Due o tre cose che so di Fellini nel giorno del suo centesimo compleanno

di Alfredo Sgarlato – Una sera di tanti anni fa, ventenne al primo anno di psicologia e agli inizi della passione per il cinema, di ritorno dal lungo viaggio dall’università a casa, accesi la tv, scoprendo che il programma che doveva andare in onda era saltato. Al suo posto iniziava un ciclo di film ideato dal grande Claudio G. Fava, intitolato “La camera dell’inconscio”, in collaborazione con noti psicoanalisti. Che festa per me! Mi accinsi alla visione del primo film “8 e 1/2” di Federico Fellini, sebbene i miei primi incontri col Maestro fossero stati negativi: una fugace visione da bambino de “I clown” mi aveva addirittura spaventato, e il caotico e irrisolto “La città delle donne” (a posteriori il suo film peggiore) mi aveva molto deluso. Che meraviglia invece provai alla visione di quel film, un’autentica immersione dell’inconscio di un genio, meraviglia doppiata poco tempo dopo da una visione pomeridiana de “I vitelloni“, ritratto della vita di provincia in cui molto mi riconobbi. Ricordo con altrettanta passione la visione successiva di “Mon oncle d’Amerique” di Alain Resnais, mentre “Sussurri e grida” di Bergman era ancora troppo oltre per il me ventenne. In seguito rividi “8 e 1/2” insieme a mio fratello, e lui dopo la visione mi chiese: ma come si fa a fare un film così bello? Ascolto spesso interviste con registi alla radio, quando sono giapponesi o coreani capisco solo una parola tra quelle che pronunciano: Fellini, e così avviene con tanti altri.

RobertoMichels

Cosa si può dire ancora di Fellini a cento anni dalla nascita? La scrittrice e attrice Chiara Lagani dice che uno spettacolo per arrivare al pubblico deve contenere tre elementi: biografico, di cronaca e mitico/archetipico. Chi più di Fellini ha saputo farlo? Lui è l’uomo che è diventato un aggettivo, come Kafka (e poi Fantozzi…) con la sua visione barocca e fantasmagorica del mondo. Nei suoi film si racconta la vicenda di un vero italiano (non un Arciitaliano come Malaparte o Pansa, quelli “sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori” – Flaiano dixit – e non un antiitaliano), un provinciale, eterno adolescente, come il Titta di “Amarcord” perennemente in pantaloni corti, come Salgari, Pratt, Paolo Conte, che fugge da una realtà modesta creando mondi esotici che esistono solo nella sua fantasia (e in quella dei suoi alter ego Flaiano e Tullio Pinelli), volando come lo zio di Giulietta (“degli spiriti” ndr) che fugge con la ballerina su un meraviglioso biplano di stracci. E qui entrano in gioco il Mito, gli Archetipi, specie dopo l’esperienza della psicoanalisi con lo junghiano Ernst Bernhard, che rappresentano soprattutto quello che per un vero italiano eterno adolescente è il mistero assoluto: la Donna, rappresentata come entità seduttrice, irraggiungibile, a volte mostruosa (ma sarebbe meglio dire barocca), spesso moltiplicata nei suoi stereotipi, anche qui in una visione adolescenziale che non sa unire la moglie, l’amante, la fata, la selvaggia. E non manca il confronto con la cronaca, dalla crisi dell’intellettuale in “La dolce vita“, al prevalere della televisione, e della pubblicità, suoi nemici giurati, negli ultimi film; ma non manca il confronto con la Storia, in Amarcord, uno dei pochi film italiani veramente antifascisti, dove sfotte l’aspetto pagliaccesco che è insito nelle dittature, o nel profetico “E la nave va“, l’ultimo capolavoro.

Fellini diceva di non andare al cinema, di non conoscerlo a parte Chaplin, Laurel e Hardy e Topolino; ma si sa che amava Bergman e Kurosawa, Resnais e Mario Bava. Con loro, come con Kubrick e Simenon, aveva anche una reale amicizia: ma vissuta via lettera o telefono, perché di lasciare le loro ville (o isola, o castello, nel caso di Bergman e Kubrick) non se ne parlava assolutamente. Per questo motivo saltarono i progetti di un film a quattro mani Fellini/Bergman sulle donne, o di una Divina Commedia a cui a loro due doveva aggiungersi il grande giapponese. Quale posto occupa Fellini nella storia del cinema? Difficile dirlo, ma in fondo non è importante, non è una gara. A mio parere lui e Kubrick sono i vertici assoluti nel loro essere i perfetti opposti: geometrico, freudiano, razionale, pessimista l’americano, barocco, junghiano, magico, vitalista il riminese. Loro due, come altri nomi citati in questo articolo, rappresentano perfettamente il concetto di autore, colui che, come scriveva Truffaut, esprime una visione del mondo e una visione del cinema, categoria critica poi fin troppo abusata, da chi cerca aggrappandosi agli specchi le stimmate dell’autore nei piccoli maestri dell’action orientale, o esalta le visioni drogate o misere alla moda oggi.

Fellini credeva nella magia, nell’astrologia, nell’occulto: amava raccontare anedotti sul tema, ma chissà se erano veri, notoriamente era un gran bugiardo. Per esempio, raccontava di aver scelto Sergio Rubini come suo alter ego in “L’intervista” perché anche lui capricorno, solo che Rubini non lo era. Federico era nato il 20 gennaio, quindi cuspide capricorno-acquario, per cui diceva di avere i difetti di entrambi i segni; o forse i pregi, dato che sono considerati i più geniali dello zodiaco. Il vostro affezionatissimo cronista non crede nell’occulto, ma ama studiare anche questi aspetti della cultura umana. Però che anche Lynch sia nato il 20 gennaio vorrà dire qualcosa.

Concludo con un bellissimo aneddoto che ho sentito Fellini raccontare all’inviato Rai e scovato da Blob, sempre col dubbio se sia vero o l’ennesimo parto della sua strabordante fantasia: mentre era a Cannes a presentare “La dolce vita” Federico venne fermato prima da un marinaio che girava con due scarpe da donna che gli uscivano dalle tasche che gli disse: il suo film non mi piace, è troppo strano, pieno di cose strane, la realtà non è così… e poi da una signora col naso di metallo e una scimmietta in braccio che gli chiese: ma perché nei suoi film non c’è mai una persona normale?

P.S: ieri sera ho rivisto per l’ennesima vola “E la nave va”, film che adoro. Rivedendolo dopo aver visitato la mostra a Palazzo Ducale sull’arte italiana degli anni ’20 ho colto tantissimi riferimenti nella messa in scena alle opere di Casorati, Donghi, Severini, che nelle precedenti visioni non avrei saputo cogliere. Ecco i capolavori, i film che puoi vedere mille volte ed è sempre la prima.

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