In difesa di Steven Spielberg

di Alfredo Sgarlato – In questi giorni nella mia città sono presenti una serie di aiuole decorate, a tema “Il grande Cinema”. Poiché una è dedicata a “Jurassic Park” (con gran gioia dei bambini di ogni età), tra le molte polemiche sterili che accompagnano regolarmente le manifestazioni pubbliche, qualcuno si è immediatamente premurato di dire che il “grande cinema” è altro. Già, perché Spielberg è uno di quei personaggi che molti amano odiare. Forse perché ha avuto successo partendo dall’underground, forse perché non piace quel cognome (ho anche letto della “lobby ebraica di Hollywood”, che ovviamente comprende anche Polański, che se a Hollywood ci va davvero lo arrestano), forse perché si ha un’idea monocratica del cinema.

Duel del 1971
Duel (1973)

Come già ho scritto, bisogna essere politeisti. Ci sono tanti modi di intendere il cinema: questo, diceva Truffaut, può essere un linguaggio o uno spettacolo; se poi riesce ad essere tutt’e due, come in Welles, Hitchcock, Kubrick, Fellini, si hanno i capolavori. Si può – si deve – amare la psicologia di Bergman, il decadentismo di Visconti, il realismo quotidiano di Ozu e quello stralunato di Jarmusch, i melò barocchi di Sirk, Wong Kar Wai, Zhang Yimou e l’horror, ma anche il puro spettacolo. Se poi lo si sa fare bene, come nei migliori film di Spielberg, Cameron, Tim Burton, il Ridley Scott degli inizi, ben vengano anche i dinosauri.

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1941 Allarme a Hollywood (1979)

Spielberg è spesso preso come esempio, sbagliando, di un cinema dal grande sforzo produttivo, ma senz’anima e senza valori, che ogni tanto si lava la coscienza girando un film impegnato. In realtà il cinema di Spielberg è spesso molto più interessante di quanto appaia superficialmente, molto più interessante degli pseudoautori pseudocattivi che infestano i festival. E lo è, per quanto “Schindler’s List” sia un gran bel film, in molti suoi film considerati a torto minori, o semplici divertissement, mentre spesso fallisce nei film impegnati, vedi “Lincoln”.

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Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977)

Inizia con piccoli film underground, come lo straordinario “Duel” e il bellissimo “Sugarland Express”, in cui esplora un tema ricorrente, la minaccia, la paura di un nemico che può essere invisibile o addirittura istituzionale, tema che culmina con “Lo squalo”, che, a sorpresa, sarà un mega successo planetario. Ma mentre in molti film di fantascienza degli anni ’50 la minaccia dell’alieno o del mostro era metafora della guerra fredda, qui il tema è molto più sfumato, affonda nel quotidiano. Non siamo lontani dal new horror di Romero, Craven, Hooper, metafora della svolta reazionaria che seguì alle contestazioni studentesche. Quindi, con “Incontri ravvicinati del terzo tipo” ed “ET” Spielberg ribalta il tema, vuole mostrare che i tempi devono cambiare, e l’alieno da minaccia diviene perciò amico, persino indifeso. Pensare a questi film come a innocue favolette vuol dire non comprendere il contesto storico in cui furono girate e la rottura di paradigma che portavano. Non dimentichiamo poi “I predatori dell’arca perduta”, fumettone, pastiche, certo, ma quanto divertimento nel guardarlo!

A.I.
A.I. (2001)

Con gli anni ’80 Spielberg perde un po’ la vena, per ritrovarla con Schindler’s list, ma soprattutto con “Salvate il soldato Ryan” film che racconta la seconda guerra mondiale con un realismo che fa perdonare gli eccessi retorici. Il meglio di sé però lo dà ancora con la fantascienza, ancora più che con “A.I.”, progetto donatogli da Kubrick e pare realizzato molto fedelmente, anche se alla fine risulta più spielberghiano che kubrickiano, con “Minority report”, ottimo adattamento da Philip K. Dick, e omaggio alle atmosfere di Cronenberg. Due veri gioielli sono però due commedie, “Prova a prendermi” e “The Terminal”. Qui Spielberg diventa realmente politico, mostrando il lato oscuro del sogno americano, con personaggi di esclusi, il ladro imprendibile del primo (ma anche il poliziotto solitario che gli dà la caccia) e l’uomo senza patria del secondo, offrendo ruoli indimenticabili a Leonardo Di Caprio e Tom Hanks, che li interpretano da par loro. E riflette sui padri, assenti, truffati, fantasticati, spirituali, tema di fondo costante nella letteratura e nel cinema americani degli ultimi cento anni. Spezzo infine una lancia per il film meno compreso, più folle e fuori dagli schemi del regista di Cincinnati, l’esilarante “1941 allarme a Hollywood”, con gli scatenati John Belushi e Dan Aykroyd non ancora divi planetari.

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Prova a prendermi (2002)

Chi come me ha scoperto il cinema tra gli anni ’70 e ’80 ha formato il proprio immaginario soprattutto coi film della New Hollywood, e Spielberg, con la sua fantascienza che spesso sfociava nella favola o nel fumetto non poteva non contribuire a plasmarlo: ne vediamo i frutti nelle mille serie che seguiamo sulle piattaforme (“Stranger Things” su tutte). È un bene o un male? Se, come me, lottate per il predominio del canone strano, cioè del fantastico sul (presunto)realismo, e detestate la cattiveria artefatta e in fondo innocua degli pseudoautori da festival sarete grati a Steven , poi preferirgli altri registi, Cronenberg sicuramente, Carpenter o Raimi perché no, io ho un debole per Zemeckis, va benissimo. Non ho mai amato la dialettica dei sopravvalutati o sottovalutati, penso che dal punto di vista dell’eternità qualsiasi artista sia l’uno e l’altro, ma mi gioco il carico da undici: e se fosse Spielberg il grande sottovalutato?