Ma quale gaffe? Berlusconi dice il vero sui tedeschi e i lager. Una testimonianza

di Laura Sergi – Anni ’90. Mio marito ed io siamo in ferie a Monaco di Dachau1 G00Baviera e per quel pomeriggio avevamo pensato di andare a visitare il Campo di concentramento di Dachau (vedi foto), distante solo una ventina di chilometri.

Abbiamo fra le mani una cartina che riporta, nel dettaglio, i collegamenti ferroviari ma, da quel che riusciamo a capire, dovrebbe esserci troppa distanza fra il Campo e la stazione. E se poi ci perdiamo? Per di più è pieno inverno, ha nevicato ieri e nevicherà ancora… no, meglio prendere un taxi.

“Dachau, Konzentration Camp”, diciamo all’autista, dopo esserci sistemati in auto. Non capisce, che strano. Ripetiamo. Non capisce ancora. Poi, come aggrappandosi a qualcosa: “Ah, Dachau!”. Parla un mezzo inglese scolastico, fa capire che ‘allora arriviamo a Dachau, poi vedremo…’.

“Vedremo?”, chiedo sottovoce a mio marito, seduto davanti al suo fianco. “Vedremo”, ripete lui guardando fuori dal finestrino. Il disagio si insinua nell’auto, ed è l’inizio di una strana avventura.

A Dachau ci arriviamo infatti, e l’autista ci dice che ora viene il difficile. Si ferma, scartabella alcune carte pure lui, riprende il cammino e chiede qualcosa via radio alla sua centrale: dall’altro capo del filo ci sono istanti interminabili di silenzio; lui ripete la domanda, gli rispondono con poche parole incerte. L’assurdo si installa nella vettura.

Neve da tutte le parti, a volte qualche casa sparsa. Ogni tanto il taxista mormora qualcosa, si guarda intorno, come a cercare un aiuto. “Dice che vuole chiedere a qualcuno del posto – mi confida piano mio marito -, dice che loro sapranno…”. E inizia a canticchiare piano, fa il disinvolto, e l’autista non riesce a guardarlo senza mostrare rabbia.

Seduta dietro, io ora sto tenendo sott’occhio il contachilometri. Stiamo per pagare una cifra pazzesca per quest’avventura, forse dovremmo dirgli di tornare indietro… forse. Fra me e me, mi pongo un limite di spesa.

Incrociamo alcune persone che stanno pulendo la stradina per raggiungere la propria abitazione dalla neve. L’autista blocca l’auto, prende la sua cartina, e li raggiunge. Subito gli indicano una direzione ad ovest poi, ad una nuova domanda, una direzione ad est. L’uomo ritorna in auto e dice che non gli hanno saputo spiegare, non sanno nulla di un Campo di concentramento. “Loro lo saprebbero!”, ci dice. “Che facciamo?”, chiede.

“Konzentration Camp”, fa mio marito. Quando il gioco si fa duro… Il taxi si riavvia e io mi reincollo al contachilometri. Ora la cifra sta diventando esorbitante e si avvicina al massimo sostenibile.

Altri due gruppetti di persone vengono interpellati dal taxista, entrambi indicano una direzione alle nostre spalle, ma lui prosegue in avanti. Ecco, siamo vicini a dover pagare quella cifra incredibile: molto più di quanto avevamo messo in cantiere di spendere, è una follia, una follia pura… ma rimango in silenzio. Osservo le manovre dell’autista e penso che ci sta facendo fare ‘il giro dell’oca’, ora a destra, ora a sinistra, ora una curva, ora un’altra curva. Uno sguardo dal finestrino e dico sottovoce: “Di qui ci siamo già passati!”. “Sì”, mi risponde mio marito. È la casa dove ancora ci sono quelle persone che stanno cercando di liberare la stradina dalla neve.

