Media e WEB – AlbengaCorsara News https://www.albengacorsara.it ultime notizie Liguria, Albenga, città provincia Savona, Regione Liguria: politica, economia, attualità, spettacoli, cultura, eventi Wed, 17 Nov 2021 10:43:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.3 https://www.albengacorsara.it/wp-content/uploads/2019/08/cropped-AlbengaCorsaraLogo512-32x32.jpg Media e WEB – AlbengaCorsara News https://www.albengacorsara.it 32 32 I media dopo la pandemia https://www.albengacorsara.it/2021/11/17/i-media-dopo-la-pandemia/ Wed, 17 Nov 2021 10:43:32 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=260096 ]]> di Mauro Covino, Funzionario Formez, studioso e docente di Comunicazione, Componente Direttivo Ferpi Lazio e Responsabile dell’Osservatorio sull’Andamento del Digitale Italiano dell’AIDR | Ho avuto modo recentemente di confrontarmi con il Direttore Generale del Censis Massimiliano Valerii sull’indagine condotta da questo importante Centro di Ricerca sulla Comunicazione. La rilevazione ci segnala come la Pandemia ha prodotto una straordinaria accelerazione del paradigma biomediatico.

La presentazione del 17° Rapporto sulla Comunicazione del CENSIS “I media dopo la pandemia” ci consente infatti di riflettere sul ruolo che i media hanno avuto durante questo straordinario ed imprevisto evento che ha rappresentato l’alba di una nuova transizione digitale, che adesso coinvolge anche coloro che finora non erano stati coinvolti.

Durante tale fase i dispositivi digitali hanno garantito la continuità di molte attività, pubbliche e private: dalle relazioni affettive e sociali al commercio elettronico, dallo Smart Working alla didattica a distanza. In questa drammatica circostanza si è rivelato il lato positivo della disintermediazione digitale. Ma cosa resterà dopo lo stato d’eccezione? Quali tendenze si consolideranno in maniera strutturale e quali invece si riveleranno solo congiunturali, svanendo di colpo una volta che ci saremo lasciati alle spalle la fase di emergenza?

Ma veniamo ai dati che emergono dalla Ricerca.

Nel 2021 la fruizione della Televisione ha conosciuto un incremento rilevante, per effetto sia dell’aumento dei telespettatori della tv tradizionale (il digitale terrestre: +0,5% rispetto al 2019) e della tv satellitare (+0,5%), sia del boom della tv via internet (web tv e smart tv salgono al 41,9% di utenza: +7,4% nel biennio) e della mobile tv, che è passata dall’1,0% di spettatori nel 2007 a un terzo degli italiani oggi (33,4%), con un aumento del 5,2% solo negli ultimi due anni. Tendono a crescere quindi sia gli usi tradizionali della televisione, sia quelli innovativi.

La Radio continua a rivelarsi all’avanguardia all’interno dei processi di ibridazione del sistema dei media. Complessivamente, nel 2021 i radioascoltatori sono il 79,6% degli italiani, stabili da un anno all’altro. Se la radio ascoltata in casa attraverso l’apparecchio tradizionale perde 2,1 punti percentuali di utenza e l’autoradio 3,6 punti (penalizzata dalle limitazioni alla mobilità causate dall’emergenza sanitaria), aumenta l’ascolto delle trasmissioni radiofoniche via internet con il pc (lo fa il 20,2% degli italiani: +2,9%) e attraverso lo smartphone (lo fa il 23,8%: +2,5%).

Si registra ancora un aumento dell’impiego di Internet da parte degli italiani. L’utenza ha raggiunto quota 83,5%, con una differenza positiva di 4,2 punti percentuali rispetto al 2019. L’utilizzo degli smartphone sale all’83,3% (con una crescita record rispetto al 2019: +7,6%). E lievitano complessivamente al 76,6% gli utenti dei social network (+6,7%).

Sembra essersi arrestata l’emorragia di lettori di Libri, che nel 2021 sono il 43,6% degli italiani, con un aumento dell’1,7% rispetto al 2019 (sebbene nel 2007 chi aveva letto almeno un libro nel corso dell’anno era il 59,4% della popolazione). Se si considera che chi ne ha letti più di 3 costituisce una fetta pari al 25,2%, si può affermare che il lockdown ha senz’altro prodotto un riavvicinamento alla lettura. Si registra anche un incremento dei lettori di e-book, pari oggi a un italiano ogni dieci (l’11,1%: +2,6%). 

