significa che sia condannato all’inattività. Una parte di lui, che in un certo senso è la sua totalità, può agire con determinazione, anche con violenza se necessario, come chiunque altro. Ma i suoi scritti, nella misura in cui hanno valore, saranno sempre il prodotto della parte più razionale che si pone in disparte, registra ciò che viene fatto e ne riconosce la necessità, ma rifiuta di essere ingannata sulla loro vera natura.

*”Writers and Leviathan” / Gli scrittori e il Leviatano, trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: George Orwell, Writers and Leviathan. in «Politics and Letters», n. 4 (estate 1948).

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025

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