Ceriale, suicidio di Gino Andrea Pedriali: “Grazie per aver violato il nostro lutto”

Non vi sono più dubbi, Gino “Andrea” Pedriali si è tolto la vita. Questo è Candele Ceri 02quanto risultato dall’autopsia svolta sul corpo del sessantaduenne cerialese, molto conosciuto in zona in quanto titolare dell’Autodemolizione Riviera, che si tolse la vita l’08 dicembre 2013 collegando il tubo di scarico all’abitacolo della propria Fiat 600, parcheggiata all’interno del garage di casa.

Benché le cause e le modalità del suicidio, legate alla depressione di cui il Pedriali soffriva da mesi, fossero chiare sin dal ritrovamento del corpo e dagli accertamenti svolti dai soccorritori, dai Carabinieri di Ceriale e dai Vigili del Fuoco di Albenga, tanto che il Pubblico Ministero di turno ne aveva immediatamente autorizzato i funerali, lo scorso giugno la Procura della Repubblica di Savona era stata costretta a riaprire il caso e disporne l’autopsia.

Quanto sopra a seguito di un esposto firmato da Moreno Pedriali, fratello della vittima e dal suo difensore, Avv. Mauro Vannucci di Albenga, che manifestava evidenti dubbi sul fatto che si fosse realmente trattato di un suicidio. Nei giorni immediatamente successivi alla riapertura del fascicolo Moreno ed Ivana Pedriali dichiaravano ai giornali (La Stampa del 18.06.2014) “nostro fratello è stato ammazzato” sollevando gravi perplessità e velate accuse, pur senza indicare né colpevoli né possibili sospettati, contro la moglie, Marilena Costa, ed i figli del povero Gino Andrea.
Moreno ed Ivana Pedriali dichiaravano infatti ai giornali che, assistiti dal proprio legale e da uno specialista di indagini private rimasto ignoto, avevano rilevato numerose anomalie sul luogo in cui avvenne il suicidio e sul corpo di Pedriali tanto da far temere che qualcuno avesse ucciso il fratello e successivamente allestito una messinscena; a rendere ancora più delicata la vicenda l’esistenza di una polizza sulla vita di Pedriali a favore di un familiare, come titolato da La Stampa in data 19.06.2014.

“Parole che risuonano, ora come allora, come velate insinuazioni contro di me ed i miei figli” dichiara oggi la vedova di Gino Pedriali. “È stato violato il nostro lutto. Parole ed insinuazioni che non hanno fatto altro che aggiungere dolore, amarezza e sconforto allo strazio di una grave perdita familiare ed al timore, che chiunque prova in un momento del genere, di non aver capito o fatto abbastanza per aiutare mio marito a non abbandonarsi alla depressione.”
“Ci siamo ritrovati sulle pagine dei giornali da un giorno all’altro senza neppure essere stati informati dai miei cognati dell’esposto che avevano presentato e, dopo esserci rivolti ad un legale che ci ha spiegato cosa stava succedendo abbiamo accettato, capendo che fosse un atto dovuto per la Procura di fronte a supposizioni del genere, che il corpo di mio marito venisse riesumato. La speranza è che quanto definitivamente accertato dalla Procura possa mettere fine a questa dolorosa vicenda, riportando ad un rispettoso silenzio coloro che hanno gratuitamente puntato il dito contro la nostra famiglia che si trovava a dover affrontare un terribile lutto.”

Ad oltre un anno dalla morte le conclusioni portate dalla perizia medico – legale redatta dal consulente nominato dalla Procura della Repubblica fugano ogni dubbio.
La perizia chiarisce infatti che “i dubbi del Sig. Pedriali Moreno relativamente alla condotta anticonservativa posta in essere dal fratello sono stati ampiamente fugati dalle indagini medico legali eseguite.” Le ustioni rinvenute sul corpo del Pedriali si sono infatti dimostrate post- mortali, quando il Pedriali, soggetto sottoposta a terapia anti-depressiva era già deceduto a causa dell’intossicazione acuta da monossido di carbonio, ed “è ampiamente verosimile ritenere che il surriscaldamento della parte posteriore della Fiat 600, imputabile all’ostruzione del tubo di scappamento collegato all’abitacolo, abbia innescato non solo l’incendio, rimasto confinato alle porzioni posteriori del garage, ma anche il fenomeno della fiammata di rientro all’interno dell’abitacolo che ha prodotto le ustioni” rinvenute sul Pedriali e notate dalla sorella in Cameria Mortuaria.
“L’assenza di qualsivoglia lesione traumatico – fratturativa sul corpo del Pedriali ha inoltre consentito di escludere ulteriormente eventuali responsabilità di terzi.”

“Quanto è risultato dall’autopsia non lascia dubbi sul tragico gesto di Andrea né restituirà serenità alla moglie ed ai figli ma mi auguro che possano restituirgli quella riservatezza in più che questa dolorosa vicenda avrebbe meritato”, commenta l’Avv. Andrea Laureri dello Studio Associato Ramò – Laureri di Albenga, legale ed amico di famiglia della moglie e dei figli di Andrea Gino Pedriali.
“Stupisce che chi ha presentato l’esposto in Procura, una volta visti i risultati dell’autopsia, non abbia sentito l’esigenza di avvisare i giornali e smontare il caso mediatico che aveva creato in precedenza.”