Vicente Huidobro: La poesia e il linguaggio poetico

VICENTE HUIDOBRO —  A parte il significato grammaticale del linguaggio, ce n’è un altro, un significato magico, che è l’unico che ci interessa. Uno è il linguaggio oggettivo che serve per nominare le cose del mondo senza portarle fuori dalla loro qualità di inventario; l’altro rompe questa norma convenzionale e in esso le parole perdono la loro stretta rappresentazione per acquisirne un’altra più profonda e come circondata da un’aura luminosa che deve elevare il lettore dal piano abituale e avvolgerlo in un’atmosfera incantata.

In tutte le cose c’è una parola interna, una parola latente che è sotto la parola che la designa. È la parola che deve scoprire il poeta.

La poesia è il vocabolo vergine da ogni pregiudizio; il verbo creato e creatore, la parola appena nata. Essa si sviluppa nella prima alba del mondo. La sua precisione non consiste nel denominare le cose, ma nel non allontanarsi dall’alba.

Il suo vocabolario è infinito perché essa non crede nella certezza di tutte le sue possibili combinazioni. E il suo ruolo è quello di convertire le probabilità in certezza. Il suo valore è segnato dalla distanza che va da ciò che vediamo a ciò che immaginiamo. Per essa non c’è passato né futuro.

Il poeta crea fuori dal mondo che esiste quello che dovrebbe esistere, io ho diritto a voler vedere un fiore che camina o un gregge di pecore che attraversa l’arcobaleno, e chi vuole negarmi questo diritto o limitare il campo delle mie visioni deve essere considerato un semplice inetto.

Il poeta fa cambiare vita alle cose della Natura, prende con la sua rete tutto quello che si muove nel caos dell’innominato, tende fili elettrici fra le parole e illumina all’improvviso angoli sconosciuti, e tutto questo mondo deflagra in fantasmi inaspettati.

Il valore del linguaggio della poesia è in ragione diretta del suo allontanamento dal linguaggio che si parla. Questo è ciò che il volgo non può comprendere perché non vuole accettare che il poeta cerchi di esprimere solamente l’inesprimibile. L’altro resta per i vicini della città. Il lettore corrente non si rende conto che il mondo va oltre il valore delle parole, che resta sempre un al di là della vista umana, un campo immenso lontano dalle formule del traffico quotidiano.

La Poesia è una sfida alla Ragione, l’unica sfida che la ragione può accettare, poiché una crea la sua realtà nel mondo che è (es) e l’altra in quello che permane (está siendo).

La Poesia è prima del principio dell’uomo e dopo la fine dell’uomo. Essa è il linguaggio del Paradiso e il linguaggio del Giudizio finale, essa munge le mammelle dell’eternità, essa è intangibile come il tabù del cielo.

La Poesia è il linguaggio della Creazione. Per questo solamente coloro che portano il ricordo di quel tempo, solamente coloro che non hanno dimenticato i vagiti del parto universale né gli accenti del mondo nella sua formazione, sono poeti. Le cellule del poeta sono amassate nel primo dolore e conservano il ritmo del primo spasmo. Nella gola del poeta l’universo cerca la propria voce, una voce immortale.

Il poeta rappresenta il dramma angoscioso che si realizza tra il mondo e il cervello umano, tra il mondo e la sua rappresentazione. Chi non abbia mai sentito il dramma che si gioca tra la cosa e la parola, non potrà comprendermi.

Il poeta conosce l’eco dei richiami delle cose alle parole, vede i lacci sottili che si tendono le cose fra di loro, sente le voci segrete che si lanciano le une alle altre parole separate da distanze incommensurabili. Fa darsi la mano a vocaboli nemici dal principio del mondo, li raggruppa e li obbliga a marciare nel suo gregge per quanto ribelli siano; scopre le allusioni più misteriose del verbo e le condensa in un piano superiore, le intreccia nel suo discorso, dove l’arbitrario passa a prendere un ruolo incantatorio. Lì tutto acquisisce nuova forza e così può penetrare nella carne e dare febbre all’anima. Lì coglie questo tremore ardente della parola interna che apre il cervello del lettore e gli dà le ali e lo trasporta su un piano superiore, lo eleva di rango. Allora si impossessano dell’anima la fascinazione misteriosa e la tremenda maestà.

Le parole hanno un genio recondito, un passato magico che solamente il poeta sa scoprire perché lui ritorna sempre alla fonte.

Il linguaggio si converte in un cerimoniale da congiura e si presenta nella luminosità della sua iniziale nudità estranea a ogni veste convenzionale precedentemente fissata.

Ogni poesia di valore tende all’ultimo limite dell’immaginazione. E non solamente dell’immaginazione, ma dello spirito stesso, perché la poesia non è altra cosa che l’ultimo orizzonte, che è, a sua volta, lo spigolo dove gli estremi si toccano, dove non c’è contraddizione né dubbio. Nell’arrivare a questo ultimo confine l’incatenamento abituale dei fenomeni rompe la sua logica e, all’altro lato, dove iniziano le terre del poeta, la catena si ricompone in una logica nuova.

Il poeta vi tende la mano per condurvi al di là dell’ultimo orizzonte, più in alto della punta della piramide, in quel campo che si estende al di là del vero e del falso, al di là della vita e della morte, al di là dello spazio e del tempo, al di là della ragione e la fantasia, al di là dello spirito e la materia.

Lì ha piantato l’albero dei suoi occhi e da lì contempla il mondo, da lì vi parla e vi svela i segreti del mondo. C’è nella sua gola un inestinguibile incendio.

C’è, inoltre, quel dondolio di mare fra due stelle.

E c’è quel Fiat Lux che porta conficcato nella sua lingua.

*Traduzione 2019: © Fabrizio Pinna – Diritti riservati.  Titolo originale: La Poesía (Fragmento de una conferencia leída en el Ateneo de Madrid, el año 1921), pubblicata come premessa a Vicente Huidobro (1893-1948), Temblor de cielo, Madrid: Plutarco, 1931. Questa traduzione è l’anticipazione del testo che sarà incluso in un libro di prossima uscita (e-book: Vicente Huidobro, Creazionismo, all’avanguardia. Manifesti di estetica e poetica, a cura di Fabrizio Pinna, Pieffe Edizioni 2019 – ISBN: 978-88-99508-24-1). Alcune considerazioni sulla poetica e l’estetica di Huidobro si possono leggere nelle “Note a margine” a fondo della traduzione de “Il Creazionismo” presente sempre qui in S-Composizioni in Rivista. Sui “nodi” della poesia Huidobro ritorna anche – poeticamente, metapoeticamente e anti-poeticamente – nel suo più celebre poemetto, Altazor: qui in rivista si possono leggere il “Prologo” e il “Canto III”, anticipazione della traduzione che sarà pubblicata in un libro di prossima uscita (e-book: Vicente Huidobro, Altazor, edizione bilingue a cura di Fabrizio Pinna, Pieffe Edizioni 2019 – ISBN: 978-88-99508-25-8]. (effe) 8/7/2019