Arte e metamorfosi: a Finalborgo la mostra “Terra inquieta”

Finale Ligure. Assegnato il premio Inquieto dell’Anno, lo scorso 6 ottobre, si avvia a conclusione “Terra inquieta”, la manifestazione organizzata dal Circolo degli Inquieti tra fine settembre e l’inizio di ottobre, che ha visto Finale Ligure tornare ad essere sede delle attività ‘Inquiete’ e ospitare personalità di rilievo come i professori Elena Accati e Angelo Garibaldi a cui è stato assegnato il premio Gallesio o Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino, a cui è andato il premio Inquietus Celebration, che ha letteralmente galvanizzato il pubblico ne corso del suo intervento.

L’ultimo appuntamento di “Terra inquieta”, la mostra “Terra inquieta”. ARTE E METAMORFOSI curata da Carla Bracco dell’Associazione Lino Berzoini si conclude domenica 28 ottobre a Finalborgo, presso la Sala delle Capriate dell’Oratorio de’ Disciplinanti.

L’esposizione appunta lo sguardo su alcune opere del Novecento realizzate con materie prime legate alla terra: argilla, ferro, pietra, marmo, vetro. Una selezione di oggetti d’arte che, in senso cronologico, scandiscono tre momenti fondamentali dell’arte italiana: il periodo tra i due Conflitti Mondiali con opere di Martini, Cuneo, Berzoini, ricco di tensioni e inquietudini, il Dopoguerra con Fabbri, Sabatelli, Carlè, col suo anelito a reinventare il linguaggio artistico, e l’Età Contemporanea in senso stretto con le opere di Bricalli, Fedele, Palma, in cui il rapporto forma-contenuto ed il concetto stesso di opera d’arte vengono totalmente ripensati.

Tra Liguria – Albisola con le sue fornaci svolge un ruolo fondamentale – e Lombardia si snoda un percorso di quarantaquattro opere in cui stili diversi, figli di correnti differenti ma innanzitutto di un sentire personalissimo, plasmano il materiale alla ricerca di una forma o di un’idea.

Uno splendido Crocifisso in ceramica di Lucio Fontana costituisce un punto centrale della mostra.L’artista lo realizzò nel 1949 presso la Fornace Mazzotti ad Albisola; quella Manifattura dove nel 1936 era approdato dall’Argentina e, accanto a Tullio e Torido Mazzotti, aveva sperimentato come l’argilla fosse particolarmente congeniale al suo pathos. Già alla fine degli anni ’30, infatti, impone alle sue ceramiche un linguaggio espressionista, pre-informale, frutto di un atteggiamento libero nei confronti della materia in cui, con gesto immediato, ricerca le forze trattenute che provocate sprigionano la loro potenza. A questo “fare corsivo” applica smalti vibranti e ricchi lustri che amplificano l’azione rivelatrice di tensioni interne.

Quando, dopo la parentesi bellica, l’Artista sottoscrive i Manifesti dello Spazialismo, teorizzando nuove possibilità per l’arte con l’uso di mezzi insoliti, ritorna ad Albisola alla Mazzotti. Qui, parallelamente alle ricerche spaziali su tela e ceramica, crea opere barocche, dinamiche che riecheggiano la precedente produzione. In questa plastica fluida e vibrante si inserisce la serie dei Crocifissi a cui appartiene quello in mostra.

In un cromatismo di oro, violetto e rosa, arricchito da lustri metallici, la scultura sembra vibrare di propria forza interiore, tra un panneggio arioso e linee tormentate. Ne scaturisce una visione emozionante in cui lo spirito religioso si unisce ad una capacità modellatrice nevritica. Fontana, del resto, alla fine degli anni ’40 è stanco di forme fisse, di dimensioni consuete: vuole mescolarsi all’aria perché diventi parte dell’opera stessa; il passo verso lo Spazialismo, la ricerca di una terza dimensione attraverso fori e tagli è ormai compiuto.

Artista così innovativo e generoso nei confronti dei colleghi meno fortunati Fontana è, insieme a Tullio Mazzotti e Milena Milani, un vero polo attrattivo dei tanti Maestri di fama internazionale che frequentano Albisola nel Secondo Dopoguerra.

Qui lo frequenta, da ragazzina, Renata Guga-Zunino, che ha collaborato fattivamente alla mostra e al catalogo, accompagnando la zia Milena Milani, e che ricorda: “Fontana si muoveva sempre col taglierino in tasca e considerava ogni tessuto come una tentazione. Io ero una bambina e avevo il permesso di sedermi sulle sue ginocchia al caffè Testa ad Albisola e lui ogni tanto mi guardava sottecchi perché sentiva l’insopprimibile bisogno di apporre il suo marchio dove gli capitava, per esempio sulla tovaglia del bar. Lui agiva, poi mi guardava e mi diceva: “Tu non hai visto niente”, la moglie Teresita che adoravo e mi adorava parlava con Milena ed entrambe non prestavano molta attenzione al nostro confabulare da autentici bricconi”.

E proprio grazie alla zia Renata Guga ha il privilegio di entrare in contatto con Capogrossi, Crippa, Remo Bianco, Baj, e tanti altri artisti che presenti nella Sala delle Capriate a Finalborgo.

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