Riletture: Il Maestro e Margherita

di Alfredo Sgarlato – Molti anni fa, liceale curioso, mi diedi alla lettura de “Il Maestro e Margherita”, di Michail Bulgakov, solo perché l’avevo visto leggere a una zia a cui ero particolarmente legato. Non ci capii nulla, ma ricordo che mi era piaciuto, se non altro per lo strano fatto che i due personaggi del titolo sono in fondo minori rispetto al vero protagonista del romanzo. Molti anni dopo, laureato ancora più curioso, volli completare la lettura di Bulgakov, leggendo i romanzi brevi, facili da trovare in edizione ultraeconomica. Non mi piacquero: quelle storie così intrise di satira politica ma filtrata dal simbolismo per sfuggire alla censura, così lontane nel tempo e nello spazio, mi parevano molto difficili da godersi per chi le leggesse qui e ora, sensazione che provo per molti scrittori russi del primo ‘900, vedi Danil Charms; pensavo, leggendole, a un autore a me caro in quegli anni, Stefano Benni, che sarebbe risultato incomprensibile a un lettore russo del 2050 (in realtà leggendo Benni in quegli anni mi chiedevo quanto avesse senso inventare personaggi ispirati a Fini, Previti, Ambra Angiolini, che tra qualche anno sarebbero stati dimenticati, a parte forse Ambra: ci ho azzeccato).

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Già, perché il vero protagonista del romanzo di Bulgakov, che volli rileggere in età matura, è Voland, diavolo eppure deus ex machina della storia. Un diavolo beffardo, caotico, dionisiaco come è giusto che un diavolo sia: metafora di Stalin, con cui Bulgakov ebbe rapporti burrascosi? No, perché Voland, tutto sommato è un buon diavolo, sono gli scrittori di regime e non di talento quelli che patiranno i suoi scherzi, e sarà lui a coronare il sogno d’amore del Maestro e Margherita. Ecco gli altri due eroi della storia, la donna bellissima e mal maritata e lo scrittore di insuccesso, due topoi ricorrenti nella letteratura contemporanea (verrebbe da dire, con una delle orribili semplificazioni della TV di oggi la pupa e il secchione, ma è ovvio che siano molto di più). Non solo Voland permette il loro amore, ma lo rende immortale, tema caro ai surrealisti di ogni epoca, cui neanche Bulgakov si sottrae. E, nella parte secondo me più debole del romanzo, Voland permette a Ponzio Pilato di emendare i propri peccati, e qui Bulgakov anticipa il postmoderno di mezzo secolo, mescolando storia, romanzo nel romanzo, trattato di teologia.

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Il Maestro e Margherita (Мастер и Маргарита)” impegnò Bulgakov per gran parte della sua breve vita: morì prima di compiere 49 anni, nel 1940, per una nefrosclerosi; aveva contratto il tifo mentre era medico militare durante la prima guerra mondiale, e la sua salute era minata da una vita di stenti. Più volte aveva chiesto di poter abbandonare l’URSS, temendo che il futuro gli avrebbe riservato “soltanto la miseria, il vagabondaggio e la morte”. Ma Stalin, che per certi versi lo ammirava, gli negò sempre la possibilità di espatriare. Il romanzo uscì postumo nel 1967, ma da anni circolava clandestinamente. Fu un grande successo di critica e pubblico, Montale l’adorava, pare che abbia ispirato “Simpathy for the devil” dei Rolling Stones.

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Ne è stata tratta anche una versione cinematografica, nel 1972, diretta da Aleksandar Petrović, con l’adorabile Mimsy Farmer come Margherita, Ugo Tognazzi come Maestro e Alain Cuny come Voland, film che non ho mai visto ed è considerato deludente dalla critica: comprensibile come spesso accade con romanzi complessi e visionari (vedi “Nightmare Alley”, al cinema “La fiera delle illusioni”), che possono essere solo semplificati o reinterpretati. Molti interpretazioni esoteriche, mistiche, sociopolitiche, si trovano in rete di questo romanzo magnetico, a tratti esilarante, fuori dal tempo e dalle mode: ovviamente lasciano tutte il tempo che trovano, leggetevi il libro e ricordatevi che il diavolo non è brutto come lo si dipinge, i dittatori sì.