Al contrario, si accentua la crisi ormai storica dei Media a Stampa, a cominciare dai quotidiani venduti in edicola, che nel 2007 erano letti dal 67,0% degli italiani, ridotti al 29,1% nel 2021 (-8,2% rispetto al 2019). Lo stesso vale per i settimanali (-6,5% nel biennio) e i mensili (-7,8%).

Tra i giovani (14-29 anni) c’è stato un ulteriore passo in avanti nell’impiego dei media, in generale, e delle piattaforme online, in particolare. Il 92,3% utilizza WhatsApp, l’82,7% YouTube, il 76,5% Instagram, il 65,7% Facebook, il 53,5% Amazon, il 41,8% le piattaforme per le videoconferenze (rispetto al 23,4% riferito alla popolazione complessiva), il 36,8% Spotify, il 34,5% TikTok, il 32,9% Telegram, il 24,2% Twitter. Anche tra i più anziani (65 anni e oltre) qualcosa si muove, visto che l’impiego di internet sale notevolmente (dal 42,0% al 51,4%) e gli utenti dei social media aumentano dal 36,5% al 47,7%. Il bisogno di mantenere un contatto, almeno virtuale, con i propri cari nel periodo del più rigido isolamento deve aver giocato un ruolo non indifferente nella confidenza acquisita con la rete dagli ultrasessantacinquenni.

Anche l’andamento della Spesa delle famiglie per i Consumi Mediatici nell’intervallo di tempo tra il 2007 e il 2020 evidenzia come, mentre il valore dei consumi complessivi ha subito una drastica flessione, senza ancora ritornare ai livelli precedenti la grande crisi del 2008 (-13,0% in termini reali è il bilancio alla fine del 2020, con l’aggravamento dovuto alla recessione dell’anno scorso), la spesa per l’acquisto di telefoni ed equipaggiamento telefonico ha segnato anno dopo anno un vero e proprio boom, di fatto moltiplicando per oltre cinque volte il suo valore (+450,7% nell’intero periodo, per un ammontare di 7,2 miliardi di euro nell’ultimo anno), quella dedicata all’acquisto di computer, audiovisivi e accessori ha conosciuto un rialzo rilevantissimo (+89,7%), mentre i servizi di telefonia hanno conosciuto un assestamento verso il basso per effetto di un radicale riequilibrio tariffario (-21,1%, per un valore comunque pari a 14,6 miliardi di euro sborsati dalle famiglie italiane nell’ultimo anno) e, infine, la spesa per libri e giornali ha subito un vero e proprio crollo dal 2007 (-45,9%).

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Il personal branding e i social media https://www.albengacorsara.it/2021/10/04/il-personal-branding-e-i-social-media/ Mon, 04 Oct 2021 09:41:39 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=258976 ]]> di Claudio Nassisi, Dottore Commercialista e Phd in economia e socio Aidr | Partiamo da una semplice considerazione, la condivisione di una informazione sul web, in alcune circostanze, è capace di generare lo stesso effetto di un sasso lanciato nello stagno. In pratica è dotata di una propria risonanza e riesce a propagarsi in maniera più o meno ampia.

Questo significa che, in maniera cosciente o inconsapevole, tutti coloro i quali accedono alla rete creando contenuti (passando anche per le singole opinioni espresse in modalità talvolta estemporanea) lasciano un segno. Il numero di queste “tracce” definisce nell’insieme una immagine di noi stessi e la proietta verso gli altri utenti.

Si potrebbe quindi pensare che ognuno sia un piccolo editore individuale di contenuti, spesso personali, che definisce il proprio marchio e lo promuove anche.

Ecco quindi la necessità di parlare del personal branding.

Prima di affrontare ulteriori riflessioni sull’argomento è opportuno riportare le parole dell’imprenditore Tom Peters, ovvero di colui il quale, per primo, ha esplicitato questo concetto nel 1997: “Noi siamo gli amministratori delegati delle nostre stesse aziende: la IO S.p.A.”.

Di conseguenza ciò che ognuno di noi prova a fare nell’ambito lavorativo è la promozione del proprio marchio distintivo, della propria immagine verso coloro i quali, si auspica, vi possa essere un interesse.

Il concetto stesso di marchio, che tradizionalmente appare legato alle realtà industriali, nel presente, diventa piuttosto un elemento collegato all’individuo che dovrà decidere per quale motivo voler essere conosciuto e quale immagine dare di se stesso.

Questo tipo di riflessione deriva, neanche a dirlo, dallo scambio di informazioni personali che coscientemente oppure no circolano sulla vita di ciascuno di noi nella rete.

I dati relativi al 2021 indicano che ciascun utente trascorre circa sette ore al giorno sul web e due ore e mezza utilizzando i social media (fonte Gobal Digital Report 2021).

Questo vuole dire che si passa molto tempo ad aggiornare i contenuti dei propri profili social (dal carattere privato piuttosto che pubblico) ma che, dall’altro lato, si passa anche molto tempo a consultare i profili degli altri utenti.

Se all’inizio i social media erano un semplice strumento per connettere persone che avevano gli stessi interessi, con il tempo hanno intrapreso anche un percorso prettamente commerciale diventando un mezzo per generare profitti, un nuovo canale di comunicazione per raggiungere i clienti con una capacità di penetrazione maggiore rispetto alle modalità sino a prima utilizzate (cartellonistica stradale, pubblicità sui quotidiani oppure televisiva per fare qualche esempio).

Nel 1997 è stato attivato quello che può essere considerato il primo social network. Si chiamava Six degrees (basato sulla nota teoria sociologica per la quale si ritiene che nel mondo sia possibile conoscere qualsiasi persona passando per un numero di intermediari non superiore a 5).

Questa realtà, come accade purtroppo per tutte le idee che anticipano le tendenze future, è però cessata nel 2001 anche perché il web e i dispositivi mobili non erano così diffusi tra la popolazione e i costi per l’accesso erano ancora alti.

Se Six degrees consentiva di mettere in contatto gruppi per lo più omogenei di persone, ad oggi è possibile saltare molti dei sopracitati intermediari per arrivare a contattare anche soggetti con una storia diversa dalla nostra.

Dal 1997 è cambiata innanzitutto la facilità di creare contenuti e si è consolidata l’idea di una identità digitale che viene arricchita coscientemente oppure a propria insaputa e che, però, è accessibile da tutti coloro i quali digitino i nostri riferimenti sui motori di ricerca.

Ognuno di noi può effettuare anzi una verifica sulla propria situazione. Si provi ad utilizzare, a titolo di esempio, servizi quali Social Mention, Google Alert oppure Naymz.

Il personal branding è dunque una materia trasversale che interessa più settori: sociologico, psicologico, economico e ovviamente tecnologico.

Prima di tutto dobbiamo essere coscienti e attenti alla nostra presenza on line e dobbiamo capire che ogni documento che viene condiviso dovrebbe avere un proprio scopo perché sarà difficilmente cancellabile.

Si dovrebbe avere chiara quale idea vogliamo dare di noi stessi su uno scenario così eterogeneo come è il web.

Oltre a questi che possono sembrare potenziali pericoli, la nostra immagine può invece essere facilmente valorizzata sulla base dei canali con i quali decidiamo di interagire. In altre parole, dobbiamo considerare bene quale dei tanti social network vogliamo utilizzare per pubblicare il nostro materiale.

Le persone cercano di valorizzare la propria immagine nel web 2.0 per mettere in luce le proprie qualità che possono essere maggiormente recepite dal pubblico ritenuto di interesse. Allo stesso tempo cercano di differenziarsi dagli altri individui sul mercato.

La propria scelta potrà allora ricadere su forme più meno narrative. A titolo di esempio, si potrà passare dai contenuti estremamente sintetici di Twitter ai video di Youtube oppure da canali settoriali come Linkedin/Monster a quelli più generalisti come Instagram. Su Facebook normalmente si comunica con gli amici in maniera informale mediante foto o testo nella forma di articoli. Non è escluso ovviamente che vi saranno nuove forme sempre più integrate per veicolare i contenuti sul web(si consideri il caso di Tik Tok).

Si dovrà anche cercare di mantenere una certa frequenza nei propri aggiornamenti (anche da questo punto di vista i social sono differenti e sembrerebbe necessario un maggior numero di interventi su Twitter per essere più efficaci rispetto agli altri canali). In ogni caso si dovrà essere disponibili a rispondere a qualsiasi domanda verrà avanzata dagli altri utenti oppure a gestire ogni tipo di feedback ricevuto dai lettori.

