Anarchismo lirico, le detonazioni della poesia e della bellezza

di Pierre Quillard – Dai loro mandamenti di cattive parate foranee, alcuni scriba inferiori che si consacrano tra loro preti del pensiero, pregano il culto dell’azione ed esorcizzano un demone femminino chiamato letteratura: per edificare con l’esempio essi si guardano dal mostrare alcun talento e manifestano con pietà la più perseverante rinuncia all’intelligenza. Essi combinano il catechismo di J.-B. Say, libro prediletto di Joseph Reinach, con il ritaglio di Tolstoj e qualche cantico dell’Esercito della Salvezza, e invece di Paracleto, che tutti più o meno attendiamo, annunciano in somma il regno della stoltezza. Sono dei profeti al contrario; è da moltissimo tempo che l’avvento del loro idolo ha avuto luogo ed esso detiene il potere sotto il nome di “borghesia” o meglio di “classe dirigente” e di “gente acclarata”.


Ma essi tentano di ingannare il loro mondo nel mascherare con vesti insolite le vecchie e dannose stupidaggini che hanno incominciato a inseguire d’un odio inquietante; procedimento disonesto analogo alla soperchieria delle comparse ingaggiate un tempo il giorno di rivista dagli ufficiali malversatori, per completare fittiziamente le compagnie insufficienti. Questi esseri sornioni e malintenzionati se ne gioiscono, io penso, perché hanno distrutto a Montmartre, per installare un annesso al Sacro Cuore, il muro dove certe persone appartenenti al mondo militare furono un tempo fucilate: essi sperano di sfuggire al castigo che meritano a causa dell’avere Entretiens1892oltrepassato la licenza di mal scrivere. Ma comunque non ci sono, a Parigi e altrove, altri muri?

I nemici dell’arte, a difetto di genio o anche di sincerità, sono dotati dalla natura di un istinto pressoché infallibile; fiutano che il solo fatto di mettere alla luce una bella opera, nella piena sovranità del proprio spirito, costituisce un atto di rivolta e nega ogni finzione sociale; e siccome essi tengono a prolungare per quanto possibile l’esistenza di uno stato di cose che loro aggrada, la loro attitudine non è sorprendente. Ma tra i formidabili araldi di antiche razze oppresse, che proclamano la giustizia prossima e la distruzione delle tirannie più che secolari, qualcuno testimonia nei riguardi delle lettere una diffidenza senza dubbio non ragionata e si incaponiscono a considerare i filosofi e i poeti come degli ideologi piuttosto nocivi e dei vani suonatori di flauto. Mi sembra proprio che hanno torto e che la buona letteratura è una forma eminente della propaganda del fatto.

E che non ci si sdegni punto: io non pretendo opporre qui, secondo una assai ridicola tradizione, gli “operai della penna” ai lavoratori della miniera, della gleba e dell’atelier, né chiedere almeno delle circostanze attenuanti in favore di coloro che combattono direttamente, attraverso il dramma, il romanzo, la polemica economica e sociale contro l’ordine stabilito: va da sé che un libro come Sébastien Roch e come l’Abbé Jules contribuisce d’una maniera apparente e indubitabile a rovinare la superstizione della legge, del sacerdozio, della patria, della famiglia e della proprietà. Ugualmente quando Sant’Ambrogio scrive: “È stato un ricco che ha fatto anche portare alla sua tavola la testa di un profeta povero: non aveva trovato per la danzatrice altro salario che ordinare la morte di un povero”, l’ironia terribile vola attraverso i secoli, e colpisce oggi, domani, sempre, i tetrarchi, i farisei, i mercanti d’oro.

No, sarebbe barare il mettere in uso degli argomenti così grossolani e ogni opera, fulminante l’anatema contro i giorni futuri, che attesta qualche grandezza e qualche nobiltà, unicamente perché essa esiste, distrugge, quando la si confronta con esse, le mediocri menzogne per le quali sussiste l’autorità dei governi. Non c’è affermazione della libertà individuale più eroica di questa: creare in vista dell’eternità, a sprezzo di ogni reticenza e ogni sacrificio verso le preoccupazioni delle contingenze transitorie, una forma nuova della bellezza. L’apparizione di questa meraviglia, dischiusa alle terre vergini dell’Assoluto, obbliga colui che la contempla a distogliersi con disgusto dalle basse gerarchie ch’egli un tempo riveriva per qualche servilismo ereditario; e per un’ora, o per sempre, la villania e l’abiezione dei fantocci dominatori gli si riveleranno, bruscamente offesi dallo sbocciare di un tale fiore.

Così, coscientemente o no — ma che importa? — chiunque comunichi ai suoi fratelli di sofferenza lo splendore segreto del suo sogno agisce sulla società circostante alla maniera di un dissolvente, e di tutti coloro che comprende fa, sovente a loro insaputa, dei fuorilegge (outlaws) e dei rivoltosi.

Bisogna ammettere che l’esplosione di qualche bomba di dinamite colpisce di terrore gli spiriti volgari. Ma questa confusione di sorpresa dura poco, giusto il tempo di fornire il pretesto per le rappresaglie della polizia e della magistratura; oltre che le anime sentimentali sono, non senza qualche legittimità, afflitte per la morte inutile, e sempre da temere, di bambini o di poveri diavoli estranei alla classe degli oppressori. Poi si consolidano gli edifici colpiti, li si illumina di vetri nuovi e presto il ricordo di tale fragore inatteso sbiadisce nelle anime rassicurate. Al contrario, la potenza distruttrice di una poesia non si disperde in un sol colpo: essa è permanente e la sua deflagrazione certa e continua; e Shakespeare o Eschilo preparano così infallibilmente, come i più arditi compagni anarchici, il crollo del vecchio mondo.

NOTA AL TESTO

**Traduzione / 2016: © Fabrizio Pinna – Diritti riservati. Pierre Quillard (1864-1912) — Tit. originale: L’Anarchie par la littérature, in «Entretiens politiques & littéraires», 25 aprile 1892, pp. 149-151; il testo fu ristampato un secolo dopo in opuscolo, nel 1993, nella “Collection Noire” diretta dallo storico francese Philippe Oriol (n. 1964), dedicata a scritti e autori anarchici dell’epoca del simbolismo (sia la rivista sia l’opuscolo si possono consultare in Gallica, tra le collezioni digitalizzate della Bibliothèque Nationale de France).

Poeta, drammaturgo e giornalista, Quillard fu anche un attivo militante anarchico, dreyfusardo e armenofilo; i due romanzi di Octave Mirbeau (1848-1917) che cita nel suo articolo furono tradotti in italiano a inizio Novecento: Sébastien Roch 1890 (Sebastiano Roch, Sandron, 1910, traduzione di Ernesto Rossi) e l’Abbé Jules 1888 (L’Abate Giulio, Salani, Firenze, 1901, traduzione di Albertina Palau).

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