George Orwell: Fascismo e democrazia

La democrazia, criticata da fascisti e comunisti, offre libertà relative superiori al totalitarismo. È necessaria una rivoluzione democratica socialista.

democrazia lotta contro totalitarismo - effe

(effe) — “Il comunismo fu fin dall’inizio una causa persa nell’Europa occidentale, e i partiti comunisti dei vari paesi presto degenerarono in semplici agenti pubblicitari per il regime russo” scriveva George Orwell, il quale in piena catastrofe dagli esiti bellici ancora incerti nel 1941 collaborò al volume collettivo curato da Victor Gollanz The Betrayal of the Left (Il tradimento della sinistra), libro che, come riassumeva il sottotitolo, voleva essere “Un esame e confutazione della politica comunista da ottobre 1939 a gennaio 1941: con suggerimenti per un’alternativa e un epilogo sulla moralità politica”. Una rivoluzione non vale l’altra, e di certo il totalitarismo sovietico non è la soluzione alla crisi, «È per questo che ho dedicato così tanto spazio sopra a rispondere ai soliti argomenti contro la democrazia “borghese”» presa di mira “sia dai Fascisti sia dai Comunisti”, concordi su questo terreno perché “l’argomento di base di tutti gli apologeti del totalitarismo è che la Democrazia è una frode” constatava Orwell. Certo «La democrazia capitalista non è sufficiente di per sé e, inoltre, non può essere salvata a meno che non si trasformi in qualcos’altro», argomenta Orwell, «La democrazia borghese non è sufficiente, ma è decisamente migliore del fascismo, e lavorare contro di essa significa tagliare il ramo su cui si è seduti. La gente comune lo sa, anche se gli intellettuali no». Traduco qui in italiano nel mio Taccuino blu “Fascism and Democracy” (Fascismo e democrazia), che era l’ottavo capitolo del libro The Betrayal of the Left.

George Orwell — Uno dei passatempi più facili al mondo è screditare la Democrazia. In questo paese, non è quasi più necessario preoccuparsi degli argomenti meramente reazionari contro il governo popolare, ma negli ultimi vent’anni la Democrazia “borghese” è stata attaccata in modo più sottile sia dai Fascisti sia dai Comunisti, ed è molto significativo che questi apparenti nemici l’abbiano attaccata sullo stesso terreno. È vero che i Fascisti, con i loro metodi di propaganda più audaci, usano anche, quando conviene loro, l’argomento aristocratico secondo cui la Democrazia “porta i peggiori uomini al vertice”, ma l’argomento di base di tutti gli apologeti del totalitarismo è che la Democrazia è una frode.

Si suppone che sia poco più di una copertura per il dominio di pochi uomini ricchi. Questo non è del tutto falso, e ancora meno è falso in maniera ovvia; al contrario, ci sono più argomenti a favore che contro. Uno studente sedicenne può attaccare la democrazia molto meglio di quanto possa difenderla. E non gli si può rispondere a meno che non si conosca il “caso” antidemocratico e si sia disposti ad ammettere la grande quantità di verità che contiene. Per cominciare, si sostiene sempre contro la democrazia “borghese” che essa sia annullata dalla disuguaglianza economica. Che utilità ha la cosiddetta libertà politica per un uomo che lavora 12 ore al giorno per 3 sterline a settimana? Una volta ogni cinque anni potrebbe avere la possibilità di votare per il suo partito preferito, ma per il resto del tempo praticamente ogni dettaglio della sua vita è dettato dal suo datore di lavoro. E in pratica anche la sua vita politica è dettata. La classe agiata può mantenere tutti i posti ministeriali e ufficiali importanti nelle proprie mani, e può manipolare il sistema elettorale a proprio favore corrompendo l’elettorato, direttamente o indirettamente. Anche quando per qualche sfortunata coincidenza un governo che rappresenta le classi più povere arriva al potere, i ricchi possono solitamente ricattarlo minacciando di esportare capitali. Soprattutto, quasi la completa vita culturale e intellettuale della comunità — giornali, libri, istruzione, film, radio — è controllata da uomini facoltosi che hanno il massimo interesse a impedire la diffusione di certe idee. Il cittadino di un paese democratico è “condizionato” fin dalla nascita, meno rigidamente ma non molto meno efficacemente di quanto lo sarebbe in uno stato totalitario.

