Liguria verso i Referendum sugli idrocarburi e le trivellazioni: ieri il dibattito in Consiglio

Saranno Gianni Pastorino (Rete a sinistra) e, in qualità di delegato Palazzo Regione Liguria scritta  fp1 x00supplente, Gabriele Pisani (Movimento 5Stelle) a consegnare presso la Corte di Cassazione le delibere referendarie approvate dall’Assemblea. Il Consiglio regionale ha infatti ieri approvato a larga maggioranza (22 a favore e 8 astenuti tutti del Pd) la proposta di deliberazione (presentata da Gianni Pastorino di Rete a Sinistra e da Angelo Vaccarezza di Forza Italia) che chiede il referendum abrogativo di alcuni articoli di tre leggi nazionali. La proposta referendaria si articola in cinque quesiti sulle disposizioni del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133 (Sblocca Italia), del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5 (sulle semplificazioni) e della legge 23 agosto 2004, n. 239 (riordino del settore energetico).

Il primo quesito chiede l’abrogazione del comma 1 dell’art. 38, del decreto Sblocca Italia che estende il vincolo all’esproprio dei terreni anche nella “fase di ricerca” e non solo alle attività di estrazione.

Il secondo quesito chiede l’abrogazione del comma 1 dell’art. 38, comma 1-bis, sempre del decreto Sblocca Italia, che riguarda il cosiddetto Piano delle aree con cui viene organizzata le attività di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. Scopo dell’abrogazione referendaria è fare esprimere la Conferenza delle Regioni sul Piano delle aree non solo per le attività di ricerca sula terraferma ma anche in mare e di evitare che, in caso di mancato raggiungimento dell’intesa, si ricorra all’esercizio del potere sostitutivo da parte del Governo. Il quesito, infine, si pone l’obbiettivo che non possano essere rilasciati nuovi titoli per le attività di ricerca e di coltivazione degli idrocarburi fino a quando non sarà adottato il Piano delle aree.

Il terzo quesito riguarda la durata delle attività. L’art. 38 dello Sblocca Italia, infatti, ha tacitamente abrogato la previsione legislativa dei permessi e delle concessioni. Con il quesito si chiede intervenire sulla durata dei titoli concessori unici.

Il quarto quesito è relativo all’art. 57 del decreto-legge n. 5 del 2012 sulle semplificazioni, La proposta referendaria mira ad abrogare la possibilità che per le infrastrutture,gli insediamenti strategici, le opere necessarie al trasporto, allo stoccaggio, al trasferimento degli idrocarburi e le opere strumentali allo sfruttamento degli idrocarburi, si possa esercitare il potere sostitutivo.

Il quinto quesito completa logicamente il secondo e il quarto, dal punto di vista della partecipazione degli Enti territoriali e mira a far sì che l’intesa sul rilascio dei titoli minerari torni un “atto a struttura necessariamente bilaterale”, e cioè “superabile” dallo Stato solo a seguito di effettiva “trattativa” con le Regioni interessate.

Nella discussione Gianni Pastorino di Rete a Sinistra ha spiegato che la normativa nazionale che si vuole abrogare «mira a spossessare le Regioni dei poteri sulle attività estrattive, in questo caso quelle in mare. E’ un fatto grave in generale ma particolarmente pesante per le regioni costiere come la Liguria. Questa decisione nazionale – ha detto – fa venir meno quel patto di mutuo rispetto e di solidarietà fra poteri dello Stato ed espropria dalle proprie prerogative le Regioni. È un atto arrogante di un governo che decide senza sentire gli enti locali e le Regioni, un regalo alle industrie petrolifere fatto proprio nel momento in cui emergono nuove fonti energetiche ben più ecologiche». Secondo Pastorino «nel nostro mare non c’è una quantità e una qualità di petrolio tale da giustificare l’impatto ambientale ed ecologico alla fauna marina che simili piattaforme produrrebbero perché, secondo fonti autorevoli, soddisferebbe il fabbisogno italiano per sole otto settimane. Il sì al referendum rappresenterebbe quindi un segnale per affermare che è il momento di uscire non solo dall’era del carbone ma anche da quello del petrolio rilanciando le energie alternative». Il capogruppo di Rete a sinistra ha ricordato che il processo referendario (che per essere avviato richiede la sua approvazione da parte di 5 Consigli regionali) è stato proposto dalla Basilicata particolarmente coinvolta in quanto le estrazioni prospettate avverrebbero sulle proprie coste.

