Pensieri sparsi di uno scribacchino in tempo di pandemia

di Alfredo Sgarlato – Tanti anni fa avevo letto un libro bellissimo, “La mia vita nel bosco degli spiriti“, di Amos Tutuola, che narra di un paese da favola dove ognuno fa di mestiere la cosa per cui ha talento. In particolare, il protagonista ha uno straordinario talento per bere vino di palma, ne beve anche migliaia di litri al giorno e quello è il suo lavoro, e ovviamente ha anche un fedele servitore che lo segue sempre per spillare il vino ogni volta che ne ha bisogno. A volte ripenso a quel libro e mi dico: che bello sarebbe un mondo dove davvero si possa fare ciò che si sa e si ama fare come mestiere.

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Sappiamo che non è così: di me per esempio dicono che sono bravo a scrivere, soprattutto di jazz, ma questo è un hobby, il mio lavoro è un altro (e neanche con quello sono diventato ricco, non sono stato astuto nelle mie scelte), e abbiamo visto in questi giorni di quarantena come musicisti e attori, quando non sono stelle, cioè la maggioranza, siano tra le principali vittime della crisi. Ricordo quando in un’intervista ad alcuni dei maggiori musicisti rock italiani, con una ventina d’anni di carriera alle spalle, alla domanda ma tu vivi con la tua musica loro risposero “adesso sì”. Non si vive coi dischi, a meno che tu non sia un componente degli U2, non si guadagna granché coi concerti, anche chi vive con la musica lo fa con l’insegnamento, con progetti in cui si ha un ruolo defilato, col lavoro da turnisti e, come avviene ormai per tutte le professioni di ambito culturale e sociale, inseguendo bandi e finanziamenti risicati, pagati dopo un anno, difficili da vincere.

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Non parliamo poi della critica: chi scrive di musica, cinema, teatro, ormai lo fa quasi solo per passione, generalmente con un altro lavoro a coprire le spalle. E qui veniamo a un altro tasto dolente: internet ci ha dato l’illusione che tutto sia gratis: perché pagare un disco che puoi scaricare o ascoltare in streaming (con la pubblicità e la cessione dei dati), perché comprare una rivista quando puoi leggere la recensione in un blog cinque minuti dopo l’uscita del disco (quando non anche prima dell’uscita)? E perché mandare in giro per anni i tuoi scritti per poi ricevere continui rifiuti quando puoi aprirti il tuo blog e autopubblicarti? Non vedrai un centesimo, ma finalmente qualcuno ti leggerà. E oggi che le recensioni ufficiali escono dopo che il disco sia stato ascoltato da chiunque, al musicista di insuccesso che chiede provocatoriamente a cosa serva la critica potrai rispondere serenamente, a niente, è un genere letterario come un altro.

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Riccardo Bertoncelli, il critico per eccellenza

La pandemia almeno un merito l’ha avuto: ha riportato l’interesse sul diritto al tempo libero, e su come il tempo libero di alcuni sia la fonte di lavoro per altre persone. Si è finalmente scalfito un tabù dell’ideologia vincente, il misto di capitalismo e populismo, figlio del protestantesimo anglosassone, per cui la vita è solo lavorare e andare a messa, l’arte è peccato e la cultura superflua. Chi vuole fare arte deve farlo solo per passione e in perdita. E invece no, l’arte, la cultura, la musica creano lavoro. Quei politici da strapazzo che dicono che con la cultura non si mangia non vedono le code che ci sono davanti a bar e ristoranti quando c’è un festival.

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Coda per visitare la mostra “Arte degenerata”

Ma c’è un altro tabù duro a morire: quello che la cultura sia divertente. A tutti coloro che hanno risposto piccati al Premier che citava gli artisti che ci fanno divertire vorrei chiedere: perché, voi a teatro, ai concerti, soffrite? Quando si chiede a persone illustri per quali motivi leggono libri ci rimango male poiché nessuno risponde mai: perché mi diverto. Poi certo, ci sono mille altre motivazioni, altrettanto nobili, ma non più nobili. Qui dobbiamo uscire dal paradigma clericofascista per cui la vita si esalta nella sofferenza, quello che da centinaia di anni fa considerare la commedia arte di serie B. Il genio, come scrive Carlo Maria Cipolla, è colui che fa il proprio bene, materiale e spirituale, facendo quello degli altri. Questa è la missione dell’Artista.

p.s. Non sono un sostenitore del Premier né di nessun altro politico, il critico dev’essere critico, se no che critico è?