Giorgio Scerbanenco, milanese e internazionale

GIORGIO SCERBANENCO

di Alfredo Sgarlato – Giorni fa vi fu quell’assurdo diktat dell’università Bicocca, che pretendeva di imporre allo scrittore Paolo Nori di affiancare a Dostoevskij, come argomento di una conferenza, uno scrittore ucraino; al che Nori ha risposto di non conoscere scrittori ucraini: potrebbe essere lo spunto per discutere su cosa crea l’identità di uno scrittore, se la lingua, il luogo di nascita, la storia, l’appartenenza a una corrente, ma questo ci porterebbe troppo lontano. Può essere l’occasione per parlare di Giorgio Scerbanenco, che non fa mai male.

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Giorgio Scerbanenco, nato Volodymyr-Džordžo Ščerbanenko (in ucraino Володимир-Джорджо Щербаненко) a Kiev il 28 luglio 1911, visse in Italia fin dall’età di sei mesi, a Roma, e poi a Milano a partire dai sedici anni, rimase presto orfano e non ebbe studi regolari. Fece i proverbiali mille mestieri, per poi coronare il sogno di diventare redattore di riviste come “Grazia” o “Annabella”, dove curava persino la posta del cuore. Questa fu la sua scuola: venne a contatto con innumerevoli storie, che gli permisero di padroneggiare i segreti dell’animo umano. Intanto iniziava a scrivere racconti e romanzi, sentimentali, western, fantascienza, per poi dedicarsi al giallo.

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Quando Scerbanenco inizia a scrivere narrativa per chi comanda un giallo deve essere ambientato in America, perché “qui da noi queste cose non succedono”. Non parliamo poi della fantascienza: un UFO non può atterrare a Pisa, dicono gli appassionati. Alla sua nascita Kiev si trova nella Russia imperiale, dopo qualche anno in Unione Sovietica. In Italia il nostro si sentirà sempre uno straniero. È apolide, a-topos, atipico; scrive in una lingua appresa un genere considerato esotico. La svolta avviene negli anni ’60, con la tetralogia di romanzi con protagonista Duca Lamberti, medico espulso dall’Ordine per aver praticato un’eutanasia che si ritrova a indagare su un delitto (per la cronaca i quattro romanzi sono “Venere privata”, “I ragazzi del massacro”, “Traditori di tutti” e “I milanesi ammazzano al sabato”). Il cinema lo scopre presto, in Francia vince premi, in Italia la consacrazione è tardiva, ma oggi è il riferimento assoluto per i molti scrittori che ambientano gialli in provincia e in metropoli, con investigatori istituzionali o fuori dagli schemi. Anche in romanzi poco noti, come “La sabbia non ricorda”, si apprezza l’impareggiabile costruzione di caratteri e ambienti: pochi hanno saputo raccontare Milano o le cittadine delle vacanze quanto il russo/ucraino/straniero Scerbanenco.

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Sono cresciuto in una casa piena di libri. Adolescente curioso mi colpivano i titoli, specie se erano stravaganti o morbosi, a volte sceglievo a caso, li leggevo più volte come fanno i ragazzini. Nella libreria di famiglia lo straniero Scerbanenco trovava casa, insieme a Simenon e agli Urania come a Joyce, Mann o Kerouac. Adulto mi diedi alla caccia sulle bancarelle, dove si aveva lo fortuna di trovare spesso i suoi libri, non ancora consacrati come opere di un Venerato Maestro, insieme a quelle di altri irregolari come lui: Ortese, Landolfi, Morselli, Savinio. Scerbanenco morì piuttosto giovane, il 27 ottobre 1969, troppo presto. Non è mai troppo tardi per riscoprirlo.