Storie di libri, film e artiste

carol

di Alfredo Sgarlato – Un 8 marzo di tanti anni fa, c’era ancora la lira e forse persino la sinistra, una libreria faceva un offerta per cui, prendendo tre libri scritti da donne, si aveva diritto a un forte sconto. C’erano due libri che volevo leggere e ne approfittai. Il primo, “Figlie sagge” di Angela Carter, scrittrice brava nel fantastico, meno nel realistico, mi deluse. Il secondo, “Carol”, di Patricia Highsmith, mi stregò. Non era un noir, come tipico dell’autrice, ma una storia d’amore tra due donne, nell’America degli anni ’50. Fu un libro che ebbe molti rifiuti editoriali e inizialmente la Highsmith dovette pubblicare sotto pseudonimo.

È il classico libro che mentre lo leggi ti vedi già il film; normale con Patricia, portata ottimamente sullo schermo da Hitchcock, Wenders, Minghella, Clement, Cavani, Chabrol. Nei ruoli delle protagoniste mi vedevo due attrici ancora sconosciute, che io, cinefilo estremo, avevo notato in qualche marginale film indipendente, Kate Beckinsale e Cate Balnchett. Oggi il film è stato realizzato, diretto del magnifico Todd Haynes, e nel ruolo di Carol appare proprio Cate Blanchett, mentre l’altra protagonista non è Kate Beckinsale, che ormai sarebbe fuori età, ma una molto somigliante, Rooney Mara. Colpito dalla coincidenza sono andato a rivedermi il libro, e solo Carol è genericamente descritta come alta e bionda, dell’altra l’autrice non dice nulla.

PatriciaHighsmith

Il film è stato presentato al Festival di Cannes con grande successo, si prevedeva la Palma d’Oro o il premio alla Blanchett come migliore attrice, che invece è andato a Rooney Mara, unica sorpresa tra premi ampiamente prevedibili. E in ogni caso, sebbene premiati, per vedere “The lobster” di Yorgos Lanthimos, regista di grande interesse, o “The assassin”, cimento nel “wu xia” (cappa e spada) del maestro Hou Xsiao Xien, dovremo aspettare un passaggio notturno su qualche canale satellitare. Non che le opere di Jacques Audiard, vincitore della Palma d’Oro con “Dhepaan”, e autore di alcuni dei più bei noir degli ultimi anni come “Sulle mie labbra”, “Tutti i battiti del mio cuore” o “Il profeta”, vada meglio. Nemmeno Todd Haynes, di cui vi invito a riscoprire due film straordinari come “Velvet Goldmine”, un “Citizen Kane” ambientato nel mondo del glam rock e “Io non sono qui”, delirio psichedelico ispirato alla vita di Bob Dylan (in cui uno degli pseudo-Dylan, paradossalmente il più somigliante, è proprio la Blanchett), gode della fama che meriterebbe.

Forse a qualcuno interesserà sapere qual era il terzo libro. Ne presi uno quasi a caso, “Dio di illusioni”, della sconosciuta Donna Tartt. Mi incuriosirono la trama e l’ambientazione, un po’ “Giovane Holden”, un po’ “Grande Gatsby”, un po’ noir, e, confesso, la foto della bella scrittrice. Inutile dire che dei tre è stato il libro che mi è piaciuto di più. Però poi non seppi più nulla di Donna Tartt, finché non ho letto che la misteriosa autrice scrive un libro ogni dieci anni e, dopo il clamoroso esordio (il cui titolo originale è “The secret history”), ha deluso col secondo “Il piccolo amico”, e fatto gridare al capolavoro la stampa americana con il terzo, “Il cardellino”, premio Pulitzer.

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Me lo sono procurato, l’ho letto tutto d’un fiato, nonostante le quasi 900 pagine, e no, non è un capolavoro. Però è un libro che rimane. Della trama non posso dire nulla, dato che è un colpo di scena dopo l’altro. C’è l’elemento noir, c’è il romanzo di formazione, c’è la storia d’amore infelice, questo posso dirvelo tanto c’è in tutti i romanzi. Non è un capolavoro ma avvincente e scritto bene, molto bene, lo è, e non è mai stucchevole o buonista, in questo è ben poco americano. Non ne trarranno mai un film perché sarebbe lunghissimo, data la complessità della trama. Bene, un po’ di libri e di film ve li ho consigliati, il mio dovere l’ho fatto, ora tocca a voi.