Lo strano caso di Victor Erice

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di Alfredo Sgarlato – In questi giorni si svolge a Locarno un festival del cinema tra i più apprezzati, anche per merito delle proiezioni pubbliche tenute nella piazza principale del paese. ericeIl Pardo d’Oro alla carriera sarà consegnato allo spagnolo Victor Erice (Karrantza, Vizcaya, 30/6/1940).

È possibile che molti si chiedano chi sia: del resto ha diretto solo due film a soggetto, più un documentario e alcuni corti, visti in Italia solo nelle notti di “Fuori orario”. È giusto premiare un autore così poco prolifico? Certamente, perché i suoi film sono straordinari. Sono racconti tra fiaba e sogno, che rivelano il mondo dell’infanzia, sullo sfondo della Spagna insanguinata dalla dittatura fascista.

Ne “Lo spirito dell’alveare” (1973) una bambina (Ana Torrent, che ritroveremo adulta in “Thesis” di Amenabar) assiste ad una proiezione di “Frankestein”. Invece di spaventarsi prova tenerezza per il mostro perseguitato. La sorella, per spaventarla, le racconta che nella masseria ci sono i fantasmi: lei invece è incuriosita e troverà davvero un fantasma, un anarchico ferito in fuga dai suoi assassini.

Trent’anni dopo Erice racconterà l’episodio della propria infanzia che sta alla base del film nel cortometraggio “La morte rouge”: ad un certo punto della carriera Erice sceglie di dirigere solo cortometraggi, così come Borges scriveva solo racconti. Victor Erice aveva esordito con un episodio di un film collettivo, “Los desafios”(1969), scritto da Rafael Azcona (collaboratore di Ferreri e Bigas Luna), il cui spirito surrealista domina il film. Erice torna al lungometraggio solo dieci dopo il folgorante debutto solista con lo splendido “El sur”, dal romanzo di Adelaida García Morales, storia di una ragazzina che scopre il misterioso passato del padre, con cui ha un rapporto conflittuale. Un film non finito per mancanza di fondi, che pure fu lodato per il finale aperto. A chi gli chiede come mai ha girato così poco Erice risponde che il cinema non è il suo lavoro, che ha bisogno dei suoi tempi per sviluppare le idee, e che queste a volte gli sono state rubate.

antonio-lopaz-garciaIl cinema di Erice è totalmente diverso da quello degli altri registi spagnoli che amiamo, Buñuel, Amodovar, De La Iglesia. È quieto, senza mai eccessi grotteschi e stranianti, molto basato sul non detto da scoprire. È un cinema di grandissimo gusto pittorico, infatti il suo terzo lungometraggio “El sol del membrillo” (1992) mostra un pittore al lavoro. Quanto sono tenui i sentimenti narrati tanto sono accesi i colori, virati in blu e giallo, dei paesaggi che Erice filma sapiente. John Ford diceva che un grande regista si vede da come filma l’orizzonte. Se ha ragione – e come potrebbe John Ford non averla? – Victor Erice è davvero un grande regista.

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