Giovanni Lunardon, Pd, ha riconosciuto che il tema è importante e che alcune Regioni a guida Pd hanno promosso e approvato il referendum mentre altre ritengono che il luogo istituzionalmente più adeguato per porre la questione sia la Conferenza Stato – Regioni. Lunardon ha sostenuto questa seconda soluzione «perché non si deve essere pregiudizialmente a favore o contrari all’estrazione di petrolio, ma occorre decidere sulla base di valutazioni tecniche e ambientali e non politiche. Inoltre la sede migliore per affrontare questi temi non è un referendum ma la Conferenza Stato Regioni dove possono essere valutati sia gli interessi energetici nazionali che l’opinione dei territori interessati». Secondo Lunardon, inoltre, lo strumento del referendum su questioni così complesse comporta vari rischi: innanzitutto quello che non si raggiunga il quorum. «Perciò, anche se il referendum si terrà perché cinque Consigli regionali lo hanno già approvato, in Liguria il Pd si è astiene nella votazione – ha concluso – sostenendo invece l’approvazione di un ordine del giorno che chieda l’intervento della Conferenza Stato Regioni per modificare l’articolo 38 che limita i poteri delle Regioni su questo argomento».

Angelo Vaccarezza, FI, ha espresso apprezzamento per l’iniziativa assunta da Pastorino, a cui ha apposto anche la propria firma, e ha condiviso l’intervento di Lunardon nella parte in cui rivendica il ruolo della Regione, che non può essere esautorata su temi come questo, tuttavia si è dichiarato a favore del referendum: «È stata fatta una raccolta di firme che ha raccolto consensi fra oltre trentasettemila cittadini italiani e la politica – ha concluso – deve legittimamente seguire quello che i cittadini si aspettano da noi».

Raffaella Paita, Pd, ha ribadito che «non è il quesito referendario a far riassumere alle Regione il ruolo e le prerogative che meritano, ma è la Conferenza Stato Regioni» La capogruppo del Pd ha invitato il Consiglio a essere maggiormente riflessivo su questioni di questo spessore, che riguardano l’Europa e l’approvvigionamento energetico del nostro Paese nel confronto con gli altri paesi del Mediterraneo e dell’Adriatico stesso. Paita ha invitato il presidente Giovanni Toti ad essere maggiormente incisivo nella Conferenza Stato Regioni, organo di cui è anche vicepresidente.

Alice Salvatore, Movimento 5 Stelle, si è espressa a favore della proposta e ha ribadito che quello che va superato è l’uso delle fonti energetiche fossili e che lo strumento del referendum mantiene la sua validità.

Il Consiglio ha inoltre approvato con 23 voti a favore e 7 astenuti (Pd) la proposta di deliberazione 6 (presentata da Gianni Pastorino di Rete a Sinistra e da Angelo Vaccarezza di Forza Italia) di presentare richiesta di referendum abrogativo dell’art. 6, comma 17, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dall’art. 35, comma 1, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, “Misure urgenti per la crescita del Paese”.

Il quesito mira a estendere il divieto di ricerca e coltivazione all’interno delle 12 miglia costiere e all’interno delle arre protette a quei procedimenti amministrativi concessori che erano già in corso alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 29 giugno 2010 n. 128, destinati a concludersi con il rilascio del titolo minerario. Oggetto del referendum è anche la disciplina della valutazione di impatto ambientale che risulta collegata alla disposizione sui procedimenti in corso: se dall’abrogazione referendaria discende il divieto dei procedimenti in corso, anche la disciplina della valutazione di impatto ambientale va, infatti, eliminata, L’abrogazione non riguarda, invece, i titoli abilitativi già rilasciati.