SPECCHI CORSARI – La crisi delle conferenze (vecchie e nuove)

di Dino Mantovani – Perché non dire, quantunque rincresca, la verità Dino Mantovaniche è nel cuore di tutti? Non se ne può più, delle conferenze. È sopravvenuta anche per esse una crisi di stanchezza e di esaurimento, quale anni addietro ha colpito il romanzo nella sua propria patria, la Francia. Tutti sono stufi, i conferenzieri non meno del pubblico. È nell’uno e negli altri quel senso di svogliatezza disgustata che segue sempre all’abuso delle cose anco più piacevoli e all’eccesso di produzione: se pure le conferenze sono state mai un vero piacere, una vera utilità, fuor che in casi eccezionali e nei tempi primitivi, quando il costume era novità gradita.

Ma ora? Ora l’abuso è divenuto strabocchevole, e il costume sembra che si ostini a vivere contro ogni ragione di convenienza pratica; tanto è vero che, mentre il pubblico si fa sempre più scarso e restio, i comitati e le società organizzatrici di conferenze non sanno spesso come mantenere gli impegni assunti, perché anno per anno gli oratori più desiderati vengono a mancare, si schermiscono, rifiutano, e in loro luogo non subentrano se non i soliti dilettanti volontari, di cui nessuno si fida.

Nelle grandi città l’angoscia si rende intollerabile, tanti sono gl’inviti, gli obblighi sociali o professionali, i rispetti umani che costringono gli uni a fare, gli altri ad ascoltar conferenze. Si potrebbe ripetere a un di presso ciò che il Leopardi argutamente diceva nel ventesimo de’ suoi Pensieri classici per esprimere l’orrore che gli ispirava «il vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri», vizio che già nell’antichità era sembrato insopportabile a Diogene cinico, a Orazio, a Marziale, e che a’ suoi giorni era diventato «un flagello, una calamità pubblica e una nuova tribolazione della vita umana».

Oggidì poi, con tante cure che c’incalzano da mane a sera, con tanto bisogno che abbiam tutti di raccoglierci in pace nelle poche ore libere, la gente seria ha occupazioni per tutta la giornata, e lascia codesti cosi detti godimenti intellettuali alle signore, come le visite; la sera tutti hanno i loro ritrovi o i loro svaghi preferiti, e non vanno di buon animo a rinchiudersi in una specie di scuola, per un diporto che il più delle volte è convenzionale. Così i richiami suonano a vuoto, le sale si spopolano, e le conferenze vengono meno al loro fine: o sia quello di far quattrini, perché la gente più pochi ne porta; o sia quello d’istruire dilettando, perché la noia e la sazietà lo escludono.

Troppo abuso s’è fatto, già da troppi anni e in troppi modi, e quanto alle persone e quanto alle cose.

Quanto alle persone, perché, oltre ai pochissimi oratori autentici, che della conferenza hanno fatto una loro delicata e valida forma d’arte, ornandola di pregi propri, diversi da quelli della lezione cattedratica e del libro stampato, si son voluti allettare o sforzare a tener conferenze un po’ tutti coloro che godono di una qualsiasi rinomanza, letterati, eruditi, scienziati, artisti, avvocati, uomini politici, mondani che praticano le cose della cultura come le eleganze della buona società: un’infinità di persone valentissime per conto loro, ma non disposte veramente né da natura né da ben coltivate attitudini a intrattenere con piacevole sapienza un uditorio. A chi, dall’Università alla Camera, dal giornalismo ai musei, a chi non s’è richiesto ciò che non era affar suo? A chi, per esempio, non s’è fatto spiegar Dante? S’è creata cosi una nuova categoria di spostati intellettuali, che non è maraviglia se si mostrano oggi oppressi e disingannati, al pari del pubblico davanti al quale si son lasciati esibire fuor di ogni discrezione.

Inoltre s’è abusato quanto alle cose, perché si è creduto che, se certe conferenze erano accolte con grande favore, qualunque genere di conferenze potesse tornare profìcuo e gradevole. Ma l’esperienza, ahi quanto lunga e vasta!, ha dimostrato che codesto non è vero. Oggi, dopo tante prove, si può affermare che le sole conferenze veramente opportune sono quelle di propaganda, di polemica o di attualità immediata; quelle che si fanno per agitare idee vive nella mente del pubblico o per soddisfare le sue curiosità presenti, anche con la divulgazione di soggetti scientifici meno aperti alla cultura comune. Allora l’oratore, appunto come il periodico che tratta argomenti d’interesse giornaliero, offre una merce richiesta; e tra lui e l’uditorio è pronta a formarsi quella corrispondenza di simpatia che è quasi una collaborazione, e senza la quale non si affronta mai con fortuna il pubblico, né dalla cattedra né dalla scena.

