Treu: “Presto un report del Cnel sui costi indiretti del welfare aziendale”

Savona / Roma. Poco meno di un miliardo di mancato gettito fiscale negli ultimi tre anni per sostenere lo sviluppo del welfare aziendale. Fino a quando l’Agenzia delle Entrate non chiederà il conto? È la domanda che si fa Tiziano Treu, presidente del Cnel, in un’intervista concessa al portale wewelfare.it, annunciando che sarà questo – l’analisi dei costi fiscali del welfare aziendale – uno dei prossimi obiettivi del Consiglio nazionale economia e lavoro. “Siamo arrivati al ventesimo rapporto sul mercato del lavoro e i numeri del welfare aziendale impongono studi approfonditi” – spiega Treu – “La defiscalizzazione e la decontribuzione previdenziale introdotta nell’erogazione del premio di risultato contrattato hanno un costo sempre più rilevante per la collettività. Il Fisco prima o poi vorrà valutare al meglio se il mancato gettito sia veramente giustificato da iniziative di valore sociale e di interesse pubblico”.

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Almeno tre milioni di lavoratori sono stati beneficiari dei primi 15mila contratti collettivi che prevedono un premio di risultato. Oggi siamo arrivati ad almeno 40mila contratti, anche se in alcuni casi ripetitivi, ma la platea potrebbe aver raggiunto 4 milioni di lavoratori. Se il premio medio è intorno a 1300 euro per dipendente, è facile approssimare una erogazione di premi di risultato di qualche miliardo, almeno una decina negli ultimi tre anni? Un terzo dei quali – quelli riscossi con flexible benefit aziendali – esentasse. E senza contributi previdenziali. Molti degli operatori attivi nel mercato del welfare aziendale si sono un po’ improvvisati: “Ne ho visti tanti nascere – aggiunge il presidente del Cnel nell’intervista a wewelfare.it  – a volte senza le necessarie competenze e professionalità. Molti offrono una piattaforma web per mettere a disposizione i servizi da acquistare, ma non basta avere una piattaforma informatica per essere dei veri partner delle aziende che vogliono fornire piani di welfare per i propri dipendenti”. Ci vorrebbe un maggior controllo delle parti sociali? Treu suggerisce che forse ci vorrebbe una sorta di vigilanza su un mercato che oggi mette sullo stesso piano un buono pasto con un abbonamento in palestra, che di fatto equipara il pagamento dell’asilo nido per i figli con un corso per apprendere l’arte della preparazione del tè. Servizi alla persona e ricreazione non sono la stessa cosa. “Lo Stato ci mette un sacco di soldi, rinunciando a un gettito consistente, prima o poi vorrà poter valutare su quali servizi chiude gli occhi del Fisco e dell’Inps”.

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Treu è intervenuto anche auspicando maggiori controlli sul sistema della sanità integrativa, settore in grande crescita negli ultimi anni. “Non è un problema assimilabile solamente ai flussi finanziari” – sostiene il presidente del Cnel nell’intervista a wewelfare.it – “Non serve solo un controllore dei conti e dei costi, serve un controllo di gestione capace di misurare la soddisfazione del cliente finale, che in fondo cerca puntualità nelle prestazioni e una adeguata diversificazione delle specialità di cui poter godere”. Insomma per vigilare adeguatamente sui fondi sanitari integrativi per Treu non serve tanto un gestore di fondi finanziari, non un’authority come la Covip, ma un analista del management dei servizi. È la soddisfazione della clientela a diventare misura di qualità del servizio offerto e della prestazione pagata con la polizza.

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