Premio Tenco 2105 seconda serata

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di Alfredo Sgarlato – Seconda tappa “Tra la via Aurelia e il west”: al pomeriggio il pubblico incontra i musicisti che hanno suonato con Guccini (citiamo tra gli altri Jimmy Villotti, Vince Tempera, Flaco Biondini) e i suoi amici, Riccardo Bertoncelli (ebbene sì, i due lo sono sempre stati, e la battuta de “L’avvelenata” in realtà era destinata a un altro), Staino, Petrini, Gino e Michele, Giovanni Impastato. Il Maestro è in sala, controbatte, replica, parte con un lungo aneddoto su Gardel per dichiarare che è ancora vivo, è più giovane di Staino (di sei giorni), ed essendo nato in tempo di guerra porta sul certificato la dicitura “razza ariana”, che coi tempi che ri-corrono potrebbe sempre tornare utile. Poi tutti alla Pigna dove Elisabetta Salvatori legge “La cena”, un racconto gucciniano tratto da una rara antologia.

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La serata, presentata come ogni anno dallo scoppiettante Antonio Silva e che vede Paolo Migone come comico tappabuchi, si apre con l’Orchestra Sinfonica di Sanremo diretta da Vince Tempera, con ospite alla voce Vanessa Tagliabue Yorke. Tre canzoni, “Radici”, “Canzone quasi d’amore” e “Cirano”, arrangiate con gusto romantico. Vanessa è un’ autentica rivelazione: bella voce e tecnica vocale ottima, interpretazione perfetta, il pubblico la elegge da subito sua beniamina e le tributa applausi a scena aperta e standing ovation finale: poche volte ho visto un’interprete non ancora famosa così applaudita, è nata una stella, sentiremo parlare di lei. Questo ottimo inizio scalda il pubblico, che sarà molto caldo per tutta la serata. Lo è con Bobo Rondelli, sempre simpatico e bravo a passare dalle atmosfere intimiste, a quelle romantiche, al cabaret vero e proprio, può cantare  “Nara F.”, dedicata alla propria madre e poi “L’avvelenata” con la stessa intensità.

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Premio “I suoni della canzone” ad Armando Corsi, chitarrista sopraffino, che esegue solo due brani, prima di lasciare il palco al vincitore della Targa Tenco per il miglior disco “Il mio stile”, Mauro Ermanno Giovanardi. Personalmente ho votato Paolo Benvegnù, ma anche Giovanardi è un musicista che amo molto e il premio è meritato. Dal vivo, “Nel centro di Milano” e “Su una lama”, i due pezzi più belli del disco, acquistano vigore, con arrangiamenti più semplici ed elettrici, e lui ha una gran voce. Geniale l’idea di cantare la canzone storicamente censurata “Dio è morto”, sulle note di “Je t’aime…moi non plus”, vittima della censura negli stessi anni.

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Premio all’artista straniero a una voce leggendaria, Jacqui McShee, che coi suoi Pentangle ci regalò “Cruel sister”, capolavoro assoluto del folk rock inglese, di cui riprende la title track. Accompagnata da piano e percussioni, la voce non ha subito le ingiurie del tempo, canta tradizionali come “Once I had a sweetheart” ma si cimenta anche col jazz, con un tema di Miles Davis e Bill Evans. Fan fanatico di Guccini si dichiara Leonardo Pieraccioni, che sognava nella vita di fare il cantautore. Un monologo, divertente, e tre canzoni anche per lui. Diciamo, con simpatia, che il suo mestiere è il cabaret e non la musica. Omaggio al Maestro, con “Venezia”, che peraltro è di Gianpiero Alloisio. Il gran finale tocca a Carmen Consoli. La cantantessa omaggia Guccini con la struggente “Il vecchio e il bambino”, solo voce e chitarra, e poi accompagnata da altre due ragazze a basso e batteria, esegue alcuni brani dal nuovo disco, canzoni dai contenuti aspri, sulla condizione femminile, potenti, coi due ritmi che pestano che è un piacere e la chitarra che svisa  distorta. Un’esibizione molto rock e molto convincente, anche nel caso di Carmen la dimensione live giova molto, è una vera rockettara e sa cantare. Bella serata, e stasera ce ne aspetta ancora un’altra.

*Foto di Andrea Pino, Martin Cervelli e Club Tenco

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