Il fascino sublime della letteratura Sudamericana

di Alfredo Sgarlato – Ho letto di seguito, nei giorni scorsi, due antologie di racconti, una di uno scrittore a me sconosciuto, Sergio Pitol, e una di un altro che conoscevo solo di nome, Juan Carlos Onetti. Mi hanno stregato fin dalle prime pagine, e mentre leggevo mi chiedevo: cos’hanno gli scrittori sudamericani che li rende così magici? Come fanno a rendere affascinanti anche storie che potrebbero essere banali o intellettualoidi? L’amore tra me e la letteratura sudamericana è ormai una lunga storia, cominciata da studente universitario quando riempivo i lunghi viaggi in treno con la lettura di Garcia Marquez, Borges e Scorza, e poi diventata passione folle qualche anno dopo con la scoperta di Cortázar. Proviamo a esaminare alcune caratteristiche di questi scrittori e vediamo se riusciamo a rispondere al quesito.

Il perturbante. Caratteristica dei capiscuola sopra citati è l’allontanamento dal realismo (bestemmia per il canone critico italiano!), seppure in modi totalmente diversi. Borges è l’erudito che conosce tutta la letteratura precedente, e la mescola in brevi racconti che sanno più di meditazione filosofica che di narrativa. Certamente è forte l’influsso delle culture orientali: tutto è apparenza, quindi non ha senso distinguere realtà e fantasia. In Marquez dilagano mito, leggenda, epica, tutto al servizio del piacere di narrare. Cortázar, il più sottile e forse il più influente sui successori, è più situabile nella linea del “perturbante” o “weird”, in cui lo strano, l’impossibile, l’assurdo irrompono nella quotidianità: vedi ad esempio due capolavori come “Bestiario” o “Lettera a una signorina di Parigi”. Ma anche scrittori di impianto assai più realistico come i sopracitati Pitol e Onetti, o Bolaño, mantengono questo senso di mistero, dando al lettore l’idea che anche dietro la più normale delle vicende si nasconda qualcosa di inafferrabile. Il neuroscienziato Ramachandran ipotizza che tra le componenti della percezione del bello ci sia il senso del mistero, dell’indefinito: i sudamericani sanno renderlo in letteratura come nessuno.

La coralità. Non si parla abbastanza dell’influenza di Faulkner sulla letteratura sudamericana. Benchè sia uno scrittore molto diverso dagli autori citati, si sa che Marquez lo amava molto, e da lui i sudamericani prendono l’idea di ambientare le loro storie in un microcosmo autosufficente, inventato come la Macondo di Marquez o la Santa Maria di Onetti, o esistente ma mitizzato come la Bahia di Amado, ma soprattutto abitato da una folla di personaggi che interagiscono, e spesso tornano in più opere. È una grossa rottura rispetto al romanzo contemporaneo europeo, che ha come protagonista “sua maestà l’Io”, come scrive Freud, ma un ritorno all’epica classica. Anche quando c’è un protagonista, spesso narratore degli eventi, è comunque indissolubile dalla folla, o portavoce della comunità. Il lavoro sul personaggio raggiunge il suo massimo in Vargas Llosa, con la sua capacità di rendere memorabili anche figure di mediocri o reietti, come fa con gli indimenticabili protagonisti de “La zia Julia e lo scribacchino” o “Avventure della ragazza cattiva”. Questa commistione di registri è però molto lontana dal postmoderno americano, molto più figlio della tv e della cultura pop: qui abbiamo una negazione del tempo storico, come in Borges, o un presente fortemente radicato in un passato ancestrale.

Silvina Ocampo

Lo stile. Un Autore non è solo chi ha qualcosa da dire, ma chi sa come dirlo. Nel ‘900 il problema del linguaggio sembra venuto meno. L’ansia di comunicare, soprattutto raggiungendo un pubblico “medio”, che probabilmente in realtà non esiste, ha portato molti scrittori a non interrogarsi sul come scrivere, oltre che sul perché. Soprattutto in Italia il massimalismo che ci ha contraddistinto in politica si ritrova in letteratura, per cui spesso troviamo scrittori dallo stile sciatto, da snob populista, o eccessivamente barocco, magari geniale ma alla lunga indigeribile, come una pietanza troppo speziata. Leggendo Cortázar, Onetti, Pitol, Ocampo, si rimane estasiati dalla bellezza della frase, dal sapiente uso del ritmo, dalla perfezione nell’uso delle parole.

Queste sono alcune mie riflessioni, poi, come sempre, sta al lettore godersi la bravura di questi autori, e farsi la propria opinione.

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