Lo scherzo finito. Ars longa e vita brevis di David Foster Wallace

di Alfredo Sgarlato – La clausura forzata data dalla pandemia mi ha dato il tempo e la voglia di terminare la lettura quasi completa dell’opera dello scrittore americano David Foster Wallace (DFW per i fan). Nato nello stato di New York il 21 febbraio 1962, David Wallace (aggiungerà il cognome della madre, Foster, alla scoperta dell’esistenza di uno scrittore suo omonimo), divenuto in America star mediatica (anche grazie all’invenzione di un look ben riconoscibile) e in Italia oggetto di culto per i fan, e di scherno per i detrattori, è stato, a seconda dei giudizi, l’ultimo dei geni o il peggiore degli spaccapalle per snob. Come penso tutti i lettori non professionisti, mi sono avvicinato a lui quando ho visto in libreria la sua prima raccolta di racconti “La ragazza dai capelli strani” (1990), titolo che scatenava chissà quale ricordo di gioventù, non ricordo l’anno, posso dire che la copia ha ancora il prezzo in lire. Fu subito innamoramento, fin dal primo racconto “Lyndon” storia di fantasia ma con l’ex presidente americano come protagonista. Straordinario anche il racconto che dà il titolo all’antologia, storia dell’iniziazione di un ragazzo di buona famiglia in una banda di tossici delinquenti, ma in tutta la raccolta inventiva, humour, capacità di variare stili e registri, dal più colto al più pop (quello che una volta si chiamava “postmoderno”) impazzano, per la gioia del lettore curioso.

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Il mio secondo incontro con DFW è uno strano libretto trovato in biblioteca “Una cosa divertente che non farò mai più” (1997), reportage a proposito di una crociera scritto per la rivista Harper’s Magazine. La sfida dell’autore è divertire raccontando una delle cose che si considerano più noiose (la noia è uno dei suoi temi ricorrenti). Ci riesce nel migliore dei modi. Già dalla prima pagina ci imbattiamo in un capolavoro di stile. La sua capacità di descrivere personaggi, ambienti, stati d’animo è unica, e nessuno scrittore in tempi recenti uguaglia la perfezione dello stile (forse solo il Vila Matas più ispirato). La classica opera minore che si rivela capolavoro. Tra le opere di saggistica di DFW imperdibile anche “Considera l’aragosta“, che contiene almeno due saggi straordinari, “Il figlio grosso e rosso” esilarante reportage dal mondo del cinema porno, e “Il Dostoevskij di Joseph Frank“, acuta riflessione sui limiti della letteratura contemporanea.

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Wallace ha pubblicato altre due raccolte di racconti. La prima “Brevi interviste con uomini schifosi” (1999), segna un passo avanti nella sua ricerca stilistica e in quella delle sue personali ossessioni. Vertice dell’antologia è “La ragazza che vuole morire“, straziante descrizione della depressione, sindrome che lo tormenterà per tutta la vita (che appare fin dal primo racconto scritto, “La cosa brutta in relazione al pianeta Trillafon“, 1984, pubblicato nell ’87). La seconda è “Oblio” (2004), otto racconti scritti all’inizio del millennio. Qui le trame sono più lineari, la psicologia dei personaggi dettagliatissima, ma c’è una certa sensazione di stanchezza, di già letto. C’è almeno un racconto molto bello, “Caro vecchio neon“, mentre un paio di altri sono davvero faticosi per il lettore.

Il primo lavoro pubblicato da David è però un romanzo “La scopa del sistema” (1987), la sua tesi di laurea in letteratura e scrittura creativa. Classico romanzo postmoderno, in cui la trama, la sparizione e la ricerca dell’eccentrica nonna di famiglia facoltosa, è l’espediente per inventare personaggi assurdi e situazioni strane, in cui si alternano continuamente citazioni dalla cultura alta e quella pop (molti, nelle opere di Wallace, i riferimenti alle serie tv, precorrendo i tempi). Lettura molto godibile, ma che può lasciare perplessi chi non ama il genere. Nel 1996 esce quello che è considerato il capolavoro di Foster Wallace e uno dei vertici della lettura americana del dopoguerra, “Infinite jest” (letteralmente “Scherzo infinito“). Opera monstre di circa 1600 pagine comprese le note, è stato anche premiato come romanzo di fantascienza, poichè si svolge in un imprecisato futuro in cui gli anni portano il nome di uno sponsor, e tutto il Nord America è riunito in un unico stato (ONAN), governato da un ex cantante ossessionato dalla pulizia. La trama è complicatissima: cosa lega Hal Incandenza, giovane promessa del tennis più interessata a farsi di ogni sostanza che al successo, suo padre James (detto “Lui in persona”) regista di film d’avanguardia, Joelle Van D. La Ragazza Più Bella di Tutti i Tempi, il tossicomane redento Dan Gately, i detective transessuali Hugh Steeply e Remy Marathe e i misteriosi Assassini sulle Sedie a Rotelle? Intorno a pagina 600 si comincia a capire qualcosa; più o meno pagina 1000 la trama si fa abbastanza chiara; circa a pagina 1100 è spiegato il titolo. Opera magmatica, estremamente complessa, a tratti estenuante, Infinite jest è un libro che lascia attoniti da ogni punto di vista. Se la bellezza dello stile è prodigiosa, se certe metafore o descrizioni fanno venire voglia al lettore di alzarsi in piedi ed applaudire come la giocata del fuoriclasse o l’assolo del grande stilista (del resto Federer era una delle ossessioni di DFW), il senso dell’insieme sfugge. Capolavoro? Boiata pazzesca? De gustibus, ma più probabilmente la prima che ho detto. È da leggere Infinite jest? Se amate la letteratura come linguaggio artistico assolutamente. Se a un libro chiedete solo un passatempo spensierato no.

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Un terzo romanzo “Il re pallido“, sarà pubblicato postumo e incompleto. Il libro racconta l’esperienza più noiosa della sua vita (pare però sia inventata), un periodo di lavoro come impiegato, ed è terribilmente, volutamente, noioso. Però ha un capitolo geniale: nell’ufficio lavorano la classica bellona desiderata da tutti e che non dà confidenza a nessuno, e un misantropo che evita qualsiasi relazione. Una sera i vari personaggi si ritrovano al bar e a chi attacca bottone la bella? Al misantropo, rivelandosi una persona noiosissima. Così il tipo non sa come fare per liberarsene, non sapendo quanto è invidiato da tutti i colleghi. Ebbene, qui DFW supera sè stesso e sembra veramente leggendo di essere là, di provare le loro sensazioni.

David Foster Wallace divide in due i lettori, e questo vuol dire molto, nel mezzo ci sta la verità ma soprattutto la mediocrità. Ricordo anni fa su una stessa rivista l’articolista che cercava disperatamente di copiarne lo stile e quello che “sì, mi porto un suo libro in vacanza, vediamo se stavolta riesco a leggerlo, ma non capirò mai perchè vi piace tanto”. Ma il suo nemico non è stata la critica. Per tutta la vita ha lottato contro la depressione. Solo l’uso di psicofarmaci gli permetteva la stabilità mentale necessaria per scrivere, dandogli però effetti collaterali intollerabili. Finché, non potendo scegliere tra due forme di sofferenza, il 12 settembre 2008 decise di porre fine a entrambe impiccandosi.