“Non è vero ma ci credo”: Enzo Decaro chiude il Festival di Borgio Verezzi

Savona / Borgio Verezzi. «Una tragedia tutta da ridere»: si presenta così “Non è vero ma ci credo“, la divertente commedia di Peppino De Filippo con Enzo Decaro come protagonista, undicesimo e ultimo spettacolo in programma nel ricco cartellone del 53° Festival di Borgio Verezzi, in scena (ancora una volta in prima nazionale) da domenica 18 a martedì 20 agosto. Diretto dal regista Leo Muscato e interpretato anche da Giuseppe Brunetti, Francesca Ciardiello, Lucianna De Falco, Carlo Di Maio, Massimo Pagano, Gina Perna, Giorgio Pinto, Ciro Ruoppo, Fabiana Russo, l’atto unico – concepito con un ritmo iperbolico – condenserà l’intera vicenda in 90 minuti. Le scene sono di Luigi Ferrigno, i costumi di Chicca Ruocco, il disegno luci di Pietro Sperduti (lo stesso de L’anima buona di Sezuan, in scena lo scorso luglio).

La storia. L’avaro, avarissimo imprenditore Gervasio Savastano, vive nel perenne incubo di essere vittima della iettatura. La sua vita è diventata un vero e proprio inferno perché vede segni funesti ovunque: nella gente che incontra, nella corrispondenza che trova sulla scrivania, nei sogni che fa di notte. Forse teme che qualcuno o qualcosa possa minacciare l’impero economico che è riuscito a mettere in piedi con tanti sacrifici. Qualunque cosa, anche la più banale, lo manda in crisi. Chi gli sta accanto non sa più come approcciarlo. La moglie e la figlia sono sull’orlo di una crisi di nervi: non possono uscire di casa perché lui glielo impedisce. Anche i suoi dipendenti sono stanchi di tollerare quelle assurde manie ossessive. A un certo punto le sue fisime oltrepassano la soglia del ridicolo: licenzia il suo dipendente Malvurio solo perché è convinto che porti sfortuna. L’uomo minaccia di denunciarlo, portarlo in tribunale e intentare una causa per calunnia. Sembra il preambolo di una tragedia, ma siamo in una commedia che fa morir dal ridere. E infatti sulla soglia del suo ufficio appare Sammaria, un giovane in cerca di lavoro. Sembra intelligente, gioviale e preparato, ma il commendator Savastano è attratto da un’altra qualità di quel giovane: la sua gobba. Da qui partono una serie di eventi paradossali ed esilaranti che vedranno al centro della vicenda la credulità del povero commendator Savastano.

Peppino De Filippo aveva ambientato la sua storia nella Napoli un po’ oleografica degli anni ‘30. Luigi aveva posticipato l’ambientazione una ventina d’anni più avanti. E, in questa nuova edizione di “Non è vero ma ci credo”, Leo Muscato ne segue tale felice intuizione, avvicinando ancora di più l’azione ai giorni nostri, ambientando la storia in una Napoli anni ‘80, una Napoli un po’ tragicomica e surreale in cui convivevano Mario Merola, Pino Daniele e Maradona. Spiega il regista, che ha ereditato dal suo maestro Luigi, scomparso lo scorso anno la direzione artistica della compagnia “I due della città del sole” e ha voluto cominciare il percorso partendo proprio al primo spettacolo in cui aveva recitato con lui: «Rispettando i canoni della tradizione del teatro napoletano, proveremo a dare a questa storia un sapore più contemporaneo. Quella che andremo a raccontare è una tragedia tutta da ridere, popolata da una serie di caratteri dai nomi improbabili e che sono in qualche modo versioni moderne delle maschere della commedia dell’arte».

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