E non vi è certezza che il dominio di una classe privilegiata possa essere spezzato con mezzi puramente democratici. In teoria, un governo laburista potrebbe entrare in carica con una chiara maggioranza e procedere immediatamente a stabilire il socialismo per legge parlamentare. Nella pratica le classi agiate si ribellerebbero, e probabilmente con successo, perché avrebbero dalla loro parte la maggioranza dei funzionari permanenti e gli uomini chiave nelle forze armate. I metodi democratici sono possibili solo dove esiste una base abbastanza ampia di accordo fra tutti i partiti politici. Non c’è una forte ragione per pensare che un cambiamento veramente fondamentale possa mai essere raggiunto pacificamente.

Ancora, spesso si sostiene che l’intera facciata della democrazia — libertà di parola e di assemblea, sindacati indipendenti e così via — debba crollare non appena le classi agiate non sono più in grado di fare concessioni ai loro dipendenti. Si dice che la “libertà” politica sia semplicemente un espediente, un sostituto incruento della Gestapo. È un dato di fatto che i paesi che chiamiamo democratici sono solitamente paesi prosperi — nella maggior parte dei casi sfruttano manodopera a basso costo, direttamente o indirettamente — e anche che la democrazia, come la conosciamo, non è mai esistita se non in paesi marittimi o montuosi, cioè paesi che possono difendersi senza la necessità di un enorme esercito permanente. La democrazia accompagna, e probabilmente richiede, condizioni di vita favorevoli; non ha mai prosperato in stati poveri e militarizzati. Si dice che, se si togliesse la posizione protetta dell’Inghilterra, essa tornerebbe prontamente a metodi politici barbarici come quelli della Romania. Inoltre, ogni governo, democratico o totalitario, si basa in ultima analisi sulla forza. Nessun governo, a meno che non voglia agevolare la propria caduta, può o mostra il minimo rispetto per i “diritti” democratici quando viene seriamente minacciato. Un paese democratico che combatte una guerra disperata è costretto, proprio come un’autocrazia o uno stato fascista, ad arruolare soldati, costringere il lavoro, imprigionare i disfattisti, sopprimere i giornali sediziosi; in altre parole, può solo salvarsi dalla distruzione cessando di essere democratico. Le cose per cui si suppone stia combattendo vengono sempre abbandonate appena inizia il combattimento.

Questo, in grossolana sintesi, è il caso contro la democrazia “borghese”, avanzato sia dai fascisti sia dai comunisti, sebbene con differenze di enfasi. In ogni punto bisogna ammettere che contiene molta verità. Eppure, perché è in definitiva falso, perché chiunque sia cresciuto in un paese democratico sa quasi istintivamente che c’è qualcosa di sbagliato in tutta questa linea di argomentazione?

Ciò che non va in questa comune smascheramento della democrazia è che non riesce a spiegare l’insieme dei fatti. Le effettive differenze nell’atmosfera sociale e nel comportamento politico tra paese e paese sono molto più grandi di quanto possa spiegare qualsiasi teoria che liquidi leggi, usanze, tradizioni, ecc. come mera “sovrastruttura”. Sulla carta è molto semplice dimostrare che la democrazia è “proprio la stessa cosa” (o “proprio così cattiva come”) il totalitarismo. Ci sono campi di concentramento in Germania; ma poi ci sono campi di concentramento in India. Gli ebrei sono perseguitati ovunque regni il fascismo; ma che dire delle leggi segregazioniste in Sud Africa? L’onestà intellettuale è un crimine in qualsiasi paese totalitario; ma anche in Inghilterra non è esattamente redditizio parlare e scrivere la verità. Questi paralleli possono essere estesi all’infinito. Ma l’argomento implicito lungo tutto il percorso è che una differenza di grado non è una differenza. È vero, ad esempio, che c’è persecuzione politica nei paesi democratici. La questione è quanto. Quanti rifugiati sono fuggiti dalla Gran Bretagna o dall’intero Impero Britannico negli ultimi sette anni? E quanti dalla Germania? Quante persone che conosci personalmente sono state picchiate con manganelli di gomma o costrette a ingoiare litri di olio di ricino? Quanto pericoloso pensi che sia entrare nel pub più vicino ed esprimere la tua opinione che questa sia una guerra capitalista e che dovremmo smettere di combattere? Puoi indicare qualcosa nella storia recente britannica o americana che si possa paragonare alla notte dei lunghi coltelli, ai processi trotskisti russi, al pogrom seguito all’assassinio di Von Rath? Un articolo equivalente a quello che sto scrivendo potrebbe essere stampato in un paese totalitario, rosso, marrone o nero? Il Daily Worker è appena stato soppresso, ma solo dopo dieci anni di vita, mentre a Roma, Mosca o Berlino non avrebbe potuto sopravvivere dieci giorni. E durante gli ultimi sei mesi della sua esistenza, la Gran Bretagna non era solo in guerra ma si trovava in una situazione più critica che mai dai tempi di Trafalgar. Inoltre — e questo è il punto essenziale — anche dopo la soppressione del Daily Worker, ai suoi redattori è permesso fare clamore pubblico, rilasciare dichiarazioni a propria difesa, porre interrogazioni in Parlamento e ottenere il sostegno di persone benintenzionate di vari orientamenti politici. La rapida e definitiva “liquidazione”, che sarebbe scontata in una dozzina di altri paesi, non solo non avviene, ma la possibilità che possa accadere a malapena sfiora la mente di chiunque.

