Del parlar grasso

La risata - Boccioni - part

Una sera, invitato a pranzo da un mio amico avvocato di grido e uomo di spirito, in un ristorante di campagna, lo trovai con sua moglie e una gentile signorina, loro amica. E siccome il luogo era lieto e allegro era anche l’amico, durante il pranzo che fu dei più squisiti e succolenti, il discorso che s’era messo un po’ scherzoso, finí ben presto a slittare nel grasso.

Io che sono un ingenuo, e non molto aggiornato con la moda dei tempi, pensai subito che la signorina dovesse adombrarsi alle storielle che fioccavano sempre più piccanti dalla bocca dell’avvocato, come del resto facevano, se non altro per convenzione, le signorine dei miei tempi. Ma invece qual fu la mia meraviglia all’osservare che essa non arrossiva per niente nè si dimostrava impacciata e confusa: ma che anzi teneva testa a quel crescendo di barzellette alcune delle quali, vi assicuro, eran davvero assai pepate. Quanto alla signora protestava a più non posso e mi assicurava, in modo assoluto, che a lei quelle cose non piacevano affatto. Ma, per quanto facesse, non riusciva ad arginare quella linguaccia del marito. Il quale, incoraggiato sempre più ad osare dal riscaldo dei vini e delle vivande, fiammeggiando un suo risolino arguto dagli occhi, continuava imperterrito, col vento in poppa. E la moglie a ogni volta: «No, Alberto! Questa poi non la voglio sentire; questa non la devi raccontare: è troppo sconcia. Abbi pietà almeno della signorina!…».

Ma si sa come di solito va a finire quando uno muore dalla voglia di dire una cosa: va a finire che la dice. E così fece l’avvocato, che sempre più indemoniato, dipanò tutta la sacrilega matassa. Allora io guardo la moglie che si tura le orecchie, guardo la signorina. Ma ecco che sono subitamente colpito dall’atteggiamento di costei. È l’unica fra noi che aspetta a piè fermo, con un sorriso sulle labbra, la conclusione della terribile barzelletta. Anzi quando la barzelletta è finita, ella esclama, calma, disillusa: «Ma questa io la sapevo già!».

La signora si volge e mi dice: — Vedete, vedete tra che lingue diaboliche siete venuto a cadere?

— Eh, son le conseguenze di Lawrence, fo io, lusingandomi di giustificare in certo modo quelle boccaccevolezze.

Se la mia meraviglia fu allora di vedere una ragazza dabbene accettare senz’arrossire quei discorsi, anzi in certo modo compiacersene, mi dovevo poi convincere di esser stato un grullo di prima forza, poiché ormai quei discorsi par che si tengano un po’ dappertutto nei ritrovi della borghesia e con una libertà a cui più nessuno ormai fa caso; non solo, ma che le ragazze spesso siano le più ardite nel proporli e nel gustarli.

Comunque è certo che anche all’infuori di questi conciliaboli, diremo così, specializzati, un po’ dappertutto si è diventati assai più corrivi di un tempo nel parlare e trattare delle cose del sesso. Oggi, accenni e discorsi del genere, ancorché di cattivo gusto, non suscitano più l’orrore di una volta. Il Porta inedito non soffre più divieti per esser declamato nei salotti, «The Lady Chatterley’s Lover» è letto da tutte le signorine che voglion leggere.

Ma per tornare al nostro discorso, questo vezzo del parlar grasso io credo si sia venuto insinuando nella società, nella sua moda, come un nuovo mezzo allegro e malizioso per rialzare il tono dei ritrovi. Son stati di moda il Mah Jong, il Ping Pong, la Battaglia Navale e le Parole Incrociate: ed ora avanti, ben più piccante, questo passatempo del parlar grasso. C’è in esso come il sottile e acre piacere di stuzzicare o mettere in berlina la morale corrente e fors’anco un po’ l’illusione di liberarsi da complessi che gravano sull’umanità da secoli, sotto forma di sterili pudori, di sentimentali riserbi, di troppo romanzesca cavalleria. Vi si aggiunga il piacere, che non arriverei a chiamare sadico, ma sí cattivello e scanzonato, di vedere, di gustare gli effetti di sorpresa e di repugnanza sulla faccia di ascoltatori innocenti, di vederli arrossire e confondersi, il piacere di imaginare il loro incosciente morale sconvolto all’improvviso e in allarme.

Io confesso che non ho mai amati questi piaceri: che ho ancora l’ingenuità di credere che violentando così il pudore naturale, per virtú borghese che sia, qualcosa si perde e va in frantumi della nostra antica bellezza e ragione e delicatezza di vivere: e che tolto anche quest’ultimo velo al mistero della vita, non avendo davanti che la nudità completa, alla fine ne usciremo tutti saziati e schifati.

Ma i giovani evidentemente non la pensano così. Quattro o cinque giovani con quattro o cinque donzelle, i quali per ingannare la noia delle serate di villeggiatura in alta montagna o le piatte ore di navigazione durante una crociera, si mettono là in un cantuccio a raccontarsi storielle salaci e fanno a chi le sballa più grosse e madornali, chissà, possono anche trovare nel gioco un acre passatempo e nella risata frizzante un solletico che mi è sconosciuto.

A proposito di risate, mi son chiesto sovente perché si ride a una storiella oscena. Le storielle oscene non fanno ridere. Non si ride ascoltandole come si ride a una uscita di Macario o a una caricatura di Novello. Questo no, non è un riso di natura provocato da schietta comicità, è una risata di compiacenza, d’intesa, riso dovuto ridere. Il nostro nativo senso del riserbo e del pudore ha subito uno strappo, nella nostra coscienza morale c’è stato un urto improvviso, che noi ci affrettiamo a nascondere, a mascherare con una bella risata.

E poi si ride anche per non passare da puritani in un crocchio di mattacchioni: poiché è questa la sorte più ridicola che vi possa capitare in società. In conclusione, per me non ho mai capito se quelli che parlan grasso o quelli che ascoltano, ci si divertano veramente. Può darsi che le signorine non lo facciano per vizio innato, ma soltanto per far vedere che anch’esse sono, come si dice, di quelle che «sanno osare».

Con tutto questo, è innegabile che come lo sciampagna mette subito in corpo un eccitamento brioso, così il parlar grasso. E per questo forse si accompagna bene alla fine dei conviti e allo stomaco pieno. Una lieve sensualità il cibo ha propagato fra i corpi dei commensali: i cervelli sono un po’ annebbiati, il sangue circola con vigore, e lo spirito deposta per un istante l’usata mutria, è felice e vede tutto roseo. Allora in quello stato di momentaneo benessere, una barzelletta un poco spinta o una faceziuola pepata cadono a proposito, come nel loro elemento più naturale ed infiammabile, creando un lieto contagio di occhi lucenti e di orecchie rosse.

In tutti i tempi gli organi generativi e le loro funzioni furono il perno intorno a cui si aggirò lo scherzo malizioso dei buontemponi a banchetto. Nel trecento fiorentino col Boccaccio, nelle corti e pei castelli e palazzi del Cinquecento con Bandello, Straparola, Aretino, nel libertino sei e settecento (il secolo, questo, più sessualmente spudorato) con Rabelais e Brantôme, maestri della galanteria licenziosa, e con l’«Heptameron» della letteratissima Margherita di Navarra, abbiamo avuto esempi e pagine insuperabili di parlar grasso. Nell’ottocento romantico e patriottico, il secolo dell’energia napoleonica, del costituirsi delle nazionalità e dell’amor della natura, gli uomini non trovarono troppo tempo per questo diletto: oltreché era entrata nello spirito dell’uomo una concezione tragica e apocalittica della vita, ch’era la più contraria alla spassosa galanteria: e se si eccettuano le Inedite di Carlo Porta e alcuni versi di altri vernacoli pressoché ignoti, il parlar grasso ebbe pochi cultori ed amici. Fu sul termine del secolo e al principiar di questo che l’atto sessuale assurse a cosa seria. Il principio di questo secolo che abbandonò la gioia ridanciana, anacreontica, per assumere voce e cipiglio di tragedia, fu anche l’epoca della sensualità più sfrenata e più dolorosa. Del verismo francese all’infuori, che per gran parte si dilettò di argomenti e di rappresentazioni sensuali studiate sul vivo, agli studi e alle ricerche dei fenomeni sessuali compiuti da specialisti, la sensualità irruppe a lussuria, fu considerata una dannazione, un fato. Kraft Ebing studiava con indugio microscopico i pervertimenti sessuali, Sigmund Freud poneva a cardine della vita la libido, il D’Annunzio fu glorificatore della lussuria panica, e il Lawrence, infine, mosse battaglia agli ultimi resti del puritanesimo anglosassone con le sue rappresentazioni selvaggiamente erotiche, e dichiara che l’atto sessuale dev’essere liberato da ogni pudore.

Il Lawrence era del parere che le cose del sesso e della generazione facendo parte della vita non debbono esser tenute nascoste come delittuose. L’atto sessuale, egli proclama nel suo libretto «Oscenità e Pornografia» è un atto come il mangiare, il bere, l’andare a spasso. La sua antica libertà e bellezza son venute degradandosi attraverso i secoli a causa della concezione del peccato che ha gittato su di esso la sua tetra ombra d’ipocrisia e l’ha costretto a star celato come cosa ignominiosa. In parte Lawrence può aver ragione, ma è anche vero che molti atti della vita fisica e morale dell’uomo, affinché ciascuno possa conservare intatta la propria personalità, debbono star celati in un prudente riserbo. Poiché, a questa stregua, volendo che ogni cosa avvenga al sole, perché non andiamo noi gridando in piazza il concetto che abbiamo di un amico e di un governo? Perché non riveliamo, coram populo, l’ammontare delle nostre sostanze, le nostre passioni ed abitudini più segrete, i nostri pensieri più intimi e vergognosi? Un po’ di ombra discreta, se non vi spiace, per non perdere il fiore dell’intimità! Questi propagandisti di una sincerità ad oltranza ritengo sieno loro stessi in mala fede, agendo più che altro guidati da uno spirito polemico contro il mondo e contro la morale corrente. È innegabile che la vita sociale è basata sopra un culto e un rispetto delle forme.

Tuttavia a me viene il sospetto che tutto questo piacere del parlar grasso, non sia un’inclinazione propriamente radicata nei giovani, che non provenga comunque in loro da licenziosità, quanto da naturale smania giovanile di smantellare le forme, i sentimenti e le istituzioni del passato. Spoetizzare l’atto sessuale che i nostri nonni solevano ricoprire coi sette veli del pudore più estremo, profferire quelle parolacce che li facevano andare in bestia, gittare il discredito sul loro modo sentimentale e romantico di goder la vita, questo deve essere una gran tentazione per una gioventù scanzonata, almeno a parole. Poiché a fatti, io credo che l’amore dei giovani d’oggi equivalga quello dei nonni, e che essi soffrano e gioiscano e si disperino quanto loro.

Le cause di questo disincanto verso le cose dell’amore e del sesso, sono dirette e indirette. Le dirette, vanno ricercate, a mio parere, nell’essersi le donne venute discoprendo con sempre maggior larghezza e compiacimento e l’aver voluto imitare i maschi e nel vestire e nel tratto: il che ha ingenerato una sempre maggiore familiarità fra i due sessi e contatti e rimescolamenti che prima non erano: con tutte quelle conseguenze che si possono imaginare derivanti da una simile contiguità di corpi. Le cause indirette sono, invece, nell’eterna bilancia della domanda e dell’offerta, la quale gioca spesso con perfidia in fondo a queste trasformazioni di regimi sessuali. Molte ragazze e meno maschi sono sul mercato. L’offerta si fa intensa, spesso rabbiosa. Oltreché, altra ragione, la fede notevolmente scemata, che metteva un freno alle voglie giovanili e, per altro verso, il diffondersi di una filosofia attivistica e dinamica che insegnando il rapido sfruttamento della giornata terrestre, tende a ridurre al minimo le ragioni sentimentali dell’esistenza.

Non so se torneremo alla sacertà della Vestale: non me lo auguro. Ma è certo che l’aver fatto tabula rasa di tanti adorabili miti di un tempo è per chi in quel tempo è vissuto, una grande tristezza. Quattro quinti della letteratura di tutto il mondo sono stati il prodotto della poesia dell’amore lentamente conquistato e sofferto: di questa lunga storia piena di brividi e di tormenti, che non finiva mai, e ch’era sempre ogni volta nuova e ogni volta così bella! Oggi pare che vi abbian dato un termine. Peccato… Ma che ne è poi rimasto se non un vuoto e triste turbinare?

