La musica di oggi non fa schifo

di Alfredo Sgarlato – Nei giorni scorsi ha suscitato scalpore e polemiche un articolo del noto critico Gino Castaldo dal titolo perentorio “La musica del momento fa veramente schifo”. Ovvio che un’affermazione così apocalittica e apodittica lasci piuttosto perplessi, specie se viene da un giornalista che da molti anni è sulla breccia e non da un blogger fanatico, e l’articolo poi appare piuttosto superficiale e poco argomentato. Da parte mia, nei giorni in cui infuriava la polemica, ero reduce dal Premio per la musica tradizionale di Loano, dove avevo ascoltato ottimi concerti di Alessia Tondo, Matteo Leone, Alessandro d’Alessandro, Davide Ambrogio, Mauro Durante, giovani musicisti che hanno saputo fondere tradizione e avanguardia, ma sapendo mantenere un forte contatto emotivo col pubblico. E avevo sentito alla radio un magnifico concerto dei C’mon Tigre, formazione di jazz contaminato che non sfigura accanto ai migliori gruppi provenienti da Brixton o Bristol.

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C’mon Tigre

Mi direte: ma tu ascolti jazz, blues, folk, non “musica del momento”. Ma esiste la musica del momento? Da circa trent’anni non nascono generi musicali nuovi, ma rimescolamenti di musiche storicizzate, figlie del madrigale, del blues e del barocco, anche la famigerata trap, che è esplosa da qualche anno ma esiste dal secolo scorso, è figlia del talking blues e delle “dirty dozens”, le sfide in versi osceni che i ragazzi afroamericani fanno da secoli (e anche quelli italiani…).

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Un meme che ha molto successo sui social

Già, la trap. Gira un meme sui social che recita che finalmente abbiamo la musica che fa oggettivamente schifo. Commentandolo, un amico mi ha suggerito di ascoltare alcune cose che piacciono a suo figlio: non facevano schifo, anzi, un brano di tale Ernia l’ho trovato persino piuttosto piacevole. Certo, musiche che non sono il mio genere e non credo avrò voglia di riascoltare, ma che comunque meritavano un ascolto senza pregiudizi prima di essere commentate. È probabile che Castaldo si riferisse solo alla musica da classifica, ai tormentoni estivi: ma siamo sicuri che quelli del passato fossero tutti capolavori? Se escludiamo quel nuovo Rinascimento che sono stati gli anni ’60, in cui per l’industria musicale lavoravano personaggi del calibro di Morricone, Bacalov, Bardotti, o i casi di genii come Battiato, Jannacci, Battisti, che sapevano trascendere i generi musicali e abbattere le barriere tra i pubblici, la musica leggera è sempre stata una fabbrica di prodotti da consumare senza pensare, quando non veicolare messaggi ultraconformisti.

Anche il critico, come tutti noi, ha diritto ad invecchiare, anche male, e a non riconoscersi più nelle forme artistiche in voga (a me succede molto di più col cinema che con la musica); ma deve argomentare, non limitarsi all’invettiva. Forse non esistono la musica di oggi o la musica del momento, ma esistono musicisti di oggi che, se sconosciuti, il critico ha il dovere di far conoscere; e farsi un esame di coscienza se ha contributo alla diffusione di falsi miti, i cui “contenuti” non reggono alla prova del tempo o dei fatti, ma purtroppo riempiono gli stadi (o le spiagge), creando poi a cascata brutte copie di un già pessimo originale. Castaldo chiede ai cantanti di impegnarsi di più: per molti di loro può essere vero, anzi, forse non basterebbe; ma anche la critica non può permettersi di segnare il passo e non seguire i tempi.