Meccanismi del comico e politicamente corretto

BUSTER KEATON. “THE GOAT” [1921], directed by BUSTER KEATON.

di Alfredo Sgarlato – Mi capita spesso di leggere articoli in cui si parla di Jacques Tati come di uno dei massimi comici del secolo scorso. Confesso: a me Tati non fa ridere per niente. La sua comicità, come quella di molti suoi epigoni, vedi certi personaggi di Benigni o Albanese, riprende uno dei più tipici topos del genere, ovvero l’individuo goffo, soprattutto corpo goffo, che si trova a disagio in qualsiasi situazione. Poiché io sono un individuo goffo a disagio in qualsiasi situazione, l’identificazione con Tati non mi produce il riso catartico ma disagio.

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Però, intendiamoci, non mi sento offeso da Tati, e qui si apre il discorso spinoso: fino a che punto possiamo sentirci offesi o meno dalla comicità o dalla satira? La sensibilità al riguardo è estremamente cambiata in tempi recenti, mentre in passato era normale che il personaggio comico fosse brutto, grasso, omosessuale, senza pensare allo stigma sociale che questa persona poteva avere, oggi sembra impossibile ridere di qualsiasi cosa, esclusi i mariti e gli psicoanalisti. Si può ridere della religione, anche aldilà del fatto che potresti essere sgozzato se lo fai (o anche solo perdere la speranza di fare carriera, il fondamentalismo non riguarda solo l’Islam)? Esiste qualcosa su cui non si può ridere? Penso che la risposta possa essere solo individuale, e così ci si scontra tra pensiero proprio e pensiero comune, o dominante (ma non parlatemi di pensiero unico, l’ennesimo slogan roboante e ingannevole).

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Il politicamente corretto nasce con uno scopo sacrosanto: non offendere chi è percepito come diverso. Che poi esistano persone percepite come diverse (o addirittura inferiori), cioè il vero cuore del problema, rimane nodo irrisolto. Ma come sempre un’idea diventa ideologia, dogma, coi suoi zelanti zeloti, che inseguono un ideale di purezza, vedi le magnifiche pagine di Kundera sull’argomento, e allora un movimento progressista, inclusivo, diventa reazionario, divisivo. E crea il suo contrario, altrettanto se non ancora più fastidioso, scatenando zeloti di senso opposto che riciclano articoli poco letti e ancora meno capiti, spargono fake news e innalzano battutisti da bar di periferia a opinionisti “fuori dal coro”. Contribuendo così a un dibattito intellettuale sempre più misero e inutile.

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Tornando poi a Tati, posso anche trovare motivi teorici per cui non mi fa ridere. La sua interpretazione si ferma a metà: non è Chaplin o Woody Allen, che ribaltano la goffaggine fino a diventare il più figo (Chaplin addirittura contro Hitler…); non è Stan Laurel o Peter Sellers la cui goffaggine diventa talmente estrema da farne un angelo sterminatore; non è il più grande di tutti, Buster Keaton, la cui imperturbabilità svela che è il mondo circostante, non lui, ad essere sbagliato. Mi chiedo se oggi, gli eroi del muto, con la loro incredibile carica eversiva, potrebbero esistere. La cosa che mi fa riflettere è come questi autori avessero un passato da clown, Buster Keaton non era mai andato a scuola, erano approdati al cinema per caso o per calcolo, eppure hanno creato dei capolavori assoluti. Nelle comiche di Chaplin, Keaton, Laurel e Hardy c’è più saggezza che nel 90% della filosofia contemporanea, e molta più carica eversiva: fate anche solo caso al loro rapporto con gli oggetti. Non che io sia contro la scuola, anzi, Potremmo poi fare un altro discorso, più ideologico, su Tati, l’antimoderno che usa l’arte moderna, per eccellenza, e chiederci allora se è un ingenuo, un furbone che combatte il nemico con le sue stesse armi, o un ingrato che sputa nel piatto dove mangia caviale, e potremmo chiedercelo per tantissimi “intellettuali” di successo, vedi il giovin filosofo dagli occhi azzurri, ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano.