Che cos’è l’Arte?

ANTONIO MACHADO – I. Che cos’è l’Arte? L’Arte, al servizio della religione, della morale, della politica, dell’economia, si è sentita sempre un tanto diminuita, degradata. Tra l’Arte e la morale, soprattutto, ci sono state e si avranno frequenti collisioni di frontiera. Sono due vicini che si guardano di malocchio. Per l’artista, gli imperativi della morale avranno sempre qualcosa della camicia di forza; l’autonomia che l’artista reclama farà sempre arricciare il naso al moralista. Però tutti coloro che coltivano l’Arte sono d’accordo che la libertà è condizione essenziale perché questa si produca.


Quando sorge lo scisma estetico, la polemica, non già tra moralisti ed esteti, ma tra gli stessi artisti?
Sorge, a mio giudizio, quando gli artisti si domandano qual è il senso di questa libertà dell’Arte. Alcuni pensano che la libertà dell’Arte sia il diritto di delimitare il suo terreno, di separarlo radicalmente dalle altre attività dell’uomo – religione, scienza, etica, affari – per dedicarsi, in questo campo sacro, a ogni sorta di bei simulacri, allo sport, al gioco libero o supremo gioco, del quale ci parla il maestro Valle-Inclán. Altri pensano che la libertà dell’Arte sia, in fondo, il contrario: un diritto a scavare in tutti i campi e a scavalcare tutti gli steccati. L’Arte non sarà più il prodotto di un’attività superflua, ma un’attività integrale, della quale sono tributarie, in maggiore o minore misura, tutte le attività dello spirito. L’Arte necessiterà dunque che le sue radici possano affondare ed estendersi per tutto il campo della cultura umana. Se mi si obbliga a scegliere, io mi deciderò sempre per questa seconda concezione dell’Arte.

L’Arte è gioco in quanto ha di mimesi, di simulacro; però la sua grande nobiltà non consiste nel copiare la vita spogliandola del suo contenuto reale, e neppure di emanciparla dalla necessità, dal dolore e dalla fatica, perché allora sarebbe una superflua immagine in uno specchio. Il gioco è, per definizione, imitativo; l’Arte è qualcosa di più: è, innanzi tutto, creazione. Non è un gioco, è un fare; non è un gioco supremo, ma lavoro supremo, creativo, originale. Tale è, almeno, la mia opinione.

Ben comprendo che, nel separarmi dall’opinione del maestro Valle-Inclán, il quale tanto ammiro, mi distanzio da una teoria già classica nell’estetica e che ha in suo appoggio niente meno che Immanuel Kant, nella cui Critica del giudizio si definisce la bellezza come forma pura della finalità, finalità senza fine, e, in somma, l’Arte come supremo sport. Rimanga il maestro Valle in così buona compagnia. Io ne cerco altre più umili. Per me, la finalità, e se volete, l’utilità, sono due concetti perfettamente inoffensivi per l’Arte. Il primo che fece un bicchiere da un pezzo d’argilla fu artista supremo, sebbene da questo bicchierino potesse bere il suo prossimo. Credo che, in un avvenire non molto lontano, il dogma dell’utilità sarà definitivamente spazzato via dalla critica, e con esso, l’aristocraticismo inutilitario, o culto superstizioso dell’inutilità. Tuttavia la differenza tra il lavoro e lo sport è troppo reale. L’arte è, comunque, lavoro creativo.

Però, in che cosa consiste questa creazione dell’artista? L’artista non può creare ex nihilo come il Dio biblico. Non può nemmeno essere un copista dell’opera divina né un plagiatore della natura. L’artista crea alla maniera dell’uomo: trasformando una cosa in un’altra, o, se volete, dando una forma a una materia. Però, qual è la materia che l’artista converte in arte, quella sopra la quale l’artista lavora? Nella nostra ipotesi, chiaro che non sarà mai l’Arte stessa. Da qui sorge un dovere primordiale per l’artista, che consiste nel guardare, non tanto all’arte realizzata quanto agli altri rami della cultura, e, soprattutto, alla natura e alla vita.