Per essere quindi maggiormente efficaci potrebbe essere utile realizzare un’analisi strategica basata sulla comprensione dei propri punti di forza, delle debolezze, delle opportunità e infine delle minacce (cd. analisi SWOT impiegata per la realizzazione di progetti più o meno complessi).

Potrebbe allora essere utile creare diversi profili per gli utilizzi che si intende fare delle informazioni e dare una visibilità limitata ai contenuti personali per favorire, al contrario, la diffusione di quelli di natura più tecnica (e dunque appetibili da un pubblico più ampio).

Il personal branding può essere in grado di soddisfare allora diverse necessità. Alcune di carattere personale (avere in primis una reputazione positiva) altre di carattere professionale (si pensi ai giornalisti, a coloro i quali hanno un incarico istituzionale o pubblico, alle celebrità dello spettacolo oppure dello sport).

Proprio coloro i quali hanno maggiore visibilità per lavoro hanno cercato di valorizzare la propria immagine riuscendo anche a promuoversi oltre l’iniziale campo di attività (sportivi che hanno creato la propria linea di abbigliamento oppure attori/attrici che promuovono cosmetici o prodotti per la salute).

In un modo oppure nell’altro il personal branding genera valore ed è un elemento strategico poiché il mondo del lavoro è incerto, basato su frequenti cambiamenti e focalizzato su progetti ben definiti.

In conclusione si intravedono diversi interrogativi: quali saranno gli effetti della sempre maggiore diffusione dell’uso dei social media sui singoli utenti? Quale, o quali, saranno i social media attraverso i quali poter valorizzare la promozione di sé stessi e delle proprie attività? Quale sarà il valore che verrà attribuito dalle imprese alle predette tracce lasciate sul web da parte dei singoli utenti (nella veste di candidati per le posizioni di lavoro che verranno proposte)?

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Agricoltura, al via “Flornews Liguria”, nuovo servizio di informazione per il florovivaismo https://www.albengacorsara.it/2021/09/27/agricoltura-al-via-flornews-liguria-nuovo-servizio-di-informazione-per-il-florovivaismo/ Mon, 27 Sep 2021 11:26:33 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=258803 ]]> Nuova iniziativa per il Distretto Florovivaistico della Liguria (DFL), con il lancio online di una testata giornalistica ufficiale. Si chiama Flornews Liguria e intende dar voce ad un settore importante a livello economico ed occupazionale con salde radici nella storia locale.

Flornews Liguria ha l’ambizione di essere uno strumento tecnico grazie alla pubblicazione di notizie utili per le aziende e gli imprenditori: bandi e avvisi, il bollettino Agrometeo a cura del Centro di Agrometeorologia Applicata Regionale, le avvertenze fitosanitarie a cura dell’Istituto per la Floricoltura di Sanremo e molto altro. Si pone inoltre quale luogo di incontro per raccontare eventi, innovazioni e curiosità. Con i commenti di amministratori, associazioni, produttori, agricoltori, commercianti ed esportatori, è anche un mezzo di dibattito e approfondimento.

Flornews Liguria nasce dalla precedente newsletter curata per anni da Fiorenzo Gimelli tramite il Centro Servizi per la Floricoltura (CSF) di Regione Liguria. La testata, iscritta al Tribunale di Imperia, è diretta da Simone Sarchi con il coordinamento di Alessandro Lanteri del DFL e la collaborazione dell’agrotecnico Claudia Murachelli.

“Non possiamo che salutare con piacere la nascita di un giornale nel nome della pluralità dell’informazione – dichiara il vice presidente e assessore regionale all’Agricoltura Alessandro Piana – tanto più quando coinvolge un settore dinamico come la floricoltura, autentico emblema della Liguria, forte di oltre 4000 aziende e foriero di una immagine positiva all’estero con l’80% delle esportazioni nelle principali città del mondo. L’attenzione di Regione Liguria è costante, ad oggi ammonta a circa 1.900.000 euro il totale complessivo dei progetti di cooperazione, di durata biennale o triennale (tutti attualmente in fase di attuazione), finanziati nell’ambito del Programma di Sviluppo Rurale a partire dal 2020. Si promuove in particolare il collegamento tra il mondo produttivo e quello della ricerca e dei servizi di formazione per sviluppare o introdurre nelle imprese le innovazioni tecnologiche di prodotto e di processo, indispensabili per una floricoltura ligure ancora più moderna e sostenibile”.

“Dopo un anno complesso a livello internazionale, a causa della pandemia, la floricoltura ligure nel 2021 è tornata a crescere in maniera significativa con una delle stagioni migliori degli ultimi anni – conclude Luca De Michelis, presidente del Distretto Florovivaistico Ligure – È in questo contesto che abbiamo deciso di investire creando un mezzo utile per gli addetti ai lavori e allo stesso tempo un’occasione di far conoscere sempre di più il nostro prodotto”. Il Distretto Florovivaistico della Liguria è stato creato nel 2001 per rappresentare tutti i settori della filiera. Il suo compito primario è l’elaborazione di linee guida per lo sviluppo e il rilancio del settore. Realizza inoltre direttamente in partnership con Regione Liguria, enti pubblici e realtà private attività di promozione di fiori e piante made in Liguria. È possibile rimanere aggiornati su www.flornewsliguria.it e iscrivendosi alla newsletter.

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Il mercato del lavoro sul web https://www.albengacorsara.it/2021/09/10/il-mercato-del-lavoro-sul-web/ Fri, 10 Sep 2021 08:07:00 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=258442 ]]> di Claudio Nassisi, Dottore Commercialista e Phd in economia e socio Aidr | Il web consente la possibilità di accedere ad una moltitudine di informazioni senza costi. Questo si è tradotto nella riduzione dei vincoli e delle frizioni per acquisire notizie fresche e aggiornate.

Molti studi scientifici hanno messo in luce questo aspetto e lo hanno collegato ad altri settori commerciali come quello dei prodotti destinati al mercato, all’efficienza aziendale ma anche al mercato del lavoro.

In questo ultimo campo il web ha rimesso in discussione le modalità nelle quali i professionisti e i datori di lavoro possono trovare un punto di incontro reciproco.

Le prime analisi che hanno avuto ad oggetto la ricerca del lavoro mediante internet e i suoi effetti sulla disoccupazione sono state effettuate negli Stati Uniti a livello centrare ad inizio 2000 e hanno raggiunto conclusioni per le quali le persone in cerca di lavoro non riuscivano a risolvere i loro problemi più velocemente con le ricerche on line rispetto ai canali tradizionali.

Per arrivare a tempi più recenti, al 2019 per la precisione, l’Istat ha rilevato che, seppure in lieve diminuzione, continua a prevalere l’uso del canale informale: rivolgersi a parenti, amici e conoscenti rimane la pratica più diffusa (82,7%, -0,7 punti); seguono l’invio di curriculum (65,4%, -0,5 punti) e la ricerca tramite internet (55,6%, -2,0 punti). In aumento sia la quota di disoccupati che ha contattato il Centro pubblico per l’impiego (22,3%, +1,1 punti) sia quella di quanti si sono rivolti alle agenzie di somministrazione (12,2%, 1,6 punti).

Ciò indica, a dispetto di quanto si potrebbe pensare, che i canali fisici e basati sulla propria rete di conoscenze, costituiscono ancora il metodo più usato per far incontrare la domanda e l’offerta.

Occorre considerare che, dal lato delle imprese, si comincia a diffondere l’uso dei social network in modo da essere più visibili sul mercato e attrarre il maggior numero di candidati.

Sul web i principali social network stanno trasformando il loro servizio in un nuovo modo di fare assunzioni. Facebook, in questo senso, potrebbe essere considerato come un portale per trovare potenziali candidati. Dall’altro lato, siti come Linkedin, sono focalizzati maggiormente nel creare reti professionali tra gli iscritti.

In effetti, coloro i quali sono alla ricerca di una nuova occupazione (inclusi coloro i quali sono già impiegati presso una realtà lavorativa) si registrano direttamente presso i siti delle aziende e specificano i propri interessi, le aspettative compilando i dati anagrafici e descrivendo il proprio percorso di studi e le esperienze professionali maturate

I recenti studi sulle metodologie di assunzione del personale hanno prodotto le seguenti conclusioni:

  • è possibile capire dalle informazioni disponibili on line se una società è finanziariamente solida oppure no e, quindi, proporsi per una candidatura piuttosto che rivolgersi altrove;
  • nel momento in cui si cercano profili altamente specializzati, le imprese non specificano chiaramente la retribuzione che verrà corrisposta. In questo modo si evita il rischio di ridurre il numero di candidature. Dall’altro lato, quando le competenze richieste sono facilmente misurabili, viene specificato anche il compenso che sarà corrisposto;
  • i candidati tendono ad effettuare ricerchi nell’area geografica dove risiedono;
  • coloro i quali ricevono sussidi per la disoccupazione effettuano un minor numero di tentativi sui motori di ricerca per trovare lavoro rispetto a coloro i quali non possono accedere a questi strumenti di sostegno. I tentativi aumentano in prossimità della scadenza temporale dei predetti sostegni economici;
  • le società che offrono lavori maggiormente remunerativi, riescono ad attrarre un maggior numero di candidature e concludono positivamente le loro ricerche prima delle altre;

In conclusione la ricerca di lavoro effettuata sul web è effettivamente diventata parte del mercato del lavoro.