È adesso che superiamo il limite di spesa e succede una cosa incredibile: mi diverto! Ci costerà cara quest’avventura ma ora mi diverto. Ce la ricorderemo per tutta la vita, e sarà bellissimo poterla raccontare. I tedeschi non vogliono ricordare la loro storia: i campi di concentramento non esistono! Intanto un sorriso al taxista glielo mando proprio volentieri. Un sorriso che è anche un avvertimento: “Vedremo chi vince!”. Mi accorgo in ritardo che mi sta guardando dallo specchietto.

Qualche attimo sovrappensiero e mi rendo conto che l’auto procede spedita. “Dice che gli è venuto in mente un posto…”, sussurra mio marito.

Un quarto d’ora, non di più, e Konzentration Camp Dachau è sotto i nostri occhi (e faremo incetta di libri e opuscoli). In più, vicino a noi, un pullman di linea sta scaricando un mucchio di visitatori.

Ma sotto i nostri occhi c’è anche un miracolo: l’autista guarda il contachilometri e lo spegne con un grande sospiro. Una spiegazione in inglese stentato (Vi ho fatto perdere mezzo pomeriggio!) e ci offre di pagare la corsa solo un poco di più di quello che si paga per andare dalla stazione all’albergo dove alloggiavamo.

Sono sempre stata certa che quella fu l’ultima volta in cui quel taxista tedesco giocasse a non sapere dove fosse Konzentration Camp Dachau.

3 Commenti

  1. L’autista e tutti i teutonici non vogliono ricordare ma altri NON DIMENTICANO le sofferenze che questo popolo ha arrecato a mezzo mondo per le loro innate, genetiche e mai estirpate voglie di predominio sul prossimo.
    Troppo poco il tempo passato e troppo aleatorio basarsi sul concetto di evoluzione per scongiurare il ripetersi della storia.
    L’errore fu ammetterli negli ornganismi internazionali alla pari degli altri, invece di tenerli a purgare (minimo 200 anni) come si fà cone le lumache prima di cucinarle.
    Ci rallegra relativamente il fatto che abbiano sempre perduto le guerre anche se il prezzo pagato è pur sempre troppo alto.
    Non condividiamo nulla e non potremo mai condividere nulla con chi ha deciso di sottomettere tutti anche se ora non utilizza più i carri armati.
    Il giustificato orgoglio nazionale e storico ci impone di dissociarci da contesti internazionali in cui si lascia così tanto spazio a chi possiede un imbarazzante fardello di queste proporzioni.
    Non dimentichiamo che un tempo, mentre nel nord europa si viveva in grotte, ci si lavava nei fiumi,ci si cibava di bacche e radici e a volte di selvaggina, si regolava la vita sociale con leggi tribali e si espletavano i bisogni fisiologici random dove capitava, nello stesso momento a Roma imperiale si viveva in abitazioni di muratura, ci si lavava con acqua corrente potabile trasportata da acquedotti distranti oltre 10 chilometri, si importavano cibi e vini da tutto il mondo ocnosciuto, la vita sociale era regolata dal diritto romano e la cloaca massima allontanava le acque luride provenienti dai vespasiani.
    …Tanto per ricordarci le differenze di civiltà.
    Altro che: “…perchè ce lo chiede Angela, Mario, Herman, Josè, Matteo, Romano , etc…” !

  2. Eppure il campo di concentramento di Dachau ha un sito in 7 lingue http://www.kz-gedenkstaette-dachau.de/ nel quale si dice testualmente:
    “Questo spazio fu modello per i successivi campi di concentramento e in seguito divenne la “scuola di violenza” per i soldati delle SS, sotto la cui amministrazione sottostava. Durante i dodici anni della sua esistenza più di 200.000 persone provenienti da tutta Europa furono rinchiuse qui e nei numerosi campi secondari. Sono stati giustiziati 41.500 prigionieri” NON MI SEMBRA NASCONDINO NULLA! buona giornata della memoria

  3. Stessa cosa capitata a noi per Bergen Belsen. Avevamo la macchina nostra, ma trovarlo, in una desolante assenza di segnaletica è stata un impresa. Alla fine ci ha dato l’informazione giusta un militare di una base Nato li vicina

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