Molti anni fa, nella rivista Helios [N.d.T: 1903-1904], credo di avere scritto qualcosa sopra questo tema, mal compreso allora dai puri esteti di quel tempo, forse perché male espresso da me. Vediamo se oggi possiamo capirci. In un quadro di Velásquez non ci sarà una pennellata che non abbia cento precedenti nell’arte pittorica; i problemi tecnici che Velásquez è andato pazientemente proponendosi e risolvendo – si legga il bel libro di Moreno Villa su Velásquez – continuano una tradizione che inizia nei pittori cavernicoli, o, se vi piace di più, in possibili saggi del pitecantropo eretto dell’isola di Giava. Non è meno certo che Velásquez è un artista e un creatore, in quanto realizza qualcosa che l’arte precedente non aveva pienamente realizzato, in quanto nelle sue tele appare, obbediente al suo pennello, sotto il conio della sua propria coscienza, un qualcosa che era permasa fino ad allora come piena e ribelle natura, come materia non informata ancora dall’Arte. Supponiamo che questo qualcosa sia, in Velásquez, l’aria che si chiude tra quattro pareti, in Rembrandt la luce, eccetera.

Chiamiamo Natura – cercate un altro nome se questo non vi aggrada – tutto ciò che non è arte, e includiamo in essa, non solo il mondo esteriore, ma anche il cuore dell’uomo. Poniamo ora la volontà dell’artista di fronte a questa natura, non come specchio che la riproduce in immagini, ma come ape che se ne liba. Comprenderete ora quanto distava la mia tesi di quindici anni fa dall’ingenuo naturalismo, tanto giustamente screditato oggi. Però oggi, come ieri, sostengo che esistono due categorie di artisti: la prima essenzialmente creatrice, originale, inventiva, che trasforma in arte ciò che non è arte, come l’ape fa il miele dal succo delle piante; e una seconda categoria di artisti, che si liba del miele e non della campagna, e che sottomette a una seconda elaborazione i prodotti già elaborati dall’Arte. Certo che non troveremo in tutta l’Arte né il puro creatore né il puro raffinatore di prodotti artistici. Però esistono queste due tendenze, chiaramente definite, negli artisti o nei gruppi di artisti.

II: Copla

Si vino la primavera,
volad a las flores;
no chupéis cera.

Se è arrivata la primavera,
volate verso i fiori;
non succhiate cera.

III: Che cosa dobbiamo fare? A mio giudizio, lavorare come artisti creatori; fare arte di ciò che ancora non lo è. Potrà l’artista sdegnare per la sua opera i nuovi aneliti che agitano oggi il cuore del popolo? Indubbiamente, no. Questi aneliti sono materia poetica, in quanto non sono ancora arte. Potrà un poeta affinare la propria sensibilità e partire a caccia di nuove sfumature, tanto nel mondo che lo circonda come nel suo proprio sentire? Senza dubbio. Potrà cantare le rose e i gigli, mentre altri uomini, e anche lui stesso, lottano per il pane o per il diritto? Senza dubbio alcuno. Le rose e i gigli non sono retorica consunta; si producono tutte le primavere. Chi veda contraddizione in queste conclusioni, non sarà, certamente, un maestro di logica.

Per terminare. Lei, mio caro Rivas Cherif, che così opportunamente ha riesumato, con il vecchio tema Vita e Arte, le parole del venerabile Tolstoj, ha esagerato la sua bontà con me fino a chiedermi della mia opera attuale. Io, per ora, non faccio più che Folk-lore, autofolklore o folklore di me stesso. Il mio prossimo libro sarà, in gran parte, di coplas che non pretendono di imitare la maniera popolare – inimitabile e insuperabile, sebbene altra cosa pensino i maestri di retorica – ma versi dove si contiene quanto c’è in me di comune con l’anima che canta e pensa nel popolo. Così credo io di continuare il mio cammino, senza cambiare direzione.

«Anch’io, come Jimenez, sebbene in minore proporzione – ci dice Antonio Machado – scrivo più di quello che pubblico. Però a me, lo confesso, mi duole un poco tanta solitudine spirituale».
«Io credo che lei dovrebbe interrogare – aggiunge – la gente più giovane. Tra loro ci sarà qualcuno di talento. I giovani avranno sempre più ragione di noi, sebbene l’abbiano contro di noi».

**Traduzione / 2016: © Fabrizio Pinna – Diritti riservati. Antonio Machado (1875-1939) – Tit. originale: “¿Qué es el Arte? / ¿Qué debemos hacer?” in «La Internacional» (Madrid), a. II, n° 48, 17 settembre 1920

NOTA AL TESTO (Note a margine)

(effe) – I. Non so dire con certezza se anche a “el erudito e infatigable editor de Machado, Oreste Macrì” (1913-1998) – come lo definì molti anni fa il suo collega ispanista inglese Geoffrey Ribbans (n. 1927) in apertura del suo lungo saggio introduttivo a una popolare, ancora oggi, edizione contemporanea di “Campos de Castilla 1907-1917” (ed. Cátedra) – fossero sfuggiti questi testi. Ad ogni modo, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso fu Manuel Tuñón de Lara (1915-1997), uno studioso di storia e letteratura spagnola migrato in Francia in esilio dalla dittatura franchista, a ristamparli forse per la prima volta, durante il suo periodo di insegnamento all’università di Pau (Manuel Tuñón de Lara, Un texto de don Antonio Machado, in «Bulletin Hispanique, tome 71, n°1-2, 1969. pp. 312-317; doi : 10.3406/hispa.1969.3981 – URL: http://www.persee.fr/doc/hispa_0007-4640_1969_num_71_1_3981).

II. Non è importante, in queste brevi annotazioni, entrare nel merito dell’interpretazione proposta da Tuñón de Lara, il quale ribadiva alcuni argomenti sostenuti nella sua monografia pubblicata nel 1967 con il titolo emblematico di “Antonio Machado, poeta del pueblo”. Del resto, molto è stato scritto anche in tempi più recenti sulla sua idea, per così dire, “popolare” – in direzione democratica, non populista e/o demagogica – di quell’ontologicamente ambigua entità che continuiamo ancora oggi a chiamare “popolo” e che Machado, “demofílo incorregible y enemigo de todo señoritismo cultural”, manteneva distinta con nettezza, anche contro certe tesi di José Ortega y Gasset, dalla ancora più ambigua “massa”; con parole del suo apocrifo Juan de Mairena (1936): “El hombre masa, no existe; las masas humanas son una invención de la burguesía” / “l’uomo massa, non esiste; le masse umane sono un’invenzione della borghesia”. E su questa linea, si potrebbe anche arrivare direttamente, in senso letterale, al presente, visto che non è un semplice dato di cronaca o di “folklore politico” spagnolo il fatto che qualche mese fa il leader di Podemos, Pablo Iglesias, abbia regalato al suo omologo del Partito popolare, Mariano Rajoy, proprio una copia con dedica di quest’ultimo libro di Machado.

III. D’obbligo, invece, un minimo riferimento contestuale: lo scritto qui tradotto, notevole per chiarezza argomentativa oltre che per intelligenza critica, era apparso in «La Internacional», settimanale madrileno “nato [nel 1919] da un incrocio decisivo delle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio”; per le pagine culturali, uno dei redattori del giornale – lo scenografo e drammaturgo Cipriano Rivas Cherif (1891-1967) – rilanciò le tradizionali domande che ciclicamente si ripetono ancora oggi, riprendendo simbolicamente per l’occasione il titolo di due saggi di Lev Tolstoj pubblicati alcuni decenni prima (Che fare? 1882/1886 e Che cos’è l’arte? 1897/1898, appunto).

IV. Diffidente e allergico sia ai movimenti fin de siècle sia, poi, ai movimenti d’avanguardia, come poeta e filosofo Machado ha maturato negli anni – lo mostra in parte anche questo scritto – una sua personale e ricca riflessione sull’arte, la poesia, la critica e l’estetica, che a livello di elaborazione testuale risulta però decisamente dispersiva e frammentaria; tra gli studi di sintesi disponibili online, un’articolata mappa e un’interpretazione d’insieme è quella di Armando López Castro, Antonio Machado crítico literario, in «Huarte de San Juan. Filología y Didáctica de la Lengua», n. 8, 2006, pp. 53-67 — URI: http://hdl.handle.net/2454/9308

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