Non è particolarmente significativo che fascisti e comunisti britannici abbiano opinioni pro-Hitler; ciò che è significativo è che osano esprimerle. Facendolo, ammettono silenziosamente che le libertà democratiche non sono del tutto un’illusione. Durante gli anni 1929-34 tutti i comunisti ortodossi erano convinti che il “socialfascismo” (cioè il socialismo) fosse il vero nemico dei lavoratori e che la democrazia capitalista non fosse affatto preferibile al fascismo. Tuttavia, quando Hitler salì al potere, decine di migliaia di comunisti tedeschi — ancora sostenendo la stessa dottrina, che fu abbandonata solo più tardi — fuggirono in Francia, Svizzera, Inghilterra, Stati Uniti o in qualsiasi altro paese democratico che li avrebbe accolti.

Con le loro azioni avevano smentito le loro parole; avevano “votato con i piedi”, come disse Lenin. E qui si trova il miglior vantaggio che la democrazia capitalista può offrire. È il comparativo senso di sicurezza goduto dai cittadini dei paesi democratici, la consapevolezza che quando parli di politica con un amico non c’è un orecchio della Gestapo incollato alla serratura, la convinzione che “loro” non possano punirti a meno che tu non abbia infranto la legge, la convinzione che la legge sia al di sopra dello Stato. Non importa che questa convinzione sia in parte un’illusione, come lo è, ovviamente. Perché un’illusione diffusa, capace di influenzare il comportamento pubblico, è di per sé un fatto importante. Immaginiamo che il governo britannico attuale o futuro decida di proseguire la soppressione del Daily Worker distruggendo completamente il Partito Comunista, come è stato fatto in Italia e Germania. Probabilmente troverebbero il compito impossibile. Una persecuzione politica di quel tipo può essere attuata solo da una Gestapo a tutti gli effetti, che non esiste in Inghilterra e al momento non potrebbe essere creata. L’atmosfera sociale è troppo contraria, il personale necessario non sarebbe disponibile. I pacifisti che ci assicurano che se combattiamo contro il fascismo diventeremo “fascisti” dimenticano che ogni sistema politico deve essere gestito da esseri umani, e gli esseri umani sono influenzati dal loro passato. L’Inghilterra può subire molti cambiamenti degenerativi a causa della guerra, ma non può, eccetto forse per conquista, essere trasformata in una replica della Germania nazista. Può svilupparsi verso una sorta di austrofascismo, ma non verso il fascismo di tipo positivo, rivoluzionario, maligno. Il materiale umano necessario non c’è. Questo lo dobbiamo a tre secoli di sicurezza e al fatto che non siamo stati sconfitti nell’ultima guerra.

Ma non sto suggerendo che la “libertà” a cui si fa riferimento negli articoli di punta del Daily Worker sia l’unica cosa per cui valga la pena combattere. La democrazia capitalista non è sufficiente di per sé e, inoltre, non può essere salvata a meno che non si trasformi in qualcos’altro. I nostri statisti conservatori, con le loro menti morte, probabilmente sperano e credono che il risultato di una vittoria britannica sarà semplicemente un ritorno al passato: un altro Trattato di Versailles, e poi la ripresa della “normale” vita economica, con milioni di disoccupati, caccia al cervo nelle brughiere scozzesi, la partita Eton e Harrow l’11 luglio, ecc., ecc. I teorici contrari alla guerra dell’estrema sinistra temono o affermano di temere la stessa cosa. Ma questa è una concezione statica che non riesce, persino oggi, a comprendere il potere di ciò contro cui stiamo combattendo. Il nazismo può essere o meno un travestimento per il capitalismo monopolistico, ma in ogni caso non è capitalistico nel senso del diciannovesimo secolo. È governato dalla spada e non dal libretto degli assegni. È un’economia centralizzata, ottimizzata per la guerra e capace di utilizzare al massimo il lavoro e le materie prime di cui dispone. Uno stato capitalista all’antica, con tutte le sue forze che tirano in direzioni diverse, con armamenti bloccati per il bene dei profitti, idioti incompetenti che occupano alte posizioni per diritto di nascita e costante attrito tra le classi, ovviamente non può competere con una cosa del genere. Se la campagna del Fronte Popolare fosse riuscita e l’Inghilterra si fosse unita due o tre anni fa con la Francia e l’U.R.S.S. per una guerra preventiva — o minaccia di guerra — contro la Germania, il capitalismo britannico avrebbe potuto ricevere una nuova spinta vitale.

Ma questo non è successo e Hitler ha avuto il tempo di armarsi completamente ed è riuscito a dividere i suoi nemici. Per almeno un altro anno l’Inghilterra dovrà combattere da sola, e contro probabilità molto sfavorevoli. I nostri vantaggi sono, prima di tutto, la forza navale, e in secondo luogo il fatto che le nostre risorse sono nel lungo periodo enormemente maggiori, se possiamo utilizzarle. Ma possiamo usarle solo se trasformiamo il nostro sistema sociale ed economico da cima a fondo. La produttività del lavoro, il morale del fronte interno, l’atteggiamento nei nostri confronti dei popoli di colore e delle popolazioni europee conquistate, dipendono tutti in ultima analisi dal fatto che possiamo smentire l’accusa di Goebbels secondo cui l’Inghilterra è semplicemente una plutocrazia egoista che lotta per lo status quo. Perché se rimaniamo quella plutocrazia – e l’immagine di Goebbels non è del tutto falsa – saremo conquistati. Se dovessi scegliere tra l’Inghilterra di Chamberlain e il tipo di regime che Hitler intende imporci, sceglierei senza esitazione l’Inghilterra di Chamberlain. Ma questa alternativa non esiste realmente. In termini semplici, la scelta è tra il socialismo e la sconfitta. Dobbiamo andare avanti o perire.

La scorsa estate, quando la situazione dell’Inghilterra era più evidentemente disperata di quanto non lo sia ora, c’era una diffusa consapevolezza di questo fatto. Se lo stato d’animo dei mesi estivi è svanito, è in parte perché le cose sono andate meno disastrosamente di quanto la maggior parte delle persone allora si aspettasse, ma anche perché non esisteva un partito politico, un giornale o un individuo eccezionale che desse voce e direzione al malcontento generale. Non c’era nessuno in grado di spiegare, in modo tale da ottenere ascolto, perché ci trovavamo in quel pasticcio e quale fosse la via d’uscita. L’uomo che ha radunato la nazione è stato Churchill, un uomo dotato e coraggioso, ma un patriota del tipo limitato e tradizionale. In effetti, Churchill ha semplicemente detto: “Stiamo combattendo per l’Inghilterra”, e la gente si è radunata per seguirlo. Qualcuno avrebbe potuto muoverli dicendo: “Stiamo combattendo per il socialismo”? Sapevano di essere stati traditi, sapevano che il sistema sociale esistente era completamente sbagliato e che volevano qualcosa di diverso, ma era il socialismo ciò che volevano? Cos’era il socialismo, comunque? Fino ad oggi la parola ha solo un significato vago per la grande massa del popolo inglese; certamente non ha alcun fascino emotivo. Gli uomini non moriranno per esso in numeri simili a quelli per cui moriranno per il Re e il Paese. Per quanto si possa ammirare Churchill — e personalmente l’ho sempre ammirato come uomo e scrittore, per quanto poco mi piaccia la sua politica — e per quanto si possa essere grati per ciò che ha fatto l’estate scorsa, non è un terribile commento sul movimento socialista inglese che a questa data, nel momento del disastro, la gente guardi ancora a un conservatore per guidarli?

Quello che l’Inghilterra non ha mai avuto è un partito socialista che facesse sul serio e tenesse conto delle realtà contemporanee. Qualunque siano i programmi che il Partito Laburista possa mettere in agenda, è stato difficile negli ultimi dieci anni credere che i suoi leader si aspettassero o desiderassero vedere un cambiamento fondamentale nella loro vita. Di conseguenza, il sentimento rivoluzionario che esisteva nel movimento di sinistra si è disperso in vari vicoli ciechi, di cui quello comunista è stato il più importante.

