Film da festival, vil razza dannata

di Alfredo Sgarlato – Diceva Francois Truffaut che ogni essere umano Fassha due lavori, il proprio e quello di critico cinematografico. Sbagliava per difetto, perché chiunque nella sua fantasia è anche economista, psicologo e CT della nazionale di calcio. Dandovi la scottante rivelazione che pochissimi fanno il critico cinematografico di mestiere e i più lo facciamo per passione, cosa differenzia il vero critico dall’improvvisato? Semplice, per fare il critico i film bisogna vederli tutti. Ma proprio tutti tutti.

A parte la necessità di conoscere il passato perché, come diceva la mia insegnante di filosofia, “se non se studia Kannete non se può studià Ficchete, Marchesze e Bergsonne”, così se non si conoscono Sirk e Fassbinder si capisce metà di Almodovar, e così via. Bisogna vedere film che si odierebbero, nel mio caso le commedie americane rassicuranti e irreali come “Il lato positivo”, ma questi se non si scrive per un quotidiano nazionale si possono anche evitare. E poi c’è tutta una categoria particolare: quella dei “film da festival”.

Sono una serie di film che generalmente non escono nelle sale, al massimo passano su Rai3 in piena notte, che pure sono regolarmente invitati ai festival e incomprensibilmente hanno una loro fetta di estimatori. Sono i film girati dai pessimi imitatori di Lars von Trier e dei fratelli Dardenne, autori che già possono stimolare il piacere della discussione ma non quello della visione. Sono i film di registi come Bruno Dumont, Gaspar Noè, Carlos Reygadas e altri. Questi autori perseguono il totale realismo: per dire, in “Japon” di Reygadas sono mostrati, in tempo reale, una masturbazione e un accoppiamento tra asini.

Quando questi autori non raccontano stupri, deiezioni o violenze estreme: un caso limite “Kinatai” di Brillante Mendoza, che racconta il rapimento e lo squartamento di una ragazza (questo almeno non è mai uscito nei cinema ed è piaciuto solo al critico del “Giornale”, gli avranno detto che la ragazza era comunista). O Lav Diaz, che gira film lunghi 36/48 ore. Per peggiorare il tutto aggiungiamo che questi autori, forse per la loro ricerca del realismo totale, forse per una scelta estetica che vuole denunciare la decadenza del presente, hanno un totale rifiuto dello stile. Cioè sono anche film formalmente brutti. Eppure hanno i loro estimatori, che poi si scandalizzano quando gli altri critici difendono il Sorrentino meno riuscito (che almeno sa girare, eccome se lo sa), adorano Tarantino e a volte Refn, e osano persino divertirsi con Robert Rodriguez.

Perché si fanno questi film? Rimane un mistero. Secondo alcuni perché fanno “scandalo” e quindi attirano l’attenzione. Ma è l’attenzione di pochissimi e di pochi giorni; e poi questo cinema del brutto non può minimamente rivaleggiare con qualsiasi programma di una tv giovanilista, arrivando al paradosso di un film come “Spring breakers” di Harmony Korine, che volendo essere satira di MTV risulta ancora più brutto e stupido.

Perché guardarli? Perché purtroppo c’è chi li loda, e bisogna confrontarsi col pensiero altrui, e poi è la curiosità che ti porta voler conoscere e quindi, una volta saziata, se mai si può farlo, vale la pena condividere il giudizio, su quello che si ama e su quello che è meglio evitare.

Post scriptum: io Balotelli ai mondiali non lo porterei, meglio Toni.

* il trend dei desideri: la rubrica Corsara di Alfredo Sgarlato