Si può dire che sono state create letteralmente nuove figure professionali, che i singoli si sono professionalizzati e hanno saputo creare realtà imprenditoriali capaci di generare valore economico e nuovi posti di lavoro.

Dall’altro lato, quello per il quale domanda ed offerta si dovrebbero incrociare nel miglior modo possibile e nel più breve tempo, è possibile sostenere che con il web il mercato ha perso le proprie dimensioni territoriali.

Attraverso la standardizzazione formale dei curricula e la possibilità di estrarre informazioni in maniera automatizzata, le imprese possono compilare una serie di candidati ideali nel breve termine.

A seguire potranno essere effettuati colloqui individuali da remoto che, minimizzando le distanze, renderanno più semplici anche i contatti personali tra imprenditore e candidato.

Si può estensivamente dire che anche la capacità di fare formazione è maggiormente inclusiva. I portali presso i quali cercare candidature il più attinenti alla propria professionalità stanno integrando i propri servizi con strumenti di formazione mirata ai nuovi profili lavorativi. Questo tipo di attività è orientata sia a dare nuove conoscenze a coloro i quali partono da zero ma anche ad aggiornare le conoscenze già acquisite secondo le novità del settore.

È importante precisare i recuiter, mediante il web, riscontrano anche quella che oramai è comunemente chiamata digital reputation del candidato. Questa ricerca è finalizzata a ricercare ogni tipo di informazione che sia accessibile dai social e dai contenuti che ciascuno produce e pubblica on line.

Sarebbe bene quindi considerare sempre il livello di visibilità che viene concessa alle esternazioni più o meno informali che normalmente si fanno nel quotidiano per evitare che possano essere estratte e utilizzate anche in ambiti non considerati all’atto della pubblicazione.

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Sport, Social Media e rivoluzione digitale https://www.albengacorsara.it/2021/09/09/sport-social-media-e-rivoluzione-digitale/ Thu, 09 Sep 2021 09:35:39 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=258387 ]]> di Enrica Cataldo, Socio AIDR, con il contributo dell’atleta Antonio Giulio Bonaccorso | È fin troppo noto che l’evoluzione della tecnologia, il crescente utilizzo dei social media e la diffusione degli strumenti digitali sta incisivamente influenzando l’industria sportiva.   Nell’epoca delle tecnologie Web 2.0., il mondo è diventato talmente mobile che i follower che partecipano ad un evento sportivo si aspettano che la performance sia qualitativamente all’altezza dell’esperienza che la tecnologia offre in tutti gli altri aspetti del quotidiano. Ed in questo i social network hanno insita la prerogativa di essere un medium digitale eccellente per l’impatto che ha sul pubblico rispetto ai mezzi tradizionali di comunicazione.

La tecnologia dell’informazione e della comunicazione ha anticipato quali saranno i  nuovi modelli di interazione e di possibili durante spettacoli ed eventi  sportivi, ed in questa ottica, gli stadi, i “moderni templi della passione umana23 sono candidati a  diventare i luoghi privilegiati in cui la tecnologia verrà sfruttata per favorire  l’intrattenimento. Questo è il caso della cosiddetta “Smart Arena”, in altre parole la costruzione di nuovi impianti sportivi che siano tecnologicamente all’avanguardia e che migliorano l’esperienza del tifoso e la fidelizzazione dei fan, offrendo opportunità di business significative per i club e i propri partner che progettano il futuro dell’esperienza degli spettatori.  

Un esempio calzante di come sfruttare, al massimo dell’efficienza, le più recenti risorse offerte dal mondo digitale nell’ambito delle nuove arene telematiche è offerto dallo Stadium Vision Concept utilizzato all’Allianz Arena di Monaco di Baviera, un’arena autosufficiente, altamente connessa e versatile che è più un eco-villaggio di sport e ricreazione che uno stadio di calcio tradizionale.  