E come si spiega tuttavia che pur senza volerlo i giovani soggiacciono pur sempre alle malie di un’arte del passato? Perché se così non fosse mi dite perché leggono ancora con passione i romanzi di Dumas, di Dickens, di Manzoni e di Fogazzaro? Perché le opere che sono ascoltate con maggior diletto dal pubblico d’oggi non sono le opere dei nuovissimi, ma quelle di Verdi, di Puccini e di Mascagni? E perché la pittura italiana e francese dell’Ottocento è ancora quella che più piace e si gusta di più? Si direbbe che questi terribili spregiatori del passato sieno essi stessi insoddisfatti del loro tempo. Essi gli antierotici, gli antisentimentali non vi par strano di vederli spargere qualche lacrima durante lo svolgimento di un film di avventura e di passione nel quale lui riesce alfine a sposar lei dopo una serie di avversità furibonde?

In realtà, alla superficie, su, galleggiante nella piscina del mondo c’è tutto questo carnovale scatenato dei sessi presi nella tarantola del dinamismo, dell’insoddisfazione, della voglia di provare, di godere: c’è quel che si vede, che appare in vista, che strilla; ma, sotto sotto, scorrono pur sempre gli eterni motivi della vita, scorre il fiume sanguigno dell’Essere che non mente e non si corrompe. Il motivo grave e solenne della continuità della Vita fa da basso continuo a questo disordinato e folle cicaleggio di indemoniati. È la Vita che vuol procedere a ogni costo, che non ammette deviazioni, che ha i suoi doveri da compiere e i suoi scopi da raggiungere, e savi e matti se li trascina via tutti sul suo carro fatale.

Ricordo di un mio carissimo amico, grande poeta dialettale e bello spirito, morto qualche anno fa, il quale si dilettava di comporre versi fescennini, non per lubrico piacere, ma per tentare, sulle orme di Carlo Porta, orizzonti inusitati alla poesia vernacola milanese. Fra le altre egli aveva composto una deliziosa canzonetta in ottonari, sui monumenti vespasiani, di cui a quei tempi Milano difettava. Come vedete, in apparenza, nessun tema è più scurrile. Eppure egli seppe trasfondere in quel canto una tale schietta forza umoristica e una tale melodiosa evidenza rappresentativa, da cavarne un piccolo gioiello. Da prima egli lo declamò soltanto in alcuni crocchi maschili, ma poi in più vasto pubblico e, in breve, tutta la città fu desiderosa di udir quei versi. A mano a mano che questo desiderio si andava diffondendo, io potevo assistere alla graduale conquista che la canzonetta operava nei più vari ceti di persone, udir le risate che irresistibilmente prorompevano ai suoi passaggi più arditi. Più in là vollero udirla anche le signore, le quali, neanche parlarne, ne furono subito entusiaste: poi ambirono ascoltarlo anche le signorine, dopo un breve contrasto coi loro babbi. Tanto che alla fine eravamo giunti a questo, che appena il poeta entrava in un salotto era costretto a dire senz’altro la poesia dei Vepasiani. Come segno dei tempi, questo fatto mi pare assai caratteristico e qualche filosofo potrebbe attribuirlo a quell’immutabile amore di verità che dorme indistruttibile nello spirito dell’uomo.

In conclusione io penso che fra i vari diletti del conversare può benissimo entrare anche quello del parlar grasso. Ciò che spiace e ripugna è il parlar osceno. Questo mi schifa. Penso invece che possa entrare in un gioco piacevole di vita l’allusione ingegnosa e l’accenno arguto, se trattati con garbo: quella abilità del saper dire e non dire, adombrare e lasciar trasparire, lavorando di mezzi toni e di colori complementari. La cosa nominata desta subito una certezza fastidiosa in chi ascolta, dà sazietà, poiché è una delle leggi dell’anima umana ch’essa più sente e gioisce, più imagina di suo, e più è nutrita d’illusione.

di Carlo Linati, “Del parlar grasso”, in Id., Decadenza del vizio e altri pretesti, Milano, Bompiani, 1941