Ma la conferenza letteraria, il saggio storico o critico recitato, che sta a mezzo fra la lezione e l’articolo di rivista, è proprio una cosa senza senso. O è molto seria, e non ha che da perdere ad essere ascoltata anziché letta; o è monca e superficiale, come segue di solito, perché già in una diceria di un’ora, corrispondente a venticinque o trenta paginette di stampa, qualunque soggetto d’importanza non può essere che assassinato, e allora scontenta tutti, come il più noioso dei passatempi o come una ciarlatanesca profanazione del sapere, nel quale si spendono le austere fatiche degli studiosi; infine come un tardo stucchevole succedaneo dell’antica eloquenza accademica, per sì lunghi e bassi tempi patita dai nostri nonni. Scontenta tutti: prima chi la fa, se è uomo di coscienza, e poi chi l’ascolta.

Qui chiederei licenza di continuare, benché mi dispiaccia infinitamente, in prima persona, perché so di non essere per nulla diverso dalle centinaia e dalle migliaia de’ miei pari, e dicendo il sentimento mio so di non dire se non cose di comune esperienza. Tanto meglio per i privilegiati che formino eccezione.

Tutte le volte dunque (rarissime, quanto più rare è possibile) che mi tocca tenere una conferenza, letteraria s’intende, io provo una indicibile molestia, che è fatta di parecchi dubitosi rimorsi mescolati assieme: quello di sciupacchiare, per farlo capire in venticinque paginette orecchiabili, un argomento sul quale vorrei scrivere un paio di volumi; quello di non saper probabilmente trovare la misura giusta, l’accento, i modi e l’arte che la gente ama e s’aspetta; e sopra tutto quello di espormi di persona all’attenzione altrui, come se fossi uno sfacciato presuntuoso che si figuri di poter dominare con la sua dotta eloquenza le folle.

E il pubblico, lì davanti, mi fa un effetto di ripugnanza e di sdegno; ho l’impressione di subire una prova innanzi ad esaminatori meno preparati di
me; m’irrita l’idea che costoro mi giudicheranno da ciò che io, cosi di contraggenio, potrò dire, mentre ho coscienza di sapere e di valere cento tanti di quel che parrà. Mi piglia come un pudore, un gelo: non sento più la mia voce, dubito dell’opportunità di tutto quello che dico; e finisce che dico molto peggio di quanto potrei se, invece di recitare una cosa scritta apposta, parlassi semplicemente, a braccia, nella mia scuola. Ma allora, perché mettersi a questo ingratissimo sbaraglio?
Perché accettare di far conferenze, quando non se ne ha proprio l’estro? Mah!, perché certe volte bisogna per forza, perché non si può sempre dire di no, perché nella vita capita di fare tante cose che si scanserebbero volentieri!

Come uditore poi, so che il più spesso, e salvo i casi eccezionali sopra lodati, provo una pena non minore. Guardo l’uomo che recita, e penso che egli soffre come soffrirei io al posto suo, declamando così senza convinzione e senz’illusione. Se per ventura dice delle cose nuove, penso che me le vorrei leggere stampate, con più gusto e con più profìtto; se dice cose note, ricordo i libri dove le ho lette o dove so che le troverei. In men di mezz’ora sono seccato, distratto, non ascolto più, sento di perdere miseramente il tempo che forse quell’uomo stesso mi farebbe impiegare benissimo a tavolino.

Intanto mi guardo attorno, studio il pubblico, e mi par di vedere che esso tutto dissimuli, come faccio io, una noia, un’impazienza scorata. Taluni palesano spontaneamente la loro ambascia al cadere dell’ora rituale. Se questa è oltrepassata, l’inclito uditorio non ascolta più parola, non pensa più che a finirla, a uscire da quell’asfissia. E poi, fuor di poche anime candide, il pubblico, il sovrano autore e signore dell’opinione, non mostra affatto l’attitudine di chi abbia la voglia e la persuasione d’istruirsi, ma quella di chi sta attento, se ci sta, per giudicare, così, a orecchio, a impressione, d’ordinario con incompetenza assoluta.

Basterebbero i giudizi che si odono all’uscir dalla sala per far cadere l’animo al più intrepido e navigato dei conferenzieri: giudizi prevedibili e imprevedibili. Prevedibile è quello di un amico mio, il quale è stato tutta l’ora col muso lungo, e della conferenza parlerà poi con spirito acerbo, perché una certa signorina non c’è venuta. Prevedibile è quello di una signora che ho vista accigliata e nervosa, perché c’era nella sala una sua amica con un cappello non più elegante del suo, cosa che non ammetterebbe mai, ma eguale identico al suo, cosa che la esaspera contro l’adunanza tutta e contro l’oratore che ne è stato cagione. I più imprevedibili sono i giudizi delle bocche belle, fatte per tutt’altro esercizio, dalle quali, dopo un’ora di silenzio, escono sorrise parolette strane: la conferenza, quasi sempre, è stata o troppo leggera o troppo grave, cioè noiosa; il dicitore è stato originalissimo, oppure non ha detto nulla di nuovo; e son frequenti i casi in cui, per pronunziare con sicurezza quest’ultima sentenza, bisognerebbe avere smaltito un’intera faticosa letteratura…

Non c’è compenso, insomma. La soddisfazione di quei quattro battimani, di quelle quattro lodi sul giornale, è troppo inadeguata alla fatica che costa e che la gente non sa né sospetta; fatica tanto maggiore, per un lavoro così speciale, quanto più chi prepara la conferenza è uno studioso serio, alieno dalle vane chiacchiere dei faciloni. Ma il guadagno? Sarebbe meglio non parlarne, in Italia; e quando pure sia lauto, che se ne può pensare? Il più delle volte la gente non spende per la conferenza con una certa larghezza se non perché è richiamata da un nome, dalla curiosità di vedere in azione, come un balocco meccanico, un uomo celebre, di cui ha letto qualche cosa e ha udito molto parlare; e la conferenza è un ripieno trascurabile. Oppure è un obbligo convenzionale, un contagio di snobismo quello che la fa accorrere in una certa occasione, in una certa sala, dove è onorevole comparire, tanto vi è d’ambita compagnia; e la conferenza non è che il pretesto di eleganti bisbiglianti distrattissimi convegni, nei quali il pubblico non si occupa che di se stesso.

E ancora, vediamo: si fa proprio un bene alla pubblica cultura, promovendo tante conferenze spicciolate o in serie? Per le classi inferiori della popolazione sì, perché son quelle che hanno con più desiderio meno agio e preparazione a leggere e a studiare, e che ascoltano con più rispettoso raccoglimento chi dà loro la compiacenza di sollevarsi un’ora sopra i grami pensieri quotidiani e di sentirsi partecipi del sapere che è loro quasi interdetto dalle condizioni sociali. E così per le piccole città di provincia, dove si porta l’illusione non infeconda di un po’ di vita intellettuale, e dove realmente è bene far conoscere di persona gli scrittori, perché si moltiplichino i lettori. Ma nelle grandi città, per la gente delle classi più istruite, o che tali dovrebbero essere, temo che le molte conferenze riescano un alimento non della cultura, sì invece della poltroneria intellettuale.

La cultura vera ed alta oggi si acquista soltanto sui libri e con uno sforzo di attività mentale, rileggendo, cercando, confrontando e meditando; non si acquista, anzi si elude con una mera attenzione passiva, abituandosi ad ascoltare leggermente e a giudicare su due piedi più leggermente ancora.
Sarà sempre vera la parola amara dei Carducci, che gl’italiani sono «un popolo di dilettanti e d’orecchianti, un volgo sensuale»? Quel tanto d’istrionico e di mondano che è sempre nelle conferenze meglio pagate torna in danno, non in vantaggio dell’educazione pubblica, perché, se alletta la gente ad ascoltare, la avvezza però alle adulterazioni ingannevoli del sapere e la allontana da ogni serietà di letture e di studi.

Le persone che pagano tre o quattro lire per una conferenza sogliono essere appunto quelle che non andrebbero a spendere altrettanto per procurarsi un libro. È bello, è onesto secondare questa loro leggerezza, e profittarne? I ricchi sono già troppo disposti a credere che tutti i beni della vita stiano davanti a loro, belli e fatti, in vendita. No, non bisogna lasciar loro la credenza che altri studia e affatica il suo ingegno per quel poco denaro ch’essi si degnano di spendere in superfluità intellettuali.
No, la buona cultura non si compra cosi agevolmente, allo spaccio delle conferenze: bisogna farsela apposta, ognuno per sé, con adeguata spesa di tempo e di lavoro proprio. Libri, libri ci vogliono, continue ordinate letture personali : tutto il resto non è che fumo e profumo senza sostanza.

Potrebbe concludersi, in generale, che le conferenze sono approvabili quando riescono d’incitamento al pensiero e allo studio; ma quando son fine a se stesse, quando esauriscono in sé il loro contenuto ideale, offrendo al pubblico non un aperitivo, ma un surrogato alla lettura, è naturale che a poco a poco oratori e uditori sentano la vanità di tali esercitazioni senza costrutto e finiscano col non volerne più sapere.

Questa è la condizione critica in cui ora si trova il costume delle conferenze. Per sopravvivere a’ suoi danni è necessario ch’esso si corregga. Se non ci pensano i comitati e le direzioni, ci pensa da sé la società, eliminando automaticamente dalla sua vita già troppo ingombra le cose inutili e fastidiose.

[Dino Mantovani, “La crisi delle conferenze” (Il Corriere della Sera, 8-3-1909), in Id., Pagine d’arte e di vita (a c. di Luigi Piccioni), STEN, Torino 1915, pp. 129-137]


* SPECCHI CORSARI: Florilègio / Rubrica Corsara a cura di Fabrizio Pinna


Mantovani, Dino

Dizionario Biografico degli Italiani

MANTOVANI, Dino. – Nacque il 14 nov. 1862 a Venezia, da Antonio, medico, che aveva prestato la sua opera nei moti del 1848 a Venezia, e da Matilde Badoer, di famiglia patrizia veneziana. Dopo essersi diplomato nel 1880 a Venezia, presso il liceo-ginnasio M. Foscarini, dove ebbe come professore di lettere P. Molmenti, si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Padova. Trasferitosi nel 1882 all’Università di Bologna, fu irresistibilmente attratto, anche per influenza di G. Carducci (di cui seguì assiduamente le lezioni) e del suo ambiente, verso gli studi letterari

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