La Smart-Arena sfrutta le infrastrutture necessarie per uno stadio sportivo, creando un  ecosistema multiuso e multi-esperienziale con una pletora di opportunità sportive e  ricreative che vanno dagli sport da campo tradizionali come atletica leggera, hockey su  ghiaccio a pratiche sportive come vela, surf, sport estremi, e anche e-sport. La Smart arena è dotata di infrastrutture tecnologiche moderne che consentono al pubblico una immersione totale nell’esperienza sportiva, quella che a livello emozionale solo la partecipazione dal vivo può garantire.  

Il Levi’s Stadium di Santa Clara in California è una struttura estremamente tecnologica che sorge al centro della Silicon Valley, nel quale ogni postazione è dotata di wi-fi per chattare e twittare durante la partita. Nel corso della cinquantesima edizione del Super Bowl, che lo stadio ha ospitato nel 2016, è stato possibile ordinare il pranzo e farselo consegnare grazie ad un’app dedicata.  

Anche il London Wembley Stadium, che ospita le partite dalla nazionale inglese, è  una tra le arene più all’avanguardia di sempre, grazie alla larghezza della banda wi fi, e alla moltitudine di app dedicate che sono incluse nel prezzo del biglietto e che è  possibile scaricare per ricevere svariati servizi, come ordinare al posto cibi e bevande e  rendere l’esperienza sportiva per i tifosi talmente emozionante da spingerli ad alzarsi  dalle poltrone davanti alle Tv e a riempire nuovamente gli stadi.  

Il futuro degli avvenimenti sportivi va in questa direzione, per cui   federazioni, leghe, società, atleti e sponsor sono continuamente invitati a sviluppare nuovi modelli di fun experience che ampliano il coinvolgimento attraverso l’acquisizione del maggior numero possibile di informazioni sui follower, l’analisi dei dati l’utilizzo dei nuovi strumenti di comunicazione digitale.  

Dal punto di vista dei tifosi le grandi trasformazioni digitali che stanno interessando la nostra epoca saranno in grado di mutare, migliorandola, l’intera esperienza dei fun e  degli spettatori, promuovendo un modo nuovo di vivere gli eventi sportivi.  Poter godere di visuali di gioco complete come se si fosse a bordo campo, poter  interpretare lo sviluppo del gioco con la visione dell’atleta, anche se si sta comodamente  seduti sul proprio divano, ottenere informazioni e statistiche in real-time, effettuare  acquisti on-line, sono soltanto alcuni esempi di come si sta trasformando l’esperienza  del tifoso grazie ai nuovi dispositivi digitali che consentiranno di rendere gli  avvenimenti sportivi esperienze sempre più immersive.  

Ecco perché aziende, chiamate ad operare in un contesto nel quale un ruolo determinante è giocato quotidianamente sui social media, stanno approntando piattaforme elettroniche che permettono la gestione di App e Mobile da parte dei club e degli atleti, facilitando l’interazione con i supporter, semplificando l’acquisizione di dati e la profilazione dei tifosi, con la finalità di formando un pubblico sempre più  competente, partecipativo ed esigente.  

E’ illuminante la vicenda della squadra milanese Olimpia Milano, che occupa il primo  posto nelle classifiche del “The Basketball League” Report, in quanto consente di comprendere le performance della pallacanestro italiana sulle piattaforme di digital networking che sono oggi di uso più che comune. E’ altresì rappresentativo il caso del Real Madrid, il club calcistico spagnolo che è stato capace di sfruttare le nuove tecnologie digitali al meglio affermandosi come il club del secolo e assumendo una fama mondiale.  Grazie al boom dei social media, i club e gli atleti sono presenti sulle piattaforme di uso più comune, come su Facebook, Instagram, o Twitter, e, in questo modo, guadagnano nuovi follower ogni minuto.  

Per riassumere perfettamente il cambiamento di natura rivoluzionaria che è attualmente in corso, basti pensare che qualche tempo fa, i dirigenti di Facebook esortarono i manager di Cristiano Ronaldo ad aprire una propria pagina, sostenendo che il calciatore possedeva il potenziale per arrivare a contare 10 milioni di follower, ovvero l’intera popolazione del Portogallo.  Sicchè nel 2009, Ronaldo, che oggi è lo sport influencer più potente al mondo, ha fatto il suo debutto sui social, e nel giro di pochi mesi il traguardo è stato ampiamente  superato, se si calcola che attualmente i suoi follower facebook sono circa 122 milioni,  pari alla popolazione di una vasta nazione ma non così differenziati, anzi con un tratto  distintivo riscontrabile in ognuno di loro, ovvero l’ammirazione per “l’asso blanco”.

