Elogio agli Elzeviri

La veste elzeviriana mi pare ancora, tutto sommato, la più diafana tra le vesti simboliche del pensiero

tipografia

(di Eugenio Giovannetti) – Il lettore, nel carattere tipografico dell’articolo di fondo nella terza pagina di certi giornali, vede la città olandese di Leida, ben più a fondo di quel che l’abbia vista un viaggiatore frettoloso. Cotesti caratteri elzeviriani, usciti da Leida tre secoli or sono, gliene danno ancora l’idea più acuta poiché rappresentano, come nessun altro monumento o documento, quello che fu ed è il genio della città: l’amore della precisione attraverso la concentrazione, o, se lo preferite, la ricerca del nitido nel profondo, dello scintillante nel razionale, del più chiaro nel meno spazioso.

Leida ha ben poco da dirvi in superficie. Il suo grazioso palazzo pubblico è stato distrutto dal fuoco e l’università è ancor piena di teologica ombrosità contro cui lottano male i disegni goliardici a carbone, che uno studente ottocentesco ha improvvisati su le pareti e che le guide illustrano con una compiacenza eccessiva. Gli ex goliardi degli altri paesi vi apprendono soltanto che, per la studentesca di Leida, i debiti sono simboleggiati dall’orso.

Occorre proprio il ricordo a dei tipografi Elzeviri per risuscitare nella fantasia la buona Leida degli studi. Gli Elzeviri la ricongiungono d’improvviso con la repubblica universale delle lettere, e, attraverso la platonica vastità, anche gli umili silenzi della Leida paiono ad un tratto allargarsi ed illuminarsi. Ed ecco, per sì tacito chiarore, tornarci in mente qualche volume della nostra piccola biblioteca venutoci dalla vecchia Leida. Ecco la diligentissima filologia olandese così calda ancor oggi e così elegante nelle sue raccolte. Contro la regalità demagogica, anche la filologia era, in Olanda, aristocratica e repubblicana. L’ardimento editoriale di questi tipografi leidiani ed amsterdamiani, in barba alla ringhiosa teologia universitaria, ha alimentato liberi studi europei e la virilità repubblicana e le simpatie universali di pubblicisti come Spinoza e come Grozio; e la fiera di Francoforte che diffondeva ogni anno per l’Europa colta questa nitida stampa e questo gagliardo sentimento: l’unità insomma e la progressività incoercibile del pensiero moderno, di cui i caratteri elzeviriani rimangono ancora il simbolo più brillante e più familiare. Sicuro! I caratteri tipografici che hai sott’occhio, caro lettore, partiti tre secoli or sono dalla città di Leida, nella loro nitida sobrietà, rappresentano ancora, di per se stessi, una gloriosa avanguardia della ragione militante. I fonditori tedeschi ripresero poi i caratteri elzeviriani e li trasmisero anche ai giornali italiani.

Vista con quest’occhio, come città della ragione la patria degli Elzeviri è ben istruttiva. Essa è più che mai vivente perché gli olandesi difettano di fantasia storico-politica, hanno, in compenso, una straordinaria fantasia razionale, che li ha messi alla testa degli studi scientifici. Leida è, nel Novecento, l’arce silenziosa della fisica e della matematica, la città del grande Lorentz che ha aperto la via ad Einstein ed ha dato al secolo la teoria degli elettroni. La città è diventata dunque quale avrebbe potuto sognarla, tre secoli or sono, un fisico ed un matematico che l’amava e vi soggiornava volentieri, anche se sospetto ai teologi dell’università: Cartesio.

Leida è, nell’Europa del Novecento tutta chiusa nell’ermetismo delle sue formule matematiche, lo spirito scientifico vi regna nella sua più aristocratica solitudine. Le bubbole dell’estetismo letterario e storicistico non penetrano in questa rocca d’una fantasia razionale che mira diretta al dominio teoretico ed ha, quindi, il caldo e lo scintillio della ragione, la vera grande poetessa. Qui s’è fortemente invogliati a credere che la generosa ricerca dell’utile non sia, quale il nostro estetismo suole immaginarla, una negazione dell’ideale; e che sia invece la conquista inesauribile dell’ideale attraverso il reale. I caratteri elzeviriani serbano qualcosa di quello che fu ed è il genio della chiarità militante.

