Gran finale per l’Albenga Jazz Festival

Tradizioni e avanguardia si fondono alla perfezione grazie a grandi musicisti

di Alfredo Sgarlato – Grande giornata conclusiva per l’Albenga Jazz Festival; si inizia nel tardo pomeriggio con l’esibizione di Andrea Zanzottera, pianista spezzino, compositore, autore di colonne sonore per Werner Herzog, Emanuele Conte, e molti altri. Si cimenta in un’improvvisazione totale, senza partire da un tema: un flusso di coscienza che spazia dal jazz più moderno al blues, passando per le citazioni dei Rolling Stones (RIP Charlie Watts, grande fan di Miles Davis e John Coltrane), le variazioni minimali alla Philip Glass e la fuga barocca. Nonostante sia completamente improvvisata la musica è sempre molto melodica, le dita viaggiano soprattutto sulla parte centrale della tastiera, senza virtuosismo fine a se stesso. Grande apprezzamento da parte dei presenti per un concerto molto coinvolgente.

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In serata doppio appuntamento: primo set con il fisarmonicista francese Vincent Peirani in solo, un’anteprima per il pubblico italiano. Nizzardo, classe 1980, Peirani non è molto noto nel nostro paese, mentre vince premi su premi in Francia, dove si cimenta nel jazz come nella classica o nel rock. L’altissimo musicista apre con un brano proprio, Corale, con un lungo ostinato sui bassi e minime variazioni atmosferiche, quindi il tradizionale Shenandoah, con citazioni da Naima di Coltrane, l’indimenticabile Smile, di Chaplin, e per finire una composizione dell’eclettico brasiliano Egberto Gismonti. Quasi un’ora di musica totale, molto intima, emotivamente pregnante, a cui il folto pubblico presente ha trovato un unico difetto, essere finita troppo presto.

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Il rimpianto per l’uscita di scena di Peirani è prontamente cancellato dall’esplosivo concerto del quintetto di Helga Plankensteiner, alle prese con la musica di Jelly Roll Morton. Costui necessita di alcune righe di presentazione: nato Ferdinand Joseph LaMothe a New Orleans, data imprecisata, probabilmente 20 settembre 1890, affermava di avere inventato lui il jazz nel 1902… Fanfarone, attabrighe, amato/odiato dai colleghi per il suo caratteraccio e il talento innegabile, un soprannome dovuto all’abilità amatoria, scrisse brani notevolissimi, contribuendo all’evoluzione dei ragtime contaminandolo col tango e con altre musiche che venivano dalle comunità non afroamericane. Ebbe grandissimo successo negli anni ’20 per poi essere dimenticato e morire a poco più di cinquant’anni.

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Il quintetto ha una formazione particolare, la prima fila affidata totalmente ai cosiddetti strumenti “bruni”, Helga Plankensteiner sax baritono, Achille Succi clarinetto basso, Glauco Benedetti tuba, più Michael Lösch al piano e Marco Soldà alla batteria. La musica, ritmatissima grazie all’incessante pompare della tuba e al drumming geometrico e fantasioso di Soldà, è una riuscita fusione di tradizione e avanguardia: le melodie sono quelle tipiche del ragtime, i temi più belli di Morton come Bogaboo, Freakish, Black Bottom Stomp, acchiappano dalle prime note, mentre i solo sono modernissimi, persino free in alcuni passaggi. Perfetta l’alchimia tra parti corali e solo, con Plankensteiner e Succi protagonisti di alcune improvvisazioni impeccabili per stile e inventiva, ma tutti e cinque i musicisti hanno fornito una prestazione da incorniciare, vorrei sottolineare la bravura del batterista Marco Soldà, che ha accompagnato alla perfezione. Non siamo distanti dai lavori di Shabaka Hutchings, il nome più (giustamente) acclamato del jazz contemporaneo.

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Si conclude così una manifestazione di altissimo livello (fondamentale per la riuscita il contributo dei tecnici del suono, Alessandro Mazzitelli per le serate, Emanuele Gianeri e Simone Mel per i pomeriggi), e che può solo migliorare ancora, data la competenza dell’ organizzazione de Le Rapalline In Jazz, se pubblico e istituzioni continueranno a crederci e ad affollare le piazze come hanno fatto quest’anno.

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*Foto di Cinzia Vola