Immaginare cosa comporti questo, a livello commerciale, è dirompente, poichè si tratta di 122 milioni di persone con un interesse in comune, pulsante e concreto. Il goleador, infatti, non è solo un campione mondiale, con un ruolo indispensabile per le squadre che se lo contendono, ma è anche uno degli atleti più preziosi del pianeta per la crescita del business delle aziende che rappresenta.  Non a caso, tra i club più seguiti sui social media, con circa 187,4 milioni di fan, domina da tempo il Real Madrid, soprattutto quando ha potuto vantare la presenza del fenomeno portoghese, il cui effetto social è stato talmente devastante da raggiungere addirittura 302,7 milioni di supporter.   L’influenza di Ronaldo è stata dirompente anche sulla fanbase bianconera, tanto è vero che la community della Juventus ha avuto un’ impennata esorbitante passando da 50 a  60 milioni di follower.  

Il modo in cui un atleta gestisce la propria immagine social, la sua capacità di coinvolgere i fan, intrattenendoli, sviluppando con la community una solida interazione è diventato talmente strategico che molte squadre, prima di ingaggiare un giocatore,  valutano proprio la sua portata in termini mediatici.  

Il ruolo del nuovo atleta digitale come sport influencer, è ben evidenziato anche dal caso di Nike. La società infatti detiene una sua pagina Facebook dedicata al calcio, che registra anche un buon seguito, tuttavia ha intuito come fosse più proficuo stimolare un  ruolo attivo sui canali social dei propri calciatori, dal momento che un contenuto video  pubblicato su uno degli account di Cristiano Ronaldo, registra milioni di visualizzazioni  in un processo esponenziale che lo rende molto più virale di qualunque altra forma di  comunicazione ufficiale. 

Nello scenario che si va delineando, si va evolvendo, in modo sempre più significativo, il ruolo degli sportivi professionistici che diventano sport influencer, ovvero personaggi  con la capacità di veicolare un messaggio, avendo il carisma e la credibilità necessari  per rappresentarne i valori e garantirne la veridicità.  La figura dell’atleta si è trasformata, dunque, evolvendosi in player, o meglio in  media hub. A dire il vero, anche prima dell’avvento dei social, la figura dell’atleta, come star, ha dominato l’immaginario collettivo, tuttavia, mai come in questa precisa  epoca, i giocatori hanno avuto un peso economico così rilevante, in grado di veicolare  prodotti, servizi e valori attraverso la propria immagine come gigantesche casse di  risonanza mediatica.  

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Libertà di espressione, hate speech e violenza verbale: quali limiti ci sono nel digitale? https://www.albengacorsara.it/2021/07/14/liberta-di-espressione-hate-speech-e-violenza-verbale-quali-limiti-ci-sono-nel-digitale/ Wed, 14 Jul 2021 07:44:39 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=256672 ]]> di Federica De Stefani, avvocato e responsabile Aidr Regione Lombardia | La libertà di espressione, fondamento imprescindibile di ogni ordinamento democratico, porta con sé, nel mondo digitale, una percezione sfumata dei limiti e dei vincoli alla quale la stessa deve essere sottoposta anche online.

Il linguaggio espressivo, infatti, se non correttamente utilizzato, può sfociare nell’offesa e nella violenza, soprattutto in un ambito come quello digitale dove ancor oggi si crede, erroneamente, nell’impunità delle azioni compiute.

Espressione massima di questo fenomeno è il c.d. hate speech, inteso come vero e proprio incitamento all’odio, in considerazione del fatto che il solo scopo del discorso è quello di esprimere odio e intolleranza verso una persona o un gruppo.

Il digitale, le nuove tecnologie e i social hanno senza ombra di dubbio alimentato il dibattito, le connessioni, lo scambio e, con essi, anche i fenomeni di hate speech, con offese che possono riguardare discriminazioni di vario genere, da quella razziale a quella religiosa, da quella politica a quella sportiva.

Può sembrare assurdo, ma gli episodi riguardano molti settori, eterogenei e molto diversi tra di loro, come quello sportivo e quello politico. Tra gli ultimi episodi, dopo la vittoria della nazionale italