Sindacati, no alla reintroduzione dei voucher nel turismo

Il ricorso ai voucher nel turismo avrebbe come effetto “la produzione di nuove forme di irregolarità e di precarizzazione dei rapporti di lavoro in un mercato già fortemente condizionato dalla stagionalità”. Ne sono convinti i sindacati di categoria Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs che il 1° agosto dalle 9.00 alle 13.00 saranno in presidio davanti la sede del Parlamento in Piazza Montecitorio a Roma per protestare sulla reintroduzione dei buoni lavoro nel comparto turistico, misura prevista negli emendamenti al Decreto Dignità in discussione alla Camera dei Deputati.

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Nei giorni scorsi le tre sigle, in una nota congiunta trasmessa al ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Luigi Di Maio e ai presidenti delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, hanno evidenziato il ruolo della contrattazione nazionale di settore che “da decenni si misura con le esigenze di flessibilità delle imprese, individuando diverse soluzioni negoziali condivise e utili a rispondere alle problematiche di una domanda in larga parte condizionata da una strutturale stagionalità”.

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“La contrattazione nazionale del turismo – dettaglia la nota unitaria – ha individuato da anni strumenti di flessibilità prevedendo il lavoro extra e di surroga, che consente di poter assumere lavoratori con contratti della durata massima di 3 giorni, l’apprendistato in cicli stagionali per giovani fino a 29 anni, contratti a tempo determinato stagionale e somministrazione di lavoro a tempo determinato”. La flessibilità, spiegano i sindacati, è contrattata anche sull’organizzazione del lavoro con la possibilità di ricorrere al “part time anche di 15 ore settimanali con clausole elastiche” nonché al “part time weekend della durata di otto ore settimanali” oltre alla “possibile gestione di orari multi periodali funzionali ai picchi di attività in tutti i periodi dell’anno”.

Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs ritengono necessaria “una nuova Governance di settore partecipata, di indirizzi strategici, di investimenti e non di iniziative che abbiano come unica finalità quella di fornire alle imprese uno strumento volto a produrre esclusivamente una compressione del reddito dei lavoratori e, soprattutto, ad aumentare la maggiore precarietà del rapporto di lavoro che, invece, il Decreto si propone di contenere”.

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