Individui, società e partiti nell’antinomia politica

Maschere di Nolde

POLITICA E CONFORMISMO CIVICO.
La politica tocca da vicino l’economia. Tuttavia non si riduce totalmente ad essa, come vorrebbe la psicologia troppo semplicista dei marxisti.

Essa comporta altri fattori oltre a quelli che si riferiscono alla ricchezza. Presuppone uno spirito di dominazione spirituale, un’ideologia speciale, distinta dall’organizzazione economica che purtuttavia in parte la condiziona; tutto un insieme di idee e di sentimenti che non emergono da considerazioni puramente economiche.

Ogni sforzo di dominazione spirituale è diretto contro la libertà degli individui, contro la diversità dei pensieri e dei sentimenti. È per questo che la politica è il dominio per eccellenza del conformismo, delle costrizioni collettive, delle menzogne di gruppo, del mutuo inganno fra gli associati, in breve di tutti i procedimenti d’illusionismo sociale che sono di rigore in una società organizzata. Il compito essenziale della politica è di creare artificialmente delle correnti di opinione, con l’aiuto di raggruppamenti – partiti, comitati, leghe, etc. – dove si pratica il compelle intrare e il compelle remanere e dove l’individuo indipendente non può far molto intendere la sua voce in mezzo al rumore tumultuoso e confuso delle voci anonime.

Che si considerino le ideologie astratte elaborate dai teorici della politica o le forme politiche nelle quali si incarna la volontà generale (Stato, governo) o ancora le forze politiche che si disputano il potere (cioè i partiti, i comitati, etc.), si troverà che il desiderio di conformismo civico è al fondo di ogni intrapresa politica.

LE IDEOLOGIE DEMOCRATICHE E L’OLIGARCHIA DIRIGENTE.
Le ideologie democratiche – sovranità del popolo, volontà generale, solidarismo, etc. – sono, per essenza e per definizione, unitarie e autoritarie. Esse poggiano su una finzione comoda per i governi, lusingando la pigrizia di spirito dei governati. Così come in economia l’interesse generale è una finzione poiché gli uomini hanno in realtà degli interessi sempre differenti e in alcuni casi divergenti, ugualmente in politica la volontà generale non è altra cosa che un’entità verbale.

La pretesa volontà generale è in fondo quella dell’oligarchia dirigente; tutti i giochi della politica non giungeranno mai ad altro che a cambiare di oligarchia. L’uomo che ha una volontà a sé non si riconosce mai nella pretesa volontà generale. E poco gli importa, in fondo, che il gruppo che l’opprime sia una folla o un’oligarchia. Folla e oligarchia difatti si rassomigliano in un punto: il loro comune odio per ogni personalità indipendente, per ogni volontà dissidente.

Del resto, anche gli stessi membri dell’oligarchia dirigente hanno un’indipendenza di spirito molto scarsa. Anche loro hanno un conformismo, delle parole d’ordine obbligatorie. Essi sono astretti a una banalità di pensiero indispensabile per farsi comprendere dalla massa gregaria dalla quale desiderano ottenere il suffragio.

La mediocrità di pensiero e di aspirazioni dei diretti reagisce sulla mediocrità di pensiero e di aspirazioni dei dirigenti, e inversamente (1). È soprattutto in democrazia che si verifica il motto: «Io sono il loro capo, bisogna bene che io li segua». Inoltre, i membri dell’oligarchia dirigente hanno bisogno gli uni degli altri. C’è tra di loro un commercio di concessioni e di buoni offici, uno spirito di corpo e un cameratismo che esigono molto in duttilità e intrigo, ma nulla in originalità di pensiero e di carattere.

Si dirà forse che questa mediocrità di pensiero e di aspirazioni, comune ai diretti e ai dirigenti, costituisce esattamente questa «volontà generale» alla quale si richiama l’ideologia democratica. Se così è, l’antinomia non appare meglio che nelle aspirazioni individuali all’indipendenza che, malgrado tutto, possono affiorare in qualcuno e la volontà di uniformità e di mediocrità che esercita il potere. «C’è – dice Benjamin Constant – una parte della persona umana che, di necessità, resta individuale e indipendente… Quando varca questa linea la società è usurpatrice, la maggioranza è faziosa. Quando l’autorità commette dei simili atti, importa poco da quale fonte essa si dice emanata, che essa si dica individuo o nazione; sarà la nazione intera, meno il cittadino che essa opprime, quella che non sarà più legittima».

