Dogmi critici, egemonie culturali, pensieri unici

di Alfredo Sgarlato – Qualche giorno fa ho visto finalmente un film bello come non ne vedevo da anni, “Parasite“, di Bong Joon-Ho. Mi ha fatto piacere leggere nei giorni successivi una marea di commenti entusiasti al film. La stampa alla moda mi rimprovererebbe di aver cantato nel coro: ma se il coro (intendiamoci, il piccolo coro delle persone colte, non il mondo reale) per una volta canta una bella canzone perché non unirsi?

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Salvador Dalì, geniale ousider o simpatico furbacchione?

Ma come avrete notato nella maggioranza dei casi questa rubrica tratta di outsiders, di personaggi a torto considerati minori: non si tratta di cantare fuori dal coro, uno dei più stupidi falsi miti dello pseudogiornalismo italiano, ma del fatto che la critica culturale è stata spesso dogmatica, prendendo cantonate su artisti che non rientravano nei canoni. Il principale dogma della cultura novecentesca è stato quello che Antoine Compagnon, professore di lettere alla Sorbona, nel suo libro “I cinque paradossi della modernità” riassume in due diktat: la “superstizione del nuovo” e “la religione del futuro”. In pratica una visione delle arti “teleologica”, cioè inevitabilmente diretta a un fine secondo una linea obbligata.

1 Antoine Compagnon par Claude Truong Ngoc octobre 2015
Antoine Compagnon

Per cui all’inizio del ‘900 una serie di avanguardie diventano canoni principali, da cui indietro non si torna: in musica l’atonalità deve soppiantare la melodia, nelle arti visive l’astratto il figurativo, nella narrativa il romanzo psicologico quello di avventure. Ne consegue che l’uso della tonalità viene considerato canzonetta e non musica alta, processo che a un certo punto contagia anche il jazz, nella sua evoluzione free, e qualche critico (per es. Scaruffi, uno dei massimi scult per gli amanti dei social) vorrebbe adattare questa linea critica anche al rock. Vengono così condannati all’oblio molti compositori di inizio secolo e anche i minimalisti come Glass o Reich vengono guardati con sospetto dall’accademia.

Allo stesso modo in pittura l’astrattismo diventa dogma, relegando ai margini artisti oggi apprezzati come Hopper o come molti pittori italiani tra cui Donghi, Oppi, Cagnaccio di San Pietro, il cui stile venne definito realismo magico. Interessante scoprire il percorso ideologico che c’era dietro le loro opere: da una parte il rifiuto dell’avanguardia (vedi i paradossi di Compagnon) che vedevano legata a una visione del mondo che aveva portato alla guerra mondiale, dall’altra il rifiuto del realismo propriamente detto, che significava accettare acriticamente la realtà, e quindi la dittatura fascista.

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Antonio Donghi, “Circo equestre”, 1927

E qui veniamo a un altro fondamentale dogma castrante: il realismo, che è stato imposto agli artisti da tutte le ideologie totalitarie, perchè l’immaginazione è la più forte forma di dissenso. È interessante come nel cinema, la cui storia si può leggere anche come il tentativo degli autori di affrancarsi dal realismo imposto da produttori e pubblico imponendo lo stile (usando la regia e il montaggio), si ha oggi un ribaltamento, con produttori e pubblico che vogliono fumettoni e pseudoautori che cercano il realismo assoluto producendo opere sciatte e prive di stile, piene di cattiveria gratuita, spesso sconfinanti nell’idiozia.

Poi a un certo punto si impone la visione detta del postmoderno, che cambia molte carte in tavola. L’idea di fondo del postmoderno, per cui tutto è linguaggio, per cui tutto è interessante, è però molto rischiosa, perché apre la porta alla fine della critica, “tutto è bello”, oppure, come spesso si legge, l’arte è emozione quindi non si può spiegare; e quindi al populismo: bello, vero, utile è ciò che piace a tanti, senza criterio di valore, realizzando così un altro dei paradossi di Compagnon, la ricerca del consenso delle masse, che spesso porta a snobismi ancora più fastidiosi.

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Antonio Gramsci

Va detto che oggi, che qualsiasi opera d’arte si raggiunge con un click, il dibattito culturale non interessa più a nessuno. È finito il tempo in cui, seguendo Gramsci, si vedeva l’ “intellettuale” come attore sociale decisivo, col rischio di creare quelle egemonie culturali che i governi più lungimiranti lasciavano in mano alle minoranze politicamente perdenti. Oggi che l’egemonia politica è in bilico tra neoliberismo e populismo, due mondi che vedono la cultura, sia accademica che pop, con sospetto se non con disprezzo, ogni manifestazione di gusto, se solo vagamente riconducibile a un canone, viene accusata di conformismo al pensiero unico (ma cos’è? Io una volta ho provato a capirlo e “pensieri unici” ne ho contati sei o sette…) o al contrario, qualsiasi idiozia, in nome di una malintesa idea di uguaglianza, viene esibita come cantare fuori dal coro. Mala tempora currunt, e non ne stiamo uscendo migliori.

P.S. Non sono un antimodernista, anzi, di tutte le nevrosi che chiamiamo ideologie l’antimodernismo è quella che più fatico ad interpretare, semplicemente voglio mettere in guardia dall’uso dell’ideologia come categoria per interpretare la cultura e la società.