Seduta Solenne dell’Assemblea legislativa per celebrare il Giorno del Ricordo

Si è svolta questa mattina, nell’aula del Consiglio regionale Sandro Pertini, a Genova, la Seduta solenne del Consiglio regionale dedicata al Giorno del Ricordo in memoria delle decine di migliaia di italiani dell’Istria, Dalmazia e Fiume che furono perseguitati, uccisi e costretti alla fuga alla fine della Seconda Guerra Mondiale.


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Il presidente del Consiglio regionale Gianmarco Medusei ha avviato i lavori portando i saluti di tutta l’Assemblea legislativa ai consiglieri regionali e alle autorità presenti.

È seguita l’orazione ufficiale dello storico Raoul Pupo, già docente di Storia contemporanea all’Università di Trieste e tra i massimi conoscitori dell’Esodo giuliano-dalmata e dei massacri delle foibe.

SALUTO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO REGIONALE GIANMARCO MEDUSEI

Il presidente dell’Assemblea legislativa Gianmarco Medusei ha sottolineato l’importanza della Legge 92/2004, che istituì, esattamente vent’anni fa, il Giorno del Ricordo che ricorre ogni anno il 10 febbraio, giorno in cui , nel 1947, fu firmato il Trattato di Parigi che assegnò alla Jugoslavia i territori fino ad allora italiani del Quarnaro, Istria, Venezia Giulia e la città di Zara e la sua provincia. «È motivo di orgoglio, per noi liguri, aver assistito agli sforzi che questa stessa Assemblea Legislativa fece – ha aggiunto il presidente – per valorizzare il Giorno del Ricordo, istituendo la Seduta Solenne ed attivandosi per far sì che esso venga vissuto attraverso il lavoro dei ragazzi a contribuzione di un lavoro che ancora oggi merita di essere sempre di più approfondito e raccontato». Il presidente ha poi ricordato la propria visita ufficiale, due anni fa, alle Foibe di Basovizza e di Monrupino, due anni fa: «Un ricordo indelebile di una giornata in cui ho toccato con mano la grandezza di una tragedia immane. Non è ancora chiaro, oggi, quanti furono i corpi che finirono in quella foiba, ma è chiaro, invece, quanto fu scientifico il modo di operare dei carnefici appartenenti alle truppe comuniste jugoslave, braccio armato di una volontà superiore ad eliminare gli oppositori al regime e a disconoscere gli italiani quali titolari di diritti sulle loro terre natie». Il presidente ha, dunque, sottolineato lo sforzo compiuto, dalla Liguria, che diede asilo a migliaia di esuli giuliano dalmati. «Proprio il “ricordo” – ha aggiunto – è mancato per decenni, nonostante l’entità di una vicenda che, soltanto oggi, grazie anche agli sforzi di autorevoli studiosi come il professor Raoul Pupo, è chiaro quanto sia stata immane e rilevante in termini storici». Il presidente Medusei ha concluso ricordando Norma Cossetto, una delle giovanissime vittime italiane della persecuzione a cui ha dedicato la Seduta solenne di oggi, e ha espresso profonda soddisfazione perché la città della Spezia ha deciso di intitolarle una strada sabato prossimo. «Credo sia doveroso dire che, in parte, quest’ampia parentesi storica – ha concluso – non sia ancora stata assimilata quanto meriterebbe, incorrendo, seppur in misura minore rispetto al passato, in troppe distorsioni e confusione che, però, celebrazioni solenni come quella che stiamo vivendo oggi, hanno il dovere e la funzione di eliminare».

ORAZIONE UFFICIALE DELLO STORICO RAOUL PUPO

Raoul Pupo ha, invitato il pubblico ad alcune riflessioni sul significato di questa Giornata. «Quei fatti – ha spiegato – rappresentano la catastrofe dell’Italianità adriatica, cioè la sua scomparsa, ad eccezione delle attuali province italiane di Trieste e Gorizia, dai territori che costituiscono quella che noi chiamiamo la “Frontiera Adriatica”, che scende lungo la costa dell’Adriatico orientale, da Monfalcone alle Bocche di Cattaro». Lo storico ha precisato il concetto di Italianità adriatica: «E’ la forma storicamente assunta nel XIX e XX secolo da una presenza italiana di assai più lunga data sulle sponde orientali dell’Adriatico di carattere marittimo, inclusivo, prevalentemente urbano e, infine, con una egemonia sociale, culturale e politica». Pupo ha sottolineato l’intrecciarsi di questo processo con quello «simile dello slavismo adriatico che, invece, è espressione dell’entroterra, è radicato nelle campagne, di cui teorizza la superiorità rispetto alle città parassite e parte da una condizione di assoluta subordinazione sociale, culturale e linguistica, ma può contare su di una numerosità decisamente superiore». Occupazione dello stato fascista. Lo storico ha poi analizzato gli effetti dell’annessione da parte dello stato fascista e le sue politiche di aggressione nei confronti della popolazione slava, che inaugurò la cosiddetta “Stagione delle stragi”, compiute da una parte e dall’altra. «Possiamo considerare – ha spiegato – la capitolazione italiana del settembre 1943 come l’inizio della fine dell’Italianità adriatica» con le prime eliminazioni. Le foibe del 1943 e del 1945. «Quella delle foibe – ha precisato – è una violenza programmata ed organizzata: è la distruzione dell’italianità, in quanto storicamente coincidente con il potere che si vuole abbattere, per sostituirlo con uno nuovo e le foibe istriane del 1943 sono una prova generale prima del maggio 1945 quando, durante l’occupazione jugoslava della Venezia Giulia, riprendono le medesime dinamiche dell’autunno ‘43, ma questa volta su scala più ampia, e con l’utilizzo della forza del movimento partigiano e del nuovo stato comunista jugoslavo, che si è dotato di un efficiente apparato repressivo il cui perno è l’Ozna, cioè la polizia politica». Secondo lo storico, però, «le foibe non intaccano in maniera sostanziale l’italianità adriatica perché il loro scopo è limitato nel tempo e nelle finalità. Non è neanche possibile stringere un nesso meccanico tra le foibe ed il successivo esodo dei giuliano-dalmati. Quello che distrugge le basi dell’italianità adriatica – ha aggiunto – non è tanto una fiammata di terrore, quanto le politiche di lungo periodo applicate dal regime comunista jugoslavo ed i loro effetti sulla società locale». La paura e l’esodo. Pupo aggiunge: «Il regime permette, in linea teorica, che in Jugoslavia rimangano alcuni italiani, ma soltanto se si dichiarano esplicitamente nemici dell’Italia, poi ci sono la denigrazione dell’Italia e dell’unica italianità che gli italiani conoscevano, quella che li ricollega alla storia di Roma, di Venezia, del Risorgimento e della Grande guerra, la persecuzione religiosa, gli espropri dei mezzi di produzione, dalle imprese fino alle botteghe artigiane» al punto che gli italiani si trovano a sentirsi “stranieri in patria” «e manca solo l’ultima spinta: la paura individuale di chi si sente preso di mira dal potere e tenta la via della fuga». Lo storico aggiunge: «L’esodo può essere considerato la conclusione del processo di nazionalizzazione delle masse in Istria. Quello che, dunque, si compie con l’esodo è un processo di sostituzione nazionale pressoché perfetto e con l’esodo ha termine l’Italianità adriatica». Il recupero delle memorie la riconciliazione. Pupo ha concluso: «In questi anni stiamo assistendo a due processi paralleli: il recupero e la conservazione delle memorie ferite del ‘900, che punta alla reintegrazione piena nella storia nazionale della storia bimillenaria dell’Italianità adriatica, e la riconciliazione, un cammino difficile fatto di riconoscimento delle memorie altrui, di rispetto per le memorie diverse, di purificazione delle memorie proprie. È dura, ma è possibile»..

PREMIAZIONE DEGLI STUDENTI

Nella seconda parte della seduta si è svolta la premiazione deglistudenti che hanno vinto la XXII edizione del concorso del Consiglio regionale Il sacrificio degli italiani della Venezia Giulia e Dalmazia: mantenere la memoria, rispettare la verità, impegnarsi per garantire i diritti dei popoli”, rivolto agli studenti degli istituti superiori della Liguria.

Il concorso rientra fra le iniziative promosse dalla legge regionale n. 29 del 24 dicembre 2004 “Attività della Regione Liguria per l’affermazione dei valori della Memoria del Martirio e dell’Esodo dei Giuliano Dalmati”.

I vincitori del concorso parteciperanno nei prossimi mesi al viaggio annuale organizzato nei luoghi che furono teatro della persecuzione.



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