Il comunismo fu fin dall’inizio una causa persa nell’Europa occidentale, e i partiti comunisti dei vari paesi presto degenerarono in semplici agenti pubblicitari per il regime russo. In questa situazione furono costretti non solo a cambiare le loro opinioni più fondamentali con ogni cambiamento della politica russa, ma anche a insultare ogni istinto e ogni tradizione delle persone che cercavano di guidare. Dopo una guerra civile, due carestie e una purga, la loro patria adottiva si era stabilizzata in un governo oligarchico, una censura rigida delle idee e l’adorazione servile di un Führer. Invece di sottolineare che la Russia era un paese arretrato dal quale avremmo potuto imparare ma che non potevamo aspettarci di imitare, i comunisti erano costretti a fingere che le purghe, le “liquidazioni”, ecc. fossero sintomi sani che qualsiasi persona di buon senso avrebbe voluto vedere trasferiti in Inghilterra. Naturalmente, le persone che potevano essere attratte da un tale credo, e rimanere fedeli ad esso dopo averne compreso la natura, tendevano ad essere tipi nevrotici o maligni, persone affascinate dallo spettacolo della crudeltà riuscita. In Inghilterra non riuscivano ad ottenere un seguito di massa stabile. Ma potrebbero esserlo, e rimangono un pericolo, per il semplice motivo che non esiste un altro gruppo di persone che si definiscono rivoluzionari. Se sei scontento, se vuoi rovesciare con la forza l’attuale sistema sociale e se desideri unirti a un partito politico impegnato in questo obiettivo, allora devi unirti ai Comunisti; effettivamente non c’è nessun altro. Non raggiungeranno i propri fini, ma potrebbero raggiungere quelli di Hitler. La cosiddetta Convenzione del Popolo, per esempio, non può ragionevolmente conquistare il potere in Inghilterra, ma potrebbe diffondere abbastanza disfattismo da aiutare molto Hitler in un momento critico. E tra la Convenzione del Popolo da una parte e il tipo di patriottismo del “mio paese, giusto o sbagliato” dall’altra, non esiste al momento una politica afferrabile.

Quando il vero movimento socialista inglese apparirà — e deve apparire se non vogliamo essere sconfitti, e la base per esso è già presente nelle conversazioni di un milione di pub e rifugi antiaerei — taglierà trasversalmente le divisioni di partito esistenti. Sarà sia rivoluzionario sia democratico. Mirerà ai cambiamenti più fondamentali e sarà perfettamente disposto a usare la violenza se necessario. Ma riconoscerà anche che non tutte le culture sono uguali, che i sentimenti nazionali e le tradizioni devono essere rispettati se le rivoluzioni non vogliono fallire, che l’Inghilterra non è la Russia, o la Cina, o l’India. Si renderà conto che la democrazia britannica non è del tutto una farsa, non semplicemente una “sovrastruttura”, ma al contrario è qualcosa di estremamente prezioso che deve essere preservato e ampliato, e soprattutto non deve essere insultato. È per questo che ho dedicato così tanto spazio sopra a rispondere ai soliti argomenti contro la democrazia “borghese”. La democrazia borghese non è sufficiente, ma è decisamente migliore del fascismo, e lavorare contro di essa significa tagliare il ramo su cui si è seduti. La gente comune lo sa, anche se gli intellettuali no. Si aggrapperanno molto fermamente all'”illusione” della democrazia e alla concezione occidentale di onestà e decenza comune. È inutile appellarsi a loro in termini di “realismo” e politica di potere, predicando le dottrine di Machiavelli nel gergo di Lawrence e Wishart. Al massimo, ciò che si può ottenere è la confusione del tipo che Hitler desidera. Qualsiasi movimento che possa radunare la massa del popolo inglese deve avere come elementi chiave i valori democratici che il marxista dottrinario considera “illusione” o “sovrastruttura”. O produrranno una versione del Socialismo più o meno in accordo con il loro passato, o saranno conquistati dall’esterno, con risultati imprevedibili ma certamente orribili. Chiunque tenti di minare la loro fiducia nella Democrazia, di intaccare il codice morale che deriva dai secoli protestanti e dalla Rivoluzione francese, non sta preparando il potere per sé, anche se può prepararlo per Hitler: un processo che abbiamo visto ripetersi così spesso in Europa che sbagliarsi sulla sua natura non è più scusabile.

*“Fascism and Democracy” / Fascismo e democrazia, trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico:George Orwell, Fascism and Democracy,  in Victor Gollancz (Edited by), The Betrayal of the Left, Londra, Victor Gollancz Ltd, 1941, pp. 206-215 (Cap. VIII).

*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025

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