(effe) — “Processi” generazionali artistici e letterari. Traduco qui in italiano nel mio Taccuino blu “Ante el tribunal” (Davanti al tribunale) dello scrittore uruguaiano Horacio Quiroga (1878-1937) che apparve ne «El Hogar» di Buenos Aires.
Horacio Quiroga — Ogni venticinque o trent’anni l’arte subisce uno shock rivoluzionario che la letteratura, per la sua vasta influenza e vulnerabilità, sente più duramente rispetto alle sue colleghe. Queste ribellioni, sommosse, ammutinamenti o come altro le si voglia chiamare, hanno una caratteristica dominante che consiste, per gli insorti, nella convinzione di aver finalmente risolto la formula dell’Arte Suprema.
Così accade oggi. Il momento presente ha trovato il suo vero dio, relegando nell’oblio tutta la fede errata del nostro passato artistico. Di questo, nemmeno le grandi figure contano. Sono passate. Indietro, dal momento in cui si parla, non esiste che una falange anonima di uomini che per errore si consideravano poeti.
Sono i vecchi.
Davanti a lei, viva e baldanzosa, si erge la falange, anch’essa anonima, ma detentrice nel complesso e in ciascuno dei suoi individui, dell’unica verità artistica. Sono i giovani, quelli che hanno finalmente trovato in questo mondo letterario ingannevole il segreto di scrivere bene.
Un giorno di questi, sono sicuro, dovrò presentarmi davanti al tribunale artistico che giudica i morti, come atto premonitore dell’altro, quello finale, in cui si giudicheranno i “vivi” e i morti.
Non mi serviranno a nulla le mie ferite ancora fresche per la lotta, quando combattei contro un altro passato e altri errori con la stessa ferocia che oggi si esercita su di me. Per venticinque anni ho lottato per conquistare, nei limiti delle mie forze, ciò che oggi mi viene negato. È stata un’illusione. Oggi devo presentarmi a esporre le mie colpe, che io consideravo virtù, e a salvare dall’abisso in cui precipita il mio nome, almeno un atomo della mia personalità.
Non credo che il tribunale che deve giudicarmi ignori completamente la mia opera. Qualcosa di ciò che ho scritto deve essere giunto alle loro orecchie. Solo questo potrebbe bastare per la mia difesa (quale migliore, in verità!), se i giudici dovessero considerare il mio caso isolato. Però, come ho avuto l’onore di avvertire, i valori individuali non contano. Tutto il dossier passatista sarà rivisto in blocco, e solo per grazia speciale si riserva ai meno errati la breve esposizione delle loro difese.
—*—
Ma ecco che, secondo le notizie di questo stesso istante, ho appena meritato questa distinzione. Ma quali speranze di assoluzione posso accarezzare, se ancora convalescente dalla mia lunga lotta contro la retorica, la dozzinalità, il cattivo gusto e la malafede artistiche, mi viene concesso a malapena in questa lotteria, il cui guadagno è già stato diviso in anticipo dai giovani, un minuscolo premio di consolazione?
Devo presentarmi. In modo semplice, quando arriverà il momento, dovrò esporre al procuratore accusatore le stesse cause per cui condannai i passatisti della mia epoca quando ero giovane e non l’anziano decrepito di oggi. Allora combattei affinché si vedesse nell’arte un compito serio e non vano, duro e non alla portata del primo ozioso…
— Perfettamente — mi diranno —; ma non generalizzi. Si concentri sul suo caso particolare.
