Splendori e fallimenti della controcultura

di Alfredo Sgarlato – Dopo il doveroso omaggio a Jack Kerouac, che della controcultura fu padre spirituale, torniamo al bell’articolo di Maurizio Bianchini sulla rivista Blow Up, a proposito dei cinquant’anni dall’uscita di “Easy rider”, che terminava dicendo che adesso è il caso di riflettere su come la controcultura degli anni ’60, per quanto splendida e meravigliosa, abbia poi finito per generare i peggiori obbrobri di oggi, ovvero il “politicamente corretto” e le “narrazioni alternative”.

Sul politicamente corretto abbiamo già scritto, riprendo paro paro: il politicamente corretto nasce con uno scopo sacrosanto: non offendere chi è percepito come diverso. Che poi esistano persone percepite come diverse (o addirittura inferiori), cioè il vero cuore del problema, rimane nodo irrisolto. Ma come sempre un’idea diventa ideologia, dogma, coi suoi zelanti zeloti, che inseguono un ideale di purezza, vedi le magnifiche pagine di Kundera sull’argomento, e allora un movimento progressista, inclusivo, diventa reazionario, divisivo. E crea il suo contrario, altrettanto se non ancora più fastidioso, scatenando zeloti di senso opposto che riciclano articoli poco letti e ancora meno capiti, spargono fake news e innalzano battutisti da bar di periferia a opinionisti “fuori dal coro”. Contribuendo così a un dibattito intellettuale sempre più misero e inutile, fermo restando che casi come quello della censura a Paolo Nori, reo di parlare di uno scrittore russo, vadano considerato idiozia pura molto più che politically correctness.

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Ma sarà un guasto del politicamente corretto o della società dello spettacolo (Debord docet) il dover dare spazio a opinionisti alternativi, o controcorrente (i “conformisti fuori dal coro”, qui docet Arbasino), anche quando sostengono idee deliranti? Senza soffermarci su quanto le opinioni “alternative” siano influenzate da una cupola di potere, rimando alla corposa letteratura su casi come “la bestia” di Morisi, in nome della libertà di pensiero e di espressione siamo davvero disposti a dare la parola a un nazista? (E già immagino gli zelanti zeloti dell’alternativa a tutti i costi tirare fuori uno dei loro artifici retorici preferiti, la “reductio ad Hitlerum”).

E qui andiamo a ripescare un libro culto della controcultura degli anni ’70, “Il mattino dei maghi”, di Louis Pauwels e Jacques Berger, spesso non attendibile ma di grande interesse, specie quando affronta la genesi per l’appunto del nazismo. Questo, a differenza delle destre italiane, quasi sempre derivate dal sogno di gloria di un narcisista arrogante e adattate alla bisogna a slogan raccogliticci, aveva una sua profonda base culturale. E questa si poneva come alternativa assoluta, sia al positivismo, al capitalismo borghese, alla democrazia liberale, alla cultura scientifica, sia al marxismo, cioè alla vera alternativa dell’epoca, per proporne una propria.

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Rudolph Hess, teorico del nazismo esoterico

Fondamenti dell’ideologia nazista sono razzismo e antisemitismo, e quindi il loro braccio armato, la teoria del complotto. Questa ha radici fin nel medioevo, incolpando una società più o meno segreta, di volta in volta i gesuiti, i templari, i rosacroce (in realtà mai esistiti) di voler dominare il mondo, per poi sistematizzarsi nel delirio antisemita dei falsi “Protocolli dei Savi di Sion”. Ne consegue, tra l’altro, il rifiuto della scienza e dell’arte moderne, viste come giudaiche (interrogarsi sul perché i maggiori movimenti culturali nascano in ambienti opposti ai loro non passa minimamente nella mente dei reazionari, se non appunto creando strampalate ipotesi di complotto), per sostituirle con una visione del mondo propria, basata su mitologie arcaiche nordiche e orientali. E proprio queste sono il cavallo di Troia della contaminazione tra controculture.

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Cosa centra il nazismo con le controculture degli anni ’60/’70? Nulla. Eppure provate a navigare nei siti di medicina, alimentazione, stile di vita “alternativi”, e troverete link ad articoli sui “bravi ragazzi che nel ’43 scelsero la patria e l’onore”, o addirittura sui “banchieri bolscevichi” (non credevo ai miei occhi, ma vi giuro che l’ho trovato). La ricerca di uno stile di vita più legata alla natura o alle tradizioni, peraltro rispettabilissima, unisce gli opposti estremismi, e spesso con effetti deleteri.

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Un pamphlet (anonimo) contro la controcultura

Quello degli opposti estremismi è un concetto che avevo sempre trovato risibile, e invece la loro congiunzione è oggi fortissima, in nome di puntigli spesso fraintesi, per esempio l’antiamericanismo (paese dove tutte queste controculture nascono), con la regia occulta di siti gestiti da contropoteri tutt’altro che in buona fede. E allora rifacciamoci all’ultima e più gloriosa controcultura, il punk, e ricordiamoci che, come cantavano i Sex Pistols, “nessuno è innocente”, e “don’t believe the hype”, non credere nei media, che siano ufficiali o “alternativi”.

A volte penso che la storia del Partito Comunista e dell’Unione Sovietica sia stata tutta una trovata per screditare in eterno la sinistra. I conservatori non sono solo una manica di stronzi, ma pure brutti dal primo all’ultimo.”

William S. Burroughs, lettera ad Allen Ginsberg

(a proposito di narrazioni non “mainstream”, controcultura beat e politicamente scorretto)