Il grande jazz al Santuario di Savona

king1di Alfredo Sgarlato – Quarto appuntamento per “Il Santuario del jazz”, manifestazione organizzata dal Comune di Savona e dall’Assessorato al decentramento, in collaborazione con l’associazione Raindogs House, che ogni anno porta un musicista di chiara fama a suonare nell’incantevole piazza del Santuario di Savona. Ieri sera abbiamo avuto il piacere di ascoltare Peter King, storico sassofonista inglese, conosciuto anche dagli amanti del rock della mia generazione come collaboratore degli Everything but the girl. Ad accompagnarlo tre ben noti, bravissimi, solisti, i genovesi Andrea Pozza e Aldo Zunino e l’abruzzese Nicola Angelucci. Dopo il saluto dell’assessore Sergio Lugaro si comincia con un tema tra i più belli mai scritti, “Speak low” di Kurt Weill (cavallo di battaglia di Billie Holiday) e si continua con un altro super classico “Alone together”. Qui King e i suoi eseguono un jazz molto classico: il sassofonista, che suona l’alto, si pone in una linea mediana tra i massimi capiscuola dello strumento, Charlie Parker e Lee Konitz. Nei solo si mantiene sempre melodico, tenendo sonorità sulle tonalità basse dello strumento. Pozza e i due ritmi accompagnano in maniera raffinata, lasciando spazio al leader, sebbene tutti e tre prendano assoli e break gustosi. Il terzo brano, “Lush life” di Billy Strayhorn (traduzione letterale “vita in perenne stato di ebbrezza”), uno dei brani preferiti in assoluto dal vostro affezionato cronista, viene eseguita da King quasi totalmente da solo, in maniera stravolta e sofferta, coi tre ritmi ad entrare solo nel finale ad aumentare il pathos creatosi. Quindi Peter lascia per breve tempo il palco, per una “Sweet and lovley” eseguita in trio, con gustoso break di Angelucci.

RobertoMichels

king 2Nella seconda parte si cambia. King si cimenta con brani di due suoi giganteschi contemporanei: John Coltrane, di cui riprende “Pursuance”, da “A love supreme”, e Wayne Shorter, di cui esegue “Footprints” e “Yes or not”. Nel confronto King non esce sminuito. Anzi, il concerto cresce molto di intensità, in “Footprints” l’attacco è quasi free, in alcuni passaggi Peter suona in duo con Angelucci o Zunino, il suono si fa più spesso e ritmi più veloci. Si chiude con “E. J. Blues”, dedicata ad Elvin Jones, con cui King racconta di aver suonato per due settimane al mitico locale Ronnie Scott’s di Londra, in un gruppo che comprendeva anche Alan Skidmore (collaboratore anche dei Soft Machine). Peter King, 74 anni di vita avventurosa alle spalle, ha suonato per un’ora e mezza senza risparmiarsi, mostrandosi assolutamente in forma. Pozza, pianista dal grandissimo senso della frase, Zunino, ottimo contrabbassista, e Angelucci batterista dallo stile geometrico che fa sembrare semplici anche i ritmi più difficili, gli hanno lasciato la scena il più possibile, del resto doveva essere lui il protagonista della serata. Commenti di gran soddisfazione da parte del pubblico presente.

La serata prosegue con Chantal and the Chain Gang, gruppo soul savonese ben affiatato guidato dalla bella e versatile voce di Chantal Saroldi, il cui timbro mi ricorda tratti Carmel McCourt. Si cimentano in una serie di straclassici, da Marvin Gaye a Otis Redding passando per Sly and the Family Stone, infondendo nel pubblico allegria e voglia di ballare.

*Foto di Martin Cervelli

Ultima revisione articolo: