Un Dantedì “corsaro”: la Divina commedia raccontata da Boccaccio in terza rima

Dante Alighieri

di Fabrizio Pinna – “Ben so, per molti altri molto meglio e più discretamente si saria potuto mostrare; ma chi fa quel che sa, più non gli è richiesto”. Giovanni Boccaccio fu uno dei primi appassionati dantisti e in alcuni codici (il Toledano 104 6, il Riccardiano 1035, il Chigiano L VI 213) che raccoglievano sue trascrizioni di opere di Dante, alle tre cantiche della Divina commedia aveva premesso dei sunti (“Argomenti”) in terza rima, insieme – come ricordava Giorgio Padoan nell’ Enciclopedia Dantesca (Treccani, 1970) – a “una breve rubrica riassuntiva in prosa per ogni canto”.

Nella selva oscura dei nostri pandemonici tempi qualche giorno fa, il 21 marzo, si è celebrata la Giornata mondiale della poesia: ricordando simbolicamente entrambe le ricorrenze, l’omaggio di un grande prosatore a un grande poeta mi sembra un buon modo per celebrare oggi – 25 marzo – il Dantedì, la giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri che quest’anno commemora anche il settecentesimo anniversario della sua morte,

Senza andare troppo avanti o indietro nel tempo, a inizio del secolo scorso Giuseppe Gigli incluse gli “argomenti” nella sua Antologia delle opere minori di Giovanni Boccaccio (Firenze, Sansoni, 1907) e successivamente entrarono nel terzo volume dell’edizione – curata da Domenico Guerri – che raccoglieva tutti gli scritti danteschi di Boccaccio (Il Comento alla Divina Commedia, e gli altri scritti intorno a Dante, Roma-Bari, Laterza, 1918, 3 voll.), e che qui si segue nel riproporre le terze rime.

Boccaccio: Argomenti in terza rima alla “Divina commedia” di Dante Alighieri

ALL’INFERNO

 «Nel mezzo del cammin di nostra vita»,
 smarrito in una valle l’autore,
 e la sua via da tre bestie impedita,
 
 Virgilio, dei latin poeti onore,
 da Beatrice gli apparve mandato
 liberator del periglioso errore.
 
 Dal qual poi che aperto fu mostrato
 a lui di sua venuta la cagione,
 e ’l tramortito spirto suscitato,
  
 senza più far del suo andar quistione,
 dietro gli va, ed entra in una porta
 ampia e spedita a tutte persone.
 
 Adunque, entrati nell’aura morta,
 l’anime triste vider di coloro
 che senza fama usâr la vita corta;
 
 io dico de’ cattivi: eran costoro
 da moscon punti, e senza alcuna posa
 correndo givan, con pianto sonoro.
 
 Quindi, venuti sopra la limosa
 riva d’un fiume, vide anime assai,
 ciascuna di passar volenterosa.
  
 A cui Caròn:—Per qui non passerai!—
 di lontan grida; appresso, un gran baleno
 gli toglie il viso e l’ascoltar de’ guai.
  
 Dal qual tornato in sé, di stupor pieno,
 di là da l’acqua in più cocente affanno,
 non per la via che l’anime teniéno,
  
 si ritrovò; e quindi avanti vanno,
 e pargoletti veggon senza luce
 pianger, per l’altrui colpa, eterno danno.
  
 Dietro alle piante poi del savio duce
 passa con altri quattro in un castello,
 dove alcun raggio di chiarezza luce.
  
 Quivi vede seder sovr’un pratello
 spiriti d’alta fama, senza pene,
 fuor che d’alti sospiri, al parer d’ello.
  
 Da questo loco discendendo, viene
 dove Minós esamina gli entranti,
 fier quanto a tanto officio si conviene.
  
 Quivi le strida sente e gli alti pianti
 di quei che furon peccator carnali,
 infestati da venti aspri e sonanti,
  
 dove Francesca e Polo li lor mali
 contano. E quindi Cerbero latrante
 vede sopra a’ gulosi, infra li quali
  
 Ciacco conosce; e, procedendo avante,
 truova Plutone, e’ prodighi e gli avari
 vede giostrar con misero sembiante.
  
 Che sia Fortuna e la cagion de’ vari
 suoi movimenti Virgilio gli schiude:
 e, discendendo poi con passi rari,
  
 truovan di Stige la nera palude,
 la qual risurger vede di bollori,
 da’ sospir mossi d’alme in essa nude,
  
 dove gli accidiosi peccatori,
 e gl’iracundi, gorgogliando in quella,
 fanno sentir li lor grevi dolori.
  
 Sopra una fiamma poi doppia fiammella
 subito vede, ed una di lontano
 surgere ancora e rispondere ad ella.
  
 Quivi Flegias, adirato, il pantano
 oltre gli passa, nel qual vede strazio
 far di Filippo Argenti, e non invano.
  
 E appena era di tal mirare sazio,
 ch’a piè della città di Dite giunti,
 senza esser lor d’entrarvi dato spazio,
  
 si vide, e quindi da disdegno punti
 per la porta serrata lor nel petto
 da li spiriti più da Dio disiunti.
  
 E mentre quivi stavan con sospetto,
 le tre Furie infernai sovra le mura
 Tesifon, vider, Megera ed Aletto.
  
 Appresso, acciò che l’orribil figura
 del Gorgon non vedesse, il buon maestro
 gli occhi gli chiuse, e fennegli paura.
  
 Di scender poi per lo cammin silvestro,
 per cui la porta subito s’aprio,
 mostra, e ’l passare a loro in quella, destro.
  
 Quivi dolenti strida ed alte udio,
 che de’ sepolcri uscivano affocati,
 de’ qual pieno era tutto il loco rio:
  
 in quegli essere intese i trascutati
 eresiarci, e tutti quelli ancora
 ch ’a Epicuro dietro sono andati.
  
 Lì, ragionando, picciola dimora
 con Farinata e con un altro face,
 ch’alquanto a l’arca pareva di fora.
  
 Disegna poi come lo ’nferno giace,
 da indi in giù, distinto in tre cerchietti,
 e poi dimostra con ragion vivace
  
 perché dentro alle mura i maladetti
 spiriti sien di Due, e nel suo cerchio,
 più che color che ha di sopra detti.
  
 Centauri truova poi sovr’al coperchio
 d’un’altra valle sovra Flegetonte,
 nel qual chi fe’ al prossimo soverchio
  
 bollir vede per tutto; e perché cónte
 le vie salvagge, a passar la riviera
 Nesso gli fa della sua groppa ponte.
  
 Oltre passati, in una selva fiera
 di spirti, in bronchi noderosi e torti
 mutati, entraron per via straniera.
 
 Tutti se stessi i miseri avien morti,
 che li piangean, divenuti bronconi;
 dove gli fe’ Pier delle Vigne accorti
  
 delle dolenti lor condizioni
 e delle sue; e nella selva stessa,
 dopo gli uditi miseri sermoni,
 
 da nere cagne un’anima rimessa
 vide sbranare, e seppe a tal martiro
 dannato chi la sustanzia, commessa
  
 all’util suo, biscazza. E quindi giro
 più giù, dove piovean fiamme di foco,
 fuor della selva, sovra un sabbion diro;
  
 là dove Campaneo, curante poco,
 vider giacer sotto la pioggia grave
 con più molti arroganti; e ’n questo loco,
  
 seguendo, mostra con rima soave
 d’una statua, ch’ è di più metalli,
 l’acqua cadere in quelle valli prave,
  
 e quattro fiumi per più intervalli
 nel mondo occulto fare, infino al punto
 più basso assai che tutte l’altre valli.
  
 Poi ser Brunetto abbrusciato e consunto
 sotto l’orribil pioggia correr vede,
 col quale alquanto, parlando, congiunto,
  
 di sua futura vita prende fede.
 Poi, Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi,
 Iacopo Rusticucci, infino al piede
  
 di lui venuti, a’ lor nuovi dimandi
 sodisfa presto; e quinci procedette
 dove anime trovò con tasche grandi
  
 sedere a collo, sotto le fiammette,
 di loro alcuni a l’arme conoscendo
 stati usurieri, e per tre render sette.
  
 Poi, sovra Gerion giù discendendo,
 in Malebolge vene, ove i baratti
 in diece vede, senza pro piangendo.
  
 De’ quali i primi da dimòn son tratti
 con grandi scoreggiate per lo fondo,
 scherniti e lassi, vilmente disfatti;
  
 là dove alcun ch’avea veduto al mondo
 vi riconobbe, ch’era bolognese,
 Venedico, e ruffiano; a cui secondo
  
 Iason venia, che tolse il ricco arnese
 a’ colchi. E quindi Alesso Interminelli
 in uno sterco vide assai palese
  
 pianger le sue lusinghe; e quindi quelli
 che sottosopra in terra son commessi
 per simonia; e li par che favelli
  
 con un papa Nicola; ed, oltre ad essi,
 travolti vede quei che con fatture
 gabbarono non ch’altrui, ma se istessi.
  
 Quindi discendon là ove l’oscure
 pegole bollon chi baratteria
 vivendo fece, e di quelle misture,
  
 mentre che van con fiera compagnia
 di diece diavol, parla un che fu tratto
 da Graffiacan per la cottola via,
  
 sé navarrese dicendo e baratto;
 quinci com’el fuggi delle lor mani
 racconta chiaro, e de’ diavoli il fatto.
  
 Sotto le cappe rance i pianti vani
 degl’ipocriti poi racconta, e mostra
 Anna e ’l suo suocer nelli luoghi strani
  
 crocifissi giacer. Poi, nella chiostra
 di Malebolge seguente, brogliare
 fra’ serpi vede della gente nostra,
  
 quivi dannati per lo lor furare:
 Agnolo e ’l Cianfa ed altri e Vanni Fucci;
 li quai mirabilmente trasformare,
  
 dopo nuovi atti, parlamenti e crucci,
 e d’uomo in serpe, e poi di serpe in uomo,
 in guisa tal, che mai vista non fucci,
  
 discrive. E poi chi mal consiglio, comoda,
 come Ulisse, in fiamme acceso andando,
 vede riprender dattero per pomo.
  
 Pria con Ulisse, e poscia ragionando
 col conte Guido, passa; e, pervenuto
 su l’altra bolgia, vede gente andando
  
 tutta tagliata sovente e minuto,
 per lo peccato della scisma reo
 da lor nel mondo falso in suso avuto.
  
 Lì Maometto fesso discernéo,
 e quel Beltram che già tenne Altaforte,
 e Curio e ’l Mosca, e molti qual potéo.
  
 Appresso vide più misera sorte
 degli alchimisti fracidi e rognosi,
 u’ seppe da Capocchio l’agra morte,
  
 e Mirra e Gianni Schicchi e più lebbrosi
 vide, ed i falsator per fiera sete
 ritruopichi fumare stando oziosi:
  
 tra’ quali in quella inestricabil rete
 vide Sinón, ed il maestro Adamo
 garrir con lui, come legger potete.
  
 Quindi, lasciando l’uno e l’altro gramo,
 dal mezzo in su gli figli della terra
 uscir d’un pozzo vede, ed al richiamo
 
 del gran poeta intramendue gli afferra
 Anteo, e lor sovr’al freddo Cocito
 posa, nel quale in quattro parti serra
  
 il ghiaccio i traditor: quivi ghermito
 Sassol de’ Mascheron nella Caina,
 e ’l Camiscion de’ Pazzi, ebbe sentito.
  
 oscia nell’Antenora, ivi vicina,
 tra gli altri dolorosi vide il Bocca,
 e di Gian Soldanier l’alma meschina,
  
 ed altri molti, ch’ora a dir non tocca,
 si come l’arcivescovo Ruggieri,
 ed il conte Ugolino, anima sciocca.
  
 Più oltre andando pe’ freddi sentieri,
 spiriti truova nella Ptolomea
 giacer riversi ne’ ghiacci severi.
  
 Quivi, racconta, l’alma si vedea
 di Brancadoria e di frate Alberico,
 che senza pro de’ frutti si dolea.
  
 Appresso vede l’Avversario antico
 nel centro fitto, e Iuda Scariotto,
 e Cassio e Bruto, di Cesar nemico,
  
 nell’infima Iudecca star di sotto.
 Quindi, pe’ velli del fiero animale
 discendendo, e salendo, il duca dotto
  
 lui di fuor tira da cotanto male
 per un pertugio, onde le cose belle
 prima rivide, e per cotali scale
  
 usciron quindi «a riveder le stelle».
 
 

AL PURGATORIO

  «Per correr miglior acqua alza le vele»
 qui lo autore, e, seguendo Virgilio,
 pe’ dolci pomi sale e lascia il fiele.
 
 Catón primier, fuor dell’eterno esilio,
 truovano e seco parlan, procedendo;
 poi dánno effetto al suo santo consilio.
 
 Su la marina vede, discendendo
 nell’aurora, più anime sante,
 e ’l suo Casella, al cui canto attendendo,
 
 mentre l’anime nuove tutte quante
 givan con lor, rimorsi da Catone,
 fuggendo al monte ne girono avante.
 
 Incerti quivi della regione,
 truovan Manfredi ed altri, che moriro
 per colpa fuor di nostra comunione
  
 col perder tempo, adequare il martiro
 alla lor colpa; e quindi, ragionando,
 del solar corso gli solve il desiro
  
 l’alto poeta sedendosi, quando
 Belacqua vider per negghienza starsi;
 e già levati verso l’alto andando,
  
 Bonconte ed altri molti incontro farsi
 vider, li quali infino all’ultim’ora,
 uccisi, a Dio penáro a ritornarsi.
  
 Quindi Sordel trovar sol far dimora,
 il qual, poi che l’autor molto ha parlato
 contro ad Italia, il gran Virgilio onora.
  
 Poi mena loro in un vallone ornato
 d’erbe e di fior, nel qual, cantando, addita,
 a Virgilio Sordello stando allato,
  
 spiriti d’alta fama in questa vita,
 tra’ quai discesi, il Gallo di Gallura
 riceve l’autor; quindi, finita
  
 del di la luce, vede dell’altura
 due angeli con due spade affocate
 discender ad aver di costor cura.
  
 Poscia, dormendo, con penne dorate
 gli par che ’n alto un’aquila nel porti
 d’infino al foco; quindi, alte levate
  
 le luci, spaventato, da’ conforti
 fatto sicur di Virgilio, Lucia
 gli mostra quivi loro avere scorti.
  
 Del purgatorio gli addita la via,
 dove venuti, qual fosse disegna
 la porta, e’ gradi onde a quel si salía,
  
 chi fosse il portinaio, che veste tegna,
 e quai fosser le chiavi, e che scrivesse
 nella sua fronte, e che far si convegna
 
 a chi passa là dentro pone expresse.
 E quindi come en la prima cornice
 dichiara con fatica si giugnesse;
  
 ed intagliate in alta parte dice
 di quella istorie d’umiltà verace:
 poi spirti carchi dall’una pendice
  
 vede venir cantando, ed orar pace
 per sé e per altrui, purgando quello
 che ne’ mortal superbia sozzo face;
  
 tra’ quali Umberto ed Odorisi, ad ello
 appresso, e simil Provinzan Silvani
 piangendo vide sotto il fascio fello.
  
 Oltre passando pe’ sentieri strani,
 sotto le piante sue effigiati
 vide gli altieri spiriti mondani.
  
 Da uno splendido angiolo invitati
 più leggier salgono al giron secondo,
 perché li «P» l’autor trovò scemati.
  
 Lì alte voci, mosse dal profondo
 ardor di carità, udir volanti
 per l’aere puro del levato mondo;
  
 e poi che giunti furon più avanti,
 videro spirti cigliati sedere,
 vestiti di ciliccio tutti quanti,
  
 perché la invidia lor tolse il vedere:
 Guido del Duca, Sapia e Rinieri
 da Calvol truova lì piangere, e vere
  
 cose racconta di tutti i sentieri
 onde Arno cade, e simil di Romagna;
 quindi altri suon sentiron più severi.
  
 Ed oltre su salendo la montagna,
 da un altro angelo invitati foro,
 parlando dell’orribile magagna
  
 d’invidia, e dell’opposito, fra loro,
 e, di sé tratto andando, vide cose
 pacefiche in aspetto; né dimoro
  
 fe’ guari in quelle, che ’n caliginose
 parti del monte entraron, dove l’ira
 molti piangean con parole pietose.
  
 Quivi gli mostra Marco quanto mira
 nostra potenzia sia, e quanto possa
 di sua natura, e quanto dal ciel tira.
  
 Appresso usciti dall’aria grossa,
 imaginando vede crudi effetti
 venuti in molti da ira commossa.
  
 Quivi gl’invia un angel; per che, stretti
 alla grotta amendue, a non salire
 dalla notte vegnente fur costretti.
  
 Posti a sedere incominciaro a dire
 insieme dell’amor del bene scemo,
 che ’n quel giron s’empieva con martire,
  
 dove, sì come noi veder potemo,
 distintamente Virgilio ragiona
 come si scemi in uno ed altro estremo,
  
 che sia amor, del quale ogni persona
 tanto favella, e come nasca in noi.
 L’abate li di San Zen da Verona
  
 con altri assai correndo vede poi
 e con lui parla, e seguel nell’oscuro
 tempo, con altri retro a’ passi suoi,
  
 come sentendo si rifà maturo
 d’accidia l’acerbo. Indi ne mostra
 come, dormendo in sul macigno duro,
  
 qual fosse vide la nemica nostra,
 e come da noi partasi, e, sdormito,
 come venisse nella quinta chiostra,
  
 fattogli a ciò da uno angel lo ’nvito.
 Quivi giacendo assai spiriti truova,
 che d’avarizia piangon l’acquisito
  
 in giù rivolti e, perch’el non sen mova
 alcun, legati tutti; e quivi parla
 con un papa dal Fiesco; appresso pruova
  
 l’onesta povertà, ed a lodarla
 Ugo Ciappetta induce, i cui nepoti
 nascer dimostra tutti atti a schifarla,
  
 pien d’avarizia e d’ogni virtù vòti;
 e come poscia contro alla nequizia,
 passato il dì, cantando, vi si noti.
  
 Quindi, per tutto, novella letizia,
 ed il monte tremare infino al basso
 dimostra, mosso da vera giustizia.
  
 Qui truova Stazio non a lento passo
 salire in su, al qual Virgilio chiede
 della cagion del triemito del sasso.
 
 la quale Stazio assegna; indi succede
 al priego suo ancora a nominarsi.
 Quindi, com’uom ch’appena quel che vede
  
 crede, dichiara Stazio avanti farsi
 ad onorar Virgilio, e gli fa chiaro
 lui, per contrario peccato agli scarsi,
  
 aver per molti secoli l’amaro
 monte provato. E già nel cerchio sesto,
 parlando insieme, uno albero trovâro
  
 donde una voce lor disse il modesto
 gusto di molti; e, più propinqui fatti,
 chiaro s’avvider ch’ogni ramo in questo
 
 albero è vòlto in giù, e d’alto tratti
 vider cader liquor di foglia in foglia,
 e sotto ad esso spirti macri e ratti
  
 vider venir più che per altra soglia
 dell’erto monte, e pure in sù la vista
 alli pomi tenean, che sì gl’invoglia.
  
 Così andando infra la turba trista,
 raffigurollo l’ombra di Forese:
 con lui favella; e della gente mista
  
 più riconobbe, e, tra gli altri, il lucchese
 Bonagiunta Orbiccian; poi una voce
 all’albero appressarsi lor difese.
  
 Un angel quinci al martiro che cuoce
 gl’invita, ed essi, per l’ora che tarda
 era, ciascun n’andava sù veloce,
  
 mostrando Stazio a lui, se ben si guarda,
 nostra generazione, e come l’ombra
 prenda sembianza di corpo bugiarda,
  
 e come sia da passione ingombra:
 e, sì andando, pervennero al foco,
 prima che ’l santo monte facesse ombra;
  
 lungo ’l qual trapassando per un poco
 d’un sentieruolo udîr voci nemiche
 al vizio di lussuria, ed in quel loco
  
 più anime conobbe, che ’mpudiche
 furon vivendo, e Guido Guinizelli
 gli mostra Arnaldo in sì aspre fatiche.
 
 Ma, poi che s’è dipartito da elli,
 a trapassar lo foco i cari duci
 confortan lui, ch’appena in mezzo a quelli
  
 il trapassò. Di quindi a l’alte luci
 salir gl’invita uno angel che cantava,
 pria s’ascondesser li raggi caduci.
  
 Vede nel sonno poi Lia che s’ornava
 di fior la testa, cantando parole
 nelle quali essa chi fosse mostrava.
  
 Quindi levato nel levar del sole,
 Virgilio di sé stesso il fa maestro,
 sul monte giunti, e può far ciò che vuole.
  
 Venuti adunque nel loco silvestro
 truova una selva, ed in quella si spazia
 su per lo lito di Letè sinestro.
  
 Vede una donna, che a lui di grazia
 parla e con verissime ragioni:
 del fiume il moto e dell’aura il sazia.
  
 Di quinci a vie più alte ammirazioni
 venuto, sette candelabri e molte
 genti precedere un carro, i timoni
  
 del qual traeva, con l’alie in sù vòlte,
 un grifon d’oro, quanto uccel vedeasi,
 l’altro di carne, alle cui rote accolte
  
 da ogni parte una danza moveasi
 di certe donne, e nel mezzo Beatrice
 del tratto carro splendida sedeasi.
  
 Da così alta vista e sì felice
 percosso, da Virgilio con Istazio
 esser lasciato lagrimando dice.
  
 Appresso questo non per lungo spazio,
 con agre riprension la donna il morde,
 senza aver luogo a ricoprir mendazio;
  
 per che le sue virtù quasi concorde
 li venner meno, e cadde, né sentisse
 pria ch’alle sue orecchi, ad altro sorde,
  
 pervenne:—Tiemmi;—onde, anzi ch’egli uscisse,
 da una donna tratto per lo fiume,
 l’acqua convenne che egli inghiottisse.
  
 Poi quattro donne, secondo il costume
 di loro, il ricevettero, e menârlo
 di Beatrice avanti al chiaro lume.
  
 Qual gli paresse il suo viso, pensarlo
 ciascun che ’ntende può; poi la virtute
 gli mancò qui a poter divisarlo.
  
 I casi avversi appresso, e la salute
 della Chiesa di Dio, sotto figmento
 delle future come delle sute
  
 cose, disegna; poi il cominciamento
 di Tigri e d’Eufrate vede in cima
 del monte, e con Matelda va contento,
  
 e con Istazio, ad Eunòe prima;
 donde bagnato, e rimenato a quelle
 donne beate, finisce la rima,
  
 «puro e disposto a salire alle stelle».
 
 

AL PARADISO

 
 «La gloria di Colui che tutto move»
 in questa parte mostra l’autore
 a suo poder, qual ei la vide e dove.
 
 Ed invocato d’Apollo l’ardore,
 di sé incerto, retro a Beatrice
 pe’ raggi sen salì del suo splendore
  
 nel primo ciel, là, onde a ciascun dice,
 men sofficiente, che retro a sua barca
 più non si metta fra ’l regno felice.
  
 E mentre avanti cantando travarca,
 de’ segni della luna fa quistione
 alla sua guida, e quella se ne scarca.
  
 Poi c’ha udita la sua opinione,
 e, premettendo alcuna esperienza,
 chiaro nel fa con aperta ragione,
  
 Piccarda vede, e della sua essenza
 nel primo cielo «per manco di voto»
 con lei favella; e, della sua presenza
  
 partita, Beatrice a lui divoto
 qual violenza il voto manco faccia
 distingue ed apre; e simil gli fa noto
 
 perché gli paia i cieli aprir le braccia
 a diversi diversi, e come siéno
 però presenti alla divina faccia;
  
 quindi, con viso ancora più sereno,
 se sodisfare a’ voti permutando
 si possa o no, a lui dichiara appieno;
  
 e nel ciel di Mercurio ragionando
 veloci passan. Lì Giustiniano
 prima di sé sodisfà al dimando;
  
 appresso, quanto lo ’mperio romano
 sotto il segno dell’aquila facesse
 gli mostra in parte, e poi a mano a mano,
  
 parlando seco, volle ch’el sapesse
 Romeo in quella luce gloriarsi,
 che fe’ quattro reine di contesse.
  
 Induce poi Beatrice a dichiararsi,
 «come giusta vendetta giustamente
 fosse vengiata»; e quindi trasportarsi
  
 nel terzo ciel, veggendo più lucente
 la donna sua, s’avvide. Ivi con Carlo
 Martel favella, il quale apertamente
  
 gli solve ciò che ’l mosse a dimandarlo,
 come di dolce seme nasca amaro;
 quindi Cunizza viene a visitarlo,
  
 e del futuro alquanto gli fa chiaro
 sovra i lombardi, e con Folco favella,
 che gli mostra Raab. Indi montâro
  
 nella spera del sole, onde una bella
 danza di molti spiriti beati
 vede far festa, e nel girarsi snella;
  
 de’ quai gli furon molti nominati
 da Tommaso d’Aquin, che di Francesco
 molto gli parla poi e dei suoi frati.
  
 Poi scrive un cerchio sovraggiugner fresco
 a questo, e ’n quel parlar Bonaventura
 da Bagnoreo del calagoresco
  
 Domenico, nel qual fu tanta cura
 della fé nostra e dell’orto divino,
 quanta mai fosse in altra creatura.
  
 Poi rincomincia Tommaso d’Aquino
 com’egli intenda: «Non surse il secondo»
 di Salamone, e con chiaro latino
  
 gliele dimostra, ed un lume giocondo
 l’accerta lor, più lieti e più lucenti,
 come i lor corpi riavran del mondo.
  
 Quindi nel quinto ciel di lucolenti
 spiriti vede una mirabil croce,
 della quale un de’ suoi primi parenti
  
 gli fa carezze, e con soave voce
 gli si discuopre, e mostra quale stato
 Fiorenza avesse, quando nel feroce
  
 e labil mondo fu da pria creato;
 quindi le schiatte più di nome degne
 nomina tutte, da lui dimandato.
  
 Poi gli fa chiare le parole pregne
 di Farinata, e ’n purgatoro udite,
 a lui mostrando del futuro insegne.
  
 Appresso ancor con parole espedite
 gli nomina di quei santi fulgori
 Iosuè, Iuda, Carlo e più, scolpite
  
 da lui nel nominar per gli splendori
 cresciuti. E quindi nel Giove sen sale,
 dove un’aquila fanno i santi ardori
  
 di sé mirabile e bella, la quale
 gli solve il dubbio d’un che nato sia
 su lito, senza udire o bene o male
  
 di Dio, mostrando quel che di lui fia;
 quindi Davit e Traiano e Rifeo
 gli mostra, ed altri en la sua luce dia.
  
 Poi ’l chiarisce d’un dubbio che si feo
 in lui, de’ due che appaion pagani
 nel primo aspetto. Quindi uno scaleo,
  
 salito nel Saturno, di sovrani
 lumi ripien discerne, onde altro scende
 ed altro sale, e con Pier Damiani
  
 ragiona lì; e qual quivi risplende
 gli parla e noma più contemplativi
 quel Benedetto onde Casin dipende.
  
 Sal nell’ottavo del poscia di quivi,
 e, nel segno de’ Gemini venuto,
 le sette spere ed i corpi passivi
 
 si vede sotto i piè. Poi conosciuto
 Cefas, sua fede e suo creder confessa,
 da lui richesto, a lui tutto compiuto.
  
 Con voce appresso lucolenta e spressa
 al baron di Galizia la speranza
 dice che è, e che spetta per essa;
  
 indi venire a così alta danza
 Giovanni mostra, il qual del corpo morto
 di lui di terra il cava d’ogni erranza.
  
 Poi seguitando, al suo domando accorto,
 che cosa sia la carità, risponde,
 e qual da lei gli proceda conforto.
  
 Appresso scrive come alle gioconde
 luci s’aggiunse quel padre vetusto
 che prima fu da Dio creato, e donde
  
 tutti nascemmo, e per lo cui mal gusto
 tutti moiamo: il qual del suo uscire
 laonde posto fu, e quanto giusto
  
 in quello stesse, e quanto il gran desire
 di quella gloria avesse, e la dimora
 quanto fu lunga qui dopo ’l fallire
  
 gli conta, ed altre cose. Indi colora,
 quasi infiammato, il vicaro di Dio
 contr’a’ pastor che ci governano ora.
  
 Poi come nel ciel nono sen salío
 discrive, dove l’angelica festa
 in nove cerchi vede e ’l suo disio;
  
 di lor natura lì gli manifesta
 con sermon lungo assai mirabil cose,
 e della turba che ne cadde mesta.
  
 Poi vede le milizie gloriose
 del nuovo e dell’antico Testamento,
 che bene ovrando a Dio si fêro spose
  
 nel ciel più alto sovra il fermamento,
 dove ’l solio d’Enrico ancor vacante
 discerne. E quivi lui, che stava attento
  
 a riguardar le creature sante,
 lascia Beatrice, ed in loco di lei
 Bernardo con lo sguardo il guida avante,
  
 dove, poi c’ha orazione a lei,
 cui seder vede dove la sortiro
 gli merti suoi, gli è mostrata colei
  
 che sposa antica fu del primo viro,
 Rachel, Sara, Rebecca e ’l gran Giovanni,
 che pria il deserto, e poi provò il martíro.
  
 Appresso poi in più sublimi scanni
 Francesco ed Agostino e Benedetto,
 e quei che trapassar ne’ teneri anni,
  
 vede, de’ quali il dottor sopra detto,
 dico Bernardo, ragionando ad ello,
 caccia ogni dubbio fuor del suo concetto.
  
 Quindi il santo grazioso e bello
 più ch’altro di Maria gli mostra il viso,
 e davanti da lei quel Gabriello
  
 che ’l decreto recò di paradiso
 della nostra salute, tanto lieto
 che qui per non poter ben nol diviso:
  
 onesto l’uno e l’altro e mansueto.
 Adamo e Pietro e poi il vangelista
 Giovanni lì seder vede, ripleto
  
 d’alta letizia, e quindi il gran legista
 Moisé vede, e poi Lucia ed Anna;
 e punto fa alla gioiosa vista.
  
 Appresso, acciò che la divina manna
 discenda in lui, e faccial poderoso
 a veder ciò per che ciascun s’affanna,
  
 umile quanto può, nel grazioso
 cospetto della Madre d’ogni grazia,
 insieme col dottor di lei focoso
  
 orando, priega che la vista sazia
 del primo Amor gli sia, e per lo lume,
 che senza fine profondo si spazia,
  
 ficca degli occhi suoi il forte acume;
 poi, disegnando quanto ne raccolse,
 termine pone al suo alto volume,
  
 mostrando come in quel tutto si volse
 l’alto disio ed alle cose belle,
 e come ogni altro appetito gli tolse
  
 «l’Amor che muove il sole e l’altre stelle». 

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