Il Corsara si tinge… di giallo! Quando la vendetta è dolce come il miele, di Laura Sergi (1)

Un sabato in giallo, con la prima delle tre puntate di un nuovo racconto fantasy di Laura Sergi, nostra collaboratrice Corsara, che aveva già aperto questa rubrica con ‘L’incompiuta’, pubblicato sull’Antologia ‘Giallo d’arte’. La nostra giornalista ha già al suo attivo tre libri, di cui il romanzo giallo ‘Mi chiamo Tonino Bellotto – Correva un autunno negli anni ottanta…’ si è classificato al quinto posto ex-aequo all’undicesima edizione del Premio Internazionale di Poesia e Narrativa ‘Insieme nel mondo’. Un altro suo racconto, ‘La figurina mancante’, è risultato finalista al Premio Letterario Nazionale ‘Giallo in cantina 2013’.

Quando la vendetta è dolce come il miele / 1

di Laura Sergi

‘Non c’è nessuno, Pietro?’, domandò la signora Felicina dall’altro lato miele apidella strada.

Pietro scosse la testa in modo dubbioso, rimanendo con il suo vasetto di miele in mano, in paziente attesa.

Tutti conoscevano l’anziano, nel vecchio paese dell’entroterra savonese. Apicultori da generazioni, era l’ultimo discendente di una famiglia stimata che un tempo era stata nell’agiatezza. Il crollo, mormorava Pietro Rasi ogni qual volta qualcuno lo sollecitava ai ricordi, era dovuto a un furto in piena regola, da parte dei De Corvi, che vivevano nella grande casa patrizia che confinava con il suo appezzamento di terreno, dove sorgeva la sua minuscola bicocca. Allora narrava che una sera il vecchio bisnonno era stato derubato mentre proprio si recava a concretizzare con moneta contante l’acquisto di un terreno rigoglioso, su cui da tanti anni aveva puntato ogni interesse. Pugnalato alle spalle, morente sul sentiero, al nipotino accorso alle sue grida aveva fatto il nome di colui che aveva riconosciuto mentre fuggiva: Mario, il figlio maggiore dei De Corvi. Purtroppo, quando giunsero a frotte i contadini, richiamati ora dalle urla del piccolo Uccio, l’uomo era spirato senza proferire più verbo, e a nulla valsero le parole del nipotino che, piangendo, urlava il messaggio che gli aveva affidato il nonno. I De Corvi, e tutta la loro servitù, testimoniarono al processo, pieni di sussiego, che quella sera nessuno si era allontanato dalla loro abitazione, proprio perché attendevano l’anziano per regolarizzare la vendita di un loro terreno.

Da quel giorno, l’apicultura fu l’unica cosa che riunì la famiglia Rasi, l’apicultura e l’odio verso i De Corvi, che aumentava di giorno in giorno per i mille ostacoli e i mille impegni che occorreva fronteggiare, senza più l’aiuto del capofamiglia assassinato, e in uno stato di indigenza completa. Per di più, i De Corvi si divertivano il pomeriggio a dare alla caccia a quelle api che transitavano sulle loro aiuole, e a mimare la morte dei piccoli insetti, e gli schiamazzi che deridevano i vicini giungevano alle loro orecchie.

I rapporti di amicizia tra i componenti delle due famiglie confinanti si interruppero così, nel peggiore dei modi. Solo Pietro, unico figlio di Uccio, sulle soglie dell’anzianità, aveva lasciato con condiscendenza che i piccolini dei De Corvi, attraversando le reti un po’ rovinate che dividevano i due appezzamenti di terreno, si mettessero a giocare con i suoi nipotini. Un urlo di un De Corvi, che si accorgeva dell’accaduto, faceva rientrare i bambini alla villa, che avrebbero subìto anche una grande punizione, ma che si sarebbero guardati bene dal far conoscere ai parenti il buco nella recinzione, rientrando invece dal cancello principale, mentre dal canto suo il vecchio Pietro si limitava ad una carezza sulle guance dei suoi piccoli, intristiti da un momento all’altro per la partenza dei compagni.

Qualche volta, se la scappatella non era stata scoperta, si permetteva di dare ai piccoli vicini anche un vasettino di miele, ingiungendo di nasconderlo bene e di non tenerlo troppo al caldo. Ma i suoi vasetti di prelibatezza li regalava anche pubblicamente, tra i bambini del paese che non stavano bene, o tra quelli che, nati in una famiglia disagiata, non potevano permettersi di gustare tanta dolcezza.

Anche ora sta attendendo che l’uscio si apra, e che la vecchia Olga accolga fra le sue mani, con un sorriso pieno di gratitudine, quella piccola ampolla di cui è ghiotta la sua nipotina, da due settimane a letto per una brutta bronchite.

Ma il grosso del tempo il vecchio Pietro lo passa con le sue api. Oltre alle operazioni di routine, è strabiliante per la figlia e l’anziana moglie vedere quante ore parla a voce soffusa con le sue api. Le tiene sulla punta delle dita, con delicatezza e con professionalità, una per una, e ad ognuna di loro sicuramente trasmette tanto amore, se poi rientra per l’ora di pranzo rasserenato, come se avesse esaurito il compito che si era prefisso uscendo la mattina un po’ accigliato, e preoccupato, sempre tanto preoccupato, per le sue piccole amiche.

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Il piccolo Nardo De Corvi è morto. Stamani si faranno i funerali. Anche Pietro partecipa alla funzione, entrando in chiesa a messa ormai iniziata, e rimanendo in piedi nelle ultime fila. Di là scorge i parenti affranti e scuote la testa come a condividere il loro dolore. Nemici sì, dice la gente, ma a tutto c’è un limite. Chissà, magari si sente anche in colpa, visto che è morto per le conseguenze delle punture d’uno sciame d’api impazzito, la notte scorsa.

Poi, il piccolo Nardo, Pietro lo conosceva bene: era fra i più frequenti nel suo giardino, e bisognerà studiare bene le parole per far sapere l’accaduto ai suoi nipotini e comunicar loro che ora il bambino non potrà più giocare, ma li osserverà da dietro il sole, dove loro non possono vederlo e, se si divertiranno, si divertirà pure lui. Esce prima che la messa sia finita, e passa tutto il resto della mattinata e il pomeriggio intero a sfogarsi e a parlare con le sue amiche.

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