Centenari nel mito: Jack Kerouac

di Alfredo Sgarlato – Tempo fa avevo letto un bell’articolo di Maurizio Bianchini a proposito dei cinquant’anni dall’uscita di “Easy rider”, che terminava dicendo che adesso era il caso di riflettere su come la controcultura degli anni ’60, per quanto splendida e meravigliosa, abbia poi finito per generare i peggiori obbrobri di oggi, ovvero il “politicamente corretto” e le “narrazioni alternative”. Con grande sfrontatezza ho pensato, lo potrei scrivere io, e poi ho sempre rimandato, e anche stavolta rimando, e ne scrivo uno su come è cominciato il tutto, ovvero su Jack Kerouac.

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Già, perché Jack Kerouac avrebbe compiuto qualche giorno fa cento anni, se fosse ancora vivo, perché no, il suo amico Lawrence Ferlinghetti ne ha vissuti centodue. E invece no, Kerouac fu autodistruttivo nella sua disperata vitalità, per dirla col suo coetaneo Pasolini (che l’avrebbe voluto come Cristo nel suo “Vangelo secondo Matteo”), per tutta la vita flirtò con la morte e la raggiunse a soli 47 anni. Tutta la sua vita in realtà fu una fuga, dalla famiglia, dalla patria, da sé stesso. Il mito dei musicisti jazz, creativi e autodistruttivi insieme, Charlie Parker su tutti, lo aveva ammaliato, e il jazz modellò la sua scrittura e la sua vita.

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Kerouac fu uno dei miei idoli adolescenziali, lessi tre volte “Sulla strada” quando facevo ancora terza media, per poi leggere tutta la sua produzione o quasi nel giro di una dozzina di anni, per poi vederlo abbastanza dimenticato; sorte simile a quella di un altro mio eroe, Camus, anch’egli passato in quel periodo storico per il mondo dei media da mito per studenti bohemien a solito str… a venerato Maestro, come insegna Arbasino, in occasione di centenari vari. Vale ancora la pena di leggere Kerouac nel 2022? Certo, vale sempre la pena di leggere, se non altro per curiosità. È invecchiato? Forse, ma le sue opere maggiori tutto sommato reggono, e come spesso accade a un artista, alcune minori come “Maggie Cassidy” o “Visioni di Gerard”, ancora di più.

Kerouac era figlio di immigrati canadesi, aveva grande talento per lo sport e questo gli procurò borse di studio, ma fu per sempre segnato dalla morte del fratellino, da una violenza subita sul lavoro, dall’alcolismo della madre. Positivamente lo segnarono la lettura di Hemingway, Dostoevskij, Joyce, Dos Passos, Wolfe (tutti scrittori maschi bianchi etero direbbe un buontempone, ma ai tempi donne neri e gay era già tanto se li lasciavano vivere, altro che scrivere). La sua narrativa fu fondamentalmente autobiografica, del resto con una vita avventurosa se ne hanno cose da raccontare, ma come sempre nella grande letteratura è lo stile a fare la differenza: il suo ritmo è unico, si sentono la musica e la febbre di vivere che lo innervavano.

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Libri, film, musica, hanno plasmato alcune generazioni, la mia su tutte. In gran parte provenivano da oltre oceano, provocando cortocircuiti ideologici. Oggi non so se sia così, ma vedo che la ricerca di idoli, specie se “trasgressivi”, non è cambiata. E allora tanto vale riscoprire Kerouac, e i suoi miti letterari e musicali, niente invecchia come le novità, nulla rimane per sempre giovane quanto i classici.

“Ho in mente un altro romanzo a cui continuo a pensare: parla di due ragazzi che fanno l’autostop fino in California, in cerca di qualcosa che non riescono a trovare veramente e si perdono lungo il cammino per poi tornare indietro sperando in qualcos’altro. Inoltre, sto scoprendo un nuovo modo di scrivere. Ne parlerò più avanti.”