Kronostagione gran finale con Danio Manfredini

daniodi Alfredo Sgarlato – Si conclude la stagione teatrale organizzata da Kronoteatro con “Tre studi per una crocifissione”, di e con Danio Manfredini, spettacolo pluripremiato che ha regalato una serata molto emozionante. Lo spunto è l’omonimo dipinto di Bacon, che ispira a Manfredini tre brevi monologhi. La scena è spoglia, solo alcune, sedie, una croce di cavi chiude lo spazio. Il primo personaggio è un anziano, cita alcune versi storpiati dalla Divina Commedia, straparla, cammina traballante, racconta sogni deliranti. Manfredini parlotta, alterna il comico e lo straziante, è incredibile come muti i registri nella stessa frase. “Più realistico di un vero paziente psichiatrico”, commenta un amico e compagno di studi.

Il secondo monologo è ispirato dal film “Un anno con tredici lune”, di Rainer Werner Fassbinder. Un anziano travestito racconta la propria vita. Manfredini è assolutamente credibile, potresti credere davvero di avere sul palco Hanna Schygulla. Il cambio di personaggio avviene con estrema naturalezza. Sembra che Manfredini non faccia alcuna fatica nel diventare un’altra persona. Le note strazianti del meraviglioso “Adagetto” della quinta sinfonia di Mahler accompagnano la recitazione.

Tre-Studi-Per-Figure-Alla-Base-Di-Una-Crocifissione-1944Il terzo personaggio, tratto da un lavoro del francese Koltès, è uno straniero, che parla con accento dell’Est, e vaga per una città dove è sconosciuto e maltrattato. Qui Manfredini dà una prova soprattutto fisica, il personaggio si muove continuamente, balla il tip tap, si abbandona a un liberatorio, o forse ancora più angosciato, ballo finale, sulle note struggenti di “A song for Europe” dei Roxy Music. Alla fine gli applausi sono scroscianti, e sentiti. La recitazione di Manfredini è estremamente naturale, gioca molto sull’approccio fisico al personaggio, ma sa ricavare molto dal testo. C’è chi, tra gli spettatori, ha lamentato la mancanza di progressione narrativa. Non sono d’accordo. È monologo, non un romanzo, per quanto nemmeno l’ “Ulisse” di Joyce o “L’idiota” di Dostoevskij abbiano progressione narrativa, e poi penso che l’autore volesse dare soprattutto tre immagini, tre nature morte (non per niente c’è una quadro all’origine del testo) in cui tre vite sono bloccate, crocifisse appunto, in una glaciale solitudine. A mio parere un lavoro straordinario. La stagione in abbonamento si conclude così, ma fuori abbonamento ci sarà ancora lo spettacolo della compagnia Kronoteatro “Pater familias”, di Fiammetta carena, l’8 maggio.

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