— Molto bene — risponderò allora —. Ho lottato affinché non si confondessero gli elementi emotivi del racconto e del romanzo; poiché, sebbene identici nell’uno e nell’altro tipo di narrazione, si differenziavano essenzialmente nell’acutezza dell’emozione creatrice che, come una corrente elettrica, si manifestava con la sua forte tensione nel racconto e con la sua vasta ampiezza nel romanzo. Per questo i narratori la cui corrente emotiva raggiungeva grande tensione, chiudevano il loro circuito nel racconto, mentre i narratori in cui predominava la quantità, cercavano nel romanzo l’ampiezza sufficiente. Non ignoravano questo i passatisti del mio tempo. Ma ho portato alla lotta la mia stessa carne, senza altro risultato, nel migliore dei casi, che quello di essere etichettato come «autore di raccontini», perché erano brevi. Questo è ciò che ho fatto, signori giudici, per restituire all’arte ciò che è dell’arte, e il resto alla vanità retorica.
— Questo non basta per la sua difesa — mi obietteranno, senza dubbio.
— Bene —continuerò io—. Ho lottato affinché il racconto (dato che devo concentrarmi sulla mia sola attività) avesse una sola linea, tracciata da una mano ferma dall’inizio alla fine. Nessun ostacolo, ornamento o digressione doveva intervenire per allentare la tensione del suo filo. Il racconto era, per il fine intrinseco, una freccia che, attentamente puntata, parte dall’arco per colpire direttamente il centro del bersaglio. Quante farfalle provassero a posarsi su di essa per adornarne il volo, non farebbero altro che ostacolarlo. Questo è ciò che mi sono impegnato a dimostrare, dando al racconto ciò che è del racconto e al verso la sua virtù essenziale.
A questo punto devo sicuramente sentire la voce severa dei miei giudici che mi osservano:
— Nemmeno queste dichiarazioni lo sollevano in nulla dalle sue colpe… anche nell’ipotesi che lei ne abbia utilizzato una millesima parte a suo vantaggio.
— Bene — tornerò a dire con voce ancora sicura, anche se ormai senza alcuna speranza di assoluzione —. Io sostenevo, onorevole tribunale, la necessità nell’arte di ritornare alla vita ogni volta che essa perde temporaneamente il suo concetto; ogni volta che sulla sottilissima trama dell’emozione sono state costruite schiaccianti teorie. Ho cercato infine di dimostrare che così come la vita non è un gioco quando se ne ha coscienza, nemmeno l’espressione artistica lo è. E questo impegno nel sostituire con giocose elucubrazioni la mancanza di profondità emotiva, e quella totale rinuncia alle forze creative che nell’arte si chiamano immaginazione, tutto questo fu ciò che combattei per venticinque anni, fino a giungere oggi, stanco e ancora sanguinante da quella lotta incessante, davanti a questo tribunale che deve aprire per il mio nome le porte al futuro, o chiuderle definitivamente.
—*—
… Chiuse. Per sempre chiuse. Devo abbandonare tutte le illusioni che un giorno avevo messo nel mio lavoro. Così decide l’onorevole tribunale, e oppresso dal peso della sentenza, mi allontano da lì a passo lento. Un’idea, una speranza, un pensiero fugace arriva all’improvviso a rinfrescare la mia fronte con il suo alito cordiale. Quei giudici… Oh, non costa molto prevedere la decadenza imminente in quei giovani che hanno cancellato il passato con un colpo di penna, e che fra trent’anni — forse meno — dovranno comparire davanti a un altro tribunale che giudicherà i loro molti errori. E allora, se mi è permesso tornare un attimo dal passato… allora avrò un po’ di curiosità nel vedere quali opere di quei giovani siano riuscite a sopravvivere al dolce e naturale oblio del tempo.
*”Ante el tribunal” / Davanti al tribunale (letterario), trad. it. © Fabrizio Pinna (effe) | 2025. Riferimento bibliografico: Horacio Quiroga, Ante el tribunal, «El Hogar» (Buenos Aires) A. XXVI, n. 1091, 11 settembre 1930.
Altri scritti di Horacio Quiroga, in “S-Composizioni in Rivista”: https://www.rivistascomposizioni.eu/tag/horacio-quiroga/
*Il Taccuino blu di effe (Fabrizio Pinna) | 2025