LIBERTÀ POLITICA E LIBERTÀ INDIVIDUALE.
L’ideologia democratica tende a riassorbire tutte le libertà nella libertà cosiddetta politica. Ma la libertà politica non è per nulla la stessa cosa che la libertà individuale. Benjamin Constant ha ben potuto, nel suo Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, stabilire una vera antinomia fra queste due libertà.

Che cosa è, difatti, la libertà politica? È il fatto di partecipare alla preparazione (confection) delle leggi e, una volta fatte queste leggi, di obbedire ad esse.

Che cosa è la libertà individuale? È l’indipendenza dell’individuo nella sua vita privata; è la libera disposizione della sua persona e dei suoi beni; è la libertà delle relazioni, dei fatti e gesti di ogni giorno; è il potere di vivere e di agire a proprio modo senza essere bersaglio di un’inquisizione perpetua, di una polizia minuziosa e tirannica da parte dell’autorità pubblica.

Nella città antica la libertà politica del cittadino è al suo massimo perché nella città antica, ridotta in numero, ogni cittadino partecipando direttamente alla formazione della legge è sovrano. Di contro, la libertà individuale è molto debole, intralciata com’è per via dell’incessante controllo della città sulla vita privata del cittadino. Il cittadino antico consente a questo sacrificio perché per lui la libertà politica prevale su tutto. Ma non è più così per l’individuo moderno, innamorato innanzitutto della libertà individuale. 

«L’indipendenza individuale – dice ancora Benjamin Constant  – è il primo dei bisogni moderni», «Di conseguenza, non bisogna mai chiederne il sacrificio per stabilire la libertà politica…»; «ne consegue anche che nessuna delle istituzioni numerose e troppo vantate che, nelle repubbliche antiche, intralciavano la libertà individuale è ammissibile nei tempi moderni» (2).

LIBERALISMO, DEMOCRAZIA, SPIRITO GIACOBINO E DIVINIZZAZIONE DELLA LEGGE.
Benjamin Constant parla qui da liberale. Ma il liberalismo non è molto in credito nelle democrazie. È piuttosto lo spirito giacobino che trionfa, vale a dire: lo spirito civico in ciò che ha di unitario e di inquisitoriale. Lo spirito giacobino è la morsa della città sull’individuo tutt’intero, è lo sforzo per ridurre tutte le libertà alla libertà politica. È la mania legiferante, la regolamentazione e il controllo a oltranza; è il sospetto gettato su ogni volontà di indipendenza nell’ordine delle idee e delle credenze, così come in quello degli atti.

Ai giorni nostri, è vero, lo spirito giacobino rinuncia alla maniera forte, esso prende le forme soffici e discrete dell’educazionismo, ma poco importano i mezzi che impiega, lo scopo resta lo stesso.

La legge, espressione della volontà generale, è tirannica come questa volontà stessa. Montesquieu ha detto: «La libertà, è il diritto di fare ciò che la legge non limita (ne défend pas)». I democratici ripetono con lui: «La libertà è il regno della legge». È chiaro che si può trarre da questa definizione della libertà uno spaventoso dispotismo (3). Ciò non impedisce che la legge sia divinizzata nelle nostre società democratiche tanto quanto nella città antica. Tale è l’autorità della legge da essere convenuto che le leggi ingiuste, vessatorie, tiranniche debbano nondimeno essere obbedite, non solamente con rassegnazione, ma con sollecitudine e quasi con entusiasmo. I moralisti citano sempre, con un’ammirazione utile a tutti i governi, la famosa prosopopea delle Leggi e il grande esempio di Socrate. È questo in fondo un grande esempio dell’inganno civico. Socrate è un magnanimo Jocrisse, un eroe di ingenuità. Il suo esempio ha fortificato attraverso le generazioni il dogma assolutista e mistico della sovranità della Legge, anche se cattiva, ingiusta e oppressiva.

LE FORME POLITICHE: STATO, GOVERNO, FUNZIONARI E CORPI DI STATO.
Dopo aver considerato i principi generali dell’ideologia politica, diciamo una parola sulle forme politiche (Stato, Governo, corpi dello Stato) nelle quali si incarna la pretesa volontà generale.

L’antinomia dell’individuo e dello Stato è una di quelle sulle quali si è più spesso insistito (4). Bouglé non ammette questa antinomia. Lontano dal vedere nello Stato un distruttore delle libertà, egli vede in esso un liberatore dell’individuo. Secondo lui lo Stato bilancerebbe felicemente certe influenze oppressive per gli individui (5) (influenze locali, regionali, professionali, domestiche, clericali, etc.), e potrebbe così divenire una salvaguardia per gli individui minacciati od oppressi da queste influenze. Che cosa bisogna pensare di questa maniera di vedere la questione? Essa può essere in una certa misura esatta, almeno in un’epoca di transizione come quella che noi attraversiamo, allorché lo Stato si può opporre efficacemente a certe tirannie senza essere divenuto esso stesso assolutamente onnipotente e unilateralmente tirannico. È esatto che l’individuo oggi può trovare nello Stato un ricorso contro gli eccessi del potere famigliare o del potere padronale o contro l’ingerenza del potere religioso.

Ma, di contro, ci si può domandare dove l’individuo troverà un ricorso contro lo Stato stesso. Soprattutto dove troverà un ricorso quando lo Stato, secondo la tendenza che sembra manifestare, avrà riassorbito tutto il potere e tutte le funzioni sociali, quando esso sarà divenuto il solo educatore, il solo datore di lavoro (employeur), il solo amministratore, quando tutti i cittadini saranno suoi funzionari?

Oggi l’operaio impiegato nell’industria privata può mettersi in sciopero e invocare, tra il suo padrone e lui, l’arbitraggio dello Stato. Ma quando lo Stato sarà il solo datore di lavoro, il semplice fatto dello sciopero sarà un delitto di leso-Stato.

La condizione del funzionario d’oggi è istruttiva. Il funzionario dipende dallo Stato e unicamente dallo Stato. Quindi egli è senza difesa contro lo Stato. Gli è interdetto di beneficiare del principio della separazione dei poteri perché, [se] leso dall’arbitrarietà dei suoi capi gerarchici, non può attaccarli davanti ai tribunali per i loro atti amministrativi. Si dirà che i funzionari possiedono certe garanzie contro le arbitrarietà amministrative, per esempio il ricorso al Consiglio di Stato? Oltre al fatto che queste garanzie sono difficilmente utilizzabili e sempre incerte nei loro effetti, esse potrebbero essere rese sempre più vane e infine annullate da uno Stato divenuto troppo forte. Contro l’individuo che reclama contro lo Stato c’è necessariamente collusione di tutte le influenze che dipendono dallo Stato e questa collusione non farà che crescere con il potere sempre più invasore dello Stato.

TATTICA DELLA RIVALITÀ DEI POTERI: POLITICI, FUNZIONARI, AMMINISTRATORI E CORPI INTERMEDI.
Un fattore importante in ogni regime politico è l’influenza dei politici. Questa influenza deve essere valutata differentemente nel nostro stadio di transizione, vale a dire di anarchia relativa, e più tardi, in una fase successiva. Oggi l’influenza dei politici può difendere in certi casi un funzionario contro l’arbitrarietà amministrativa e contro gli abusi di potere dei capi dell’amministrazione. In questo senso lo stesso favoritismo politico può avere la sua utilità, nel limitare e correggere in una certa misura il favoritismo propriamente amministrativo (nepotismo, settarismo, cameratismo degli amministratori). Il fatto di opporre un’arbitrarietà a un’altra arbitrarietà è senza dubbio un misero mezzo di difesa per il funzionario. Nondimeno è meglio dell’essere sottomesso a un’arbitrarietà unilaterale. A seconda dei casi, un funzionario si può appoggiare ai politici per difendersi contro l’arbitrarietà amministrativa, o si può appoggiare all’amministrazione per difendersi contro l’arbitrarietà dei politici.

È sempre eccellente per l’individuo che i poteri politici o sociali siano divisi e, se possibile, in rivalità, al fine di opporre l’uno all’altro e di utilizzarli l’uno contro l’altro. Questa è una buona guerra. Oggi questa tattica è talvolta ancora possibile, sebbene essa non sia alla portata di tutti. Ma c’è da prevedere che con l’avvento di maggioranze sempre più compatte questa situazione cambierà. Il potere dei politici diverrà sempre più onnipotente e arriverà ad essere senza freno così come senza contrappesi. I posti e le funzioni pubbliche saranno interamente a loro discrezione come ha già luogo parzialmente in America.

Il funzionario ricadrà allora sotto una dominazione unilaterale e ugualmente non potrà più opporre un’arbitrarietà a un’altra. Cessando la divisione dei poteri, sarà la tirannia perfetta. Noi non crediamo quindi, in alcun caso, al ruolo liberatore dello Stato.

Le politiche liberali (da Benjamin Constant a Taine e a Faguet) hanno visto gli inconvenienti dell’eccesso di potere governativo e hanno così condotto a prendere in mano la difesa degli organismi intermediari tra l’individuo e lo Stato (grandi corpi costituiti, in particolare corpi scientifici). Ma anche questi grandi corpi sono imbevuti dello spirito unitario e conformista. Essi presuppongono una gerarchia, una regolamentazione, una tradizione. Sono nemici dell’indipendenza individuale non meno di quanto lo è lo Stato.

La soluzione sindacalista che consiste nell’opporre i sindacati al governo non è molto più favorevole alla libertà degli individui. Si sa che i sindacati sono dei piccoli Stati molto tirannici. La federazione di questi sindacati costituirà uno Stato sindacalista che tollererà i dissidenti e gli indipendenti ancora molto meno dello Stato borghese attuale.

PRATICHE DEMOCRATICHE, PARTITI E ASSERVIMENTO DEGLI INDIVIDUI.
Infine, per terminare il terzo e ultimo punto che abbiamo indicato all’inizio di questo capitolo, noi noteremo che la pratica politica in vigore nella democrazia (suffragio universale, parlamentarismo, azione dei partiti, delle leghe, dei comitati, etc.) tutt’intera tende e porta ad asservire gli individui a dei gruppi, a delle parole d’ordine di gruppo, a delle influenze collettive e anonime.

Il suffragio universale rappresenta una media di opinione nella quale la mia opinione personale è come annegata e annullata. La mia libertà politica si riduce a votare ogni quattro anni per un candidato che io non ho scelto, che mi è imposto da un comitato che io non conosco; su delle questioni che forse non mi interessano, mentre altre questioni che mi interesserebbero non sono poste davanti al suffragio universale.

La classificazione dei partiti mi s’impone già fatta. Tanto peggio se nessuno dei partiti risponde alle mie aspirazioni. È su delle questioni la maggior parte del tempo fattizie, artificiali, su dei grossolani trompe-l’œil ad uso di Pécus che si fa la classificazione degli elettori in due o tre branchi che richiamano un po’ troppo i Lillipuziani e i Blefuschiani di Swift. Ostrogorski ha ben ragione a mostrare che il sistema dei partiti «scoraggia, per il formalismo che stabilisce, l’indipendenza di spirito del cittadino, l’energia della sua volontà e l’autonomia della sua coscienza» (6).  

Aggiungete a questo la commedia delle riunioni pubbliche dove si «fa» il pienone, dove tutto è truccato e regolato in anticipo da delle comparse. La riflessione personale, la lucidità di spirito, l’indipendenza di giudizio, sono ospiti malaccolti in queste sedute che finiscono generalmente nella più terribile confusione. È quando nessuno ha più gusto nella discussione che si mette la questione ai voti (7).

L’INDIVIDUO CONTRO LA TIRANNIA DI GRUPPO. DUE SPECIE DI INDIVIDUALISMO.
L’individualismo è, in politica come altrove, una protesta dell’individuo contro le tirannie di gruppo.  Noi distingueremo qui due specie di individualismo.

C’è un individualismo negativo, individualismo apolitico o antipolitico, che insorge contro ogni organizzazione politica quale che sia. È l’individualismo di Stirner; è quello di Vigny per il quale la politica rappresenta il trionfo più completo delle «cose sociali e falsate».

Ci può essere un individualismo che non è più negativo e di pura astensione o di pura rivolta. Qui la libertà non consiste più nel disprezzare le leggi o rivoltarsi contro di esse, ma nel cercare di influire, ciascuno per propria parte e secondo le sue forze e i suoi lumi, sulla formazione delle leggi. Un regime libero, secondo la concezione della quale Stuart Mill dà molto bene la formula, è un regime che permette a ciascun cittadino di occuparsi di questioni politiche e sociali che lo interessano e sulle quali egli è sufficientemente competente. Questo individualismo ammette lo Stato, ma conta soprattutto sulle libere associazioni. Un paese dove ci sono molte di queste associazioni permette agli individui di agire sulla legislazione dello Stato se non direttamente, come il cittadino della città antica, almeno indirettamente per mezzo dell’associazione della quale fa parte e sulla quale egli stesso esercita un’azione.

Questo individualismo non aizza più, come il primo, l’individuo contro la società nell’ordine politico. Non solamente esso si concilia con una larga partecipazione dell’individuo all’attività politica, ma anche raccomanda questa stessa partecipazione. Tuttavia non tutte le difficoltà sono appianate. L’individuo che adotta e si sforza di far trionfare questa concezione sociale non sfugge all’inevitabile conflitto tra l’indipendenza dell’individuo e le esigenze di ogni raggruppamento quale che sia.

L’individuo, anche molto superiore, ed esattamente nella misura in cui è superiore, deve sacrificare qualcosa della sua personalità per mettersi al livello o all’unisono del gruppo. Se egli influisce sul suo ambiente, questo ambiente prima influisce su di lui, lo intacca, lo limita e lo rimpicciolisce.

Le associazioni politiche alle quali l’individuo si deve affiliare sono forzatamente strette intolleranti, oppressive per i dissidenti e anche per i loro stessi membri. La parola di Vigny è eternamente vera: «Tutte le associazioni hanno il difetto dei conventi».


di Georges Palante, “L’antinomia politica”. Traduzione © Fabrizio Pinna 2018/2021. Si tratta di uno dei capitoli centrali dello studio monografico di Georges Palante sulle antinomie fra l’individuo e la società (Les Antinomies entre l’individu et la société. Parigi: Alcan, 1913). Questa traduzione è inclusa nell’e-book della collana MiniMix Gaetano Mosca, La classe politica [2018; ISBN: 9788899508227].


Note di Georges Palante

(1) In democrazia, dice Remy de Gourmont, l’opinione è onnipotente poiché quelli che hanno l’aria di guidarla sono sullo stesso piano di mediocrità di coloro che la subiscono. L’opinione del pubblico è fatta da uomini pressapoco alla sua altezza che, per mezzo dei giornali, s’indirizza ad essa in suo nome sulla questione del momento. Così il popolo si tiranneggia da sé, imponendo a se stesso il rispetto di opinioni create da individui la cui banalità intellettuale si adatta perfettamente alla media sciocchezza sentimentale… Si vede in democrazia il meccanismo singolare di una nave in cui l’equipaggio non obbedisce agli ufficiali se non perché gli ufficiali hanno fatto rotta al porto dove i marinai vogliono sbarcare. È infine l’obbedienza docile dell’élite alla massa e, di conseguenza, come dice Stuart Mill, la marcia evidente e irresistibile verso uno stato «di similitudine generale tra gli uomini» (R. de Gourmont, Epilogues, t. I).

(2) Benjamin Constant, Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni.

(3) Stuar Mill, nel suo Saggio sulla libertà, nota che la libertà individuale non ha guadagnato gran cosa dai cambiamenti di regime politico. Faguet espone con molta forza l’antinomia che esiste tra il dogma della sovranità del popolo e i diritti dell’individuo. «Gli autori delle due Dichiarazioni dei diritti dell’uomo sono caduti in una strana confusione e in una strana contraddizione. Essi hanno confuso i diritti dell’uomo e i diritti del popolo; i diritti dell’uomo, dell’individuo, e i diritti del popolo non sono per nulla la stessa cosa, al punto che lo stesso diritto del popolo può essere in conflitto con i diritti dell’uomo. Se il diritto del popolo è la sovranità, che è esattamente quello che hanno detto i redattori delle Dichiarazioni, il popolo ha il diritto, nella sua sovranità, di sopprimere tutti i diritti dell’individuo. Ed ecco il conflitto. Mettere in una stessa dichiarazione il diritto del popolo e i diritti dell’uomo, la sovranità del popolo e la libertà per esempio, a eguale titolo, è mettere l’acqua e il fuoco e poi pregarli di voler accordarsi bene insieme. Ma gli autori delle Dichiarazioni credevano ad un  tempo alla libertà individuale e alla sovranità del popolo. Dovevano mettere nella loro opera questa antinomia fondamentale» (Le Liberalisme, p. 8).

(4) Cfr. Spencer, L‘Individuo contro lo Stato.

(5) Cfr. Bouglé, Le consequences morales de l’entrecroisement des groupes, «Revue bleu», 29 décembre 1906.

(6) Moisei Ostrogorski, La democrazia e l’organizzazione dei partiti politici [La démocratie et l’organisation des partis politiques].

(7) Parlando di un recente «Congresso del libero pensiero», un pubblicista ha recentemente scritto: «Parole che urlano nel trovarsi insieme. La libertà non frequenta i Congressi. Il proprio dei Congressi è di votare delle mozioni, delle risoluzioni, d’imporre delle soluzioni, tutte cose contrarie alla libertà del pensiero» (M. Latapie nella “République française”). 

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