Enpa savonese contro la pesca: “un pesce vivo rende molto di più, in termini di turismo”

"nessuna tutela concreta è stata finora realizzata, malgrado gli scienziati del settore proclamino da anni che, nel Mediterraneo, il 75% delle specie marine è in costante diminuzione"

canna da pesca

Savona | Dal 3 giugno, sono state allentate le norme dell’emergenza coronavirus per tutti i cittadini; ma – lamentano gli attivisti dell’Enpa savonese – “alcuni  hanno avuto maggiore libertà molto prima, i pescatori sportivi, autorizzati dalla Regione Liguria fin dal 26 aprile (seconda soltanto alla Puglia) a pescare, mentre tutti gli altri erano ancora chiusi in casa e non potevamo muoversi neppure per ragioni davvero serie; e pochi giorni dopo hanno potuto esercitare la loro micidiali passione anche di notte, con tutti gli altri cittadini sempre a casa!”.

Secondo l’Enpa, “nel breve periodo di sospensione della pesca sportiva e della pesca professionale (quest’ultima per il mare spesso agitato e per l’impossibilità di rispettare il distanziamento sociale a bordo) nonché di riduzione del traffico marittimo e del conseguente rumore, il mare ha dato uno spettacolo indimenticabile, sopra e sotto le onde: cetacei e pesci, finalmente cresciuti di numero sia pur ancora di poco, si sono avvicinati alle rive ed hanno potuto mostrare quanto sia affascinante andar per mare ad osservare e non uccidere animali, come sempre più persone fanno; e provare altresì, come predica inascoltata da anni la Protezione Animali savonese, che un pesce vivo rende molto di più, in termini di turismo, di uno fritto in padella dopo essere stato ucciso con amo e lenza o trafitto dalla fiocina di un sub. Ma è subito iniziato il tam-tam mediatico delle categorie professionali e sportive e degli enti pubblici (ministeri, regioni e comuni) per favorire invece la pesca sia sportiva che professionale ed oscurare il grave danno che queste attività, permesse oltre ogni limite, provocano al mare ed ai suoi abitanti. Una grande occasione perduta, ancora una volta” dicono gli animalisti.

“E mentre ministeri e regioni (e qualche associazione ambientalista) straparlano di presunta pesca sostenibile,  pescaturismo, ittiturismo e aggiramento delle norme comunitarie – denuncia l’Enpa savonese – nessuna tutela concreta è stata finora realizzata, malgrado gli scienziati del settore proclamino da anni che, nel Mediterraneo, il 75% delle specie marine è in costante diminuzione ed il 25% in via di grave rarefazione”. L’Enpa ha stilato un elenco di proposte che ritiene dovrebbero essere adottate “con urgenza per difendere davvero l’ambiente e la biodiversità  marina per le future generazioni”:

  • «Costituire nel Santuario dei cetacei vaste aree protette dove ogni attività di pesca ed inquinante sia bandita, trasformandolo così da una espressione geografica qual è dalla sua costituzione, in un vero santuario marino».
  • «Utilizzare i soldi destinati dall’Unione Europea al settore della pesca anche per la ricerca ed il recupero delle migliaia di chilometri di reti da pesca perdute o abbandonate sul fondo del mare, finanziare la riconversione di quelle di plastica in materiali biodegradabili, creando altresì servizi a terra che permettano ai pescherecci di smaltire la plastica rimasta nelle reti a strascico» .
  • «Allungare i fermi biologici e restringere i calendari di pesca, sia professionale che, soprattutto sportiva, nei tempi, specie e quantitativi, con obbligo di rimettere subito in mare i soggetti ancora vivi appartenenti a specie non commerciali o di dimensioni eccezionali».
  • «Vietare subito la pesca sportiva con attrezzi professionali, come nasse e parangali e ridurre il pescato giornaliero permesso da cinque ad un chilo, scoraggiandone così la vendita sottobanco».
  • «Favorire e finanziare le imprese e le iniziative che organizzano l’osservazione corretta dei cetacei, lo snorkeling, le esplorazioni subacquee ed i percorsi turistici marini».
  • «Incentivare la costruzione di motori marini ed imbarcazioni a più basso impatto sonoro e con carburanti meno inquinanti»
  • «Promuovere il consumo davvero sostenibile del pesce di mare, che deve necessariamente mirare alla riduzione e non all’aumento del quantitativo annuale pro-capite, oggi per gli italiani a 32 chili (il triplo di vent’anni fa!)».
  • «Scoraggiare l’acquisto di pesce di altri mari e di quello di acquacoltura (alimentato con farina di pesce selvatico): dei pesci acquistati e mangiati dagli italiani 4 su 5 sono “stranieri” e la metà d’allevamento.»