La coltura olandese non lascia città morte sulla sua via: e Leida rappresenta oggi, nella vita dello spirito, lo stesso limpido amore di precisione, cioè di verità approfondita e nitidizzata, che vi rappresentavano, un trecento anni fa, gli stampati uscenti dalla tipografia di Luigi Elzevier che, per la libertà della sua fede religiosa, era emigrato qui da Louvain. Luigi Elzevier era il fondatore della grande dinastia tipografica che, diramandosi ad Amsterdam e all’Aia, per merito di Bonaventura e di Abramo, doveva regnare su tutto il Seicento. E lo stesso amore della verità approfondita e nitidizzata era, a quei giorni, in un giovinastro di Leida, Jan Steen, che disertava forse l’Università per ritrarre dal vero la pescheria di Leida e doveva diventare il pili arguto fra i pittori di Olanda. E lo stesso amore, asceso ai più alti vertici, era nell’ospite di Leida, in Cartesio, in quell’ometto tutto vestito di nero come un qualsiasi borghese d’Olanda, con gli occhi scintillanti sotto le brune boscose sovracciglia e con la grande bocca amara. Anche in questa città, una delle più care al suo volontario esilio olandese, Cartesio ha certo meditato in letto, com’era sua abitudine, prendendo appunti e aspettando nel silenzio il grave mezzodì. E qui, in Leida, doveva vedere la luce il primo libro di Cartesio, il Discours de la méthode. Non amava i libri e non ne voleva per casa, perché trovava che non occorrono per vivere e men che mai per pensare: ma quand’ebbe pronta la materia, cercò anche lui un buon editore. « Sarei contento — diceva — se tutta l’opera fosse stampata in bei caratteri e su buona carta: e vorrei averne almeno un duecento copie per la distribuzione. »

L’editore si trovò infatti qui e fu Jan Maire, un buon tipografo che aveva già stampato insieme con gli Elzeviri Veditio nova delle poesie di Heinsius, un delizioso volume che si vede al Museo Plantin d’Anversa. II Discours de la méthode apparve anonimo a Leida nel 1637: e anche questo volume, uno dei monumenti dello spirito umano ed il punto di partenza del pensiero moderno, brilla nella collezione tipografica del Museo Plantin. La raccolta elzeviriana di quel museo non è grande ma ha qualche squisito esemplare.

I caratteri elzeviriani rappresentano dunque, per lo spirito moderno, una delle più vive gioie: quella della più ariosa chiarezza conciliabile con la più austera economia. I caratteri elzeviriani rappresentano la gioia alata e succosa dell’ape: una sostanziosità diafana. Leida ha veramente fatto all’occhio e alla mente il dono più fresco: quello del mattino.

La ragione militante, incalzata dalle macchine e dalla nuova architettura, tende ora ad appesantire un po’ l’estetica tipografica, introducendo anche nei segni la logica delle masse dinamizzate. Il carattere tipografico mira ormai alla evidenza immediata più che alla suggestione aristocratica. Non nego che ci possa essere anche una bellezza architetturale dei simboli: ma questa bellezza massiccia può avviarci ad un nuovo barocco tipografico, ben lontano, per esempio, dalla gravità festosa dei caratteri bodoniani.

La veste elzeviriana mi pare ancora, tutto sommato, la più diafana tra le vesti simboliche del pensiero. Nata con i grandi maestri della filosofia moderna, essa ci parla ancora della chiarità ardita delle loro costruzioni. Indossare una simile veste, è ancora una grande festa per l’occhio e per l’anima. L’elzeviro respira già l’atmosfera dell’«essay». La ragione sbrigliata di Bacone e quella metodica di Cartesio vi hanno lasciato qualcosa della loro chiarezza.

Leida, attraverso i suoi Elzeviri, sa insomma persuaderci la gioia e la gloria della rettitudine intellettuale: e quindi il disprezzo di tutti gli equivoci estetismi che contristano la nostra vita interiore. Un ottimismo coraggioso splende più che mai attraverso i caratteri di Luigi Elzevier e dei suoi figli, che ci dicono dopo tre secoli: Solo quel che si fonda sulla chiarezza e sull’ innamorata fantasia resta giovane.

Eugenio Giovannetti (un elzeviro sugli elzeviri apparso nel “Mattino di Roma” il 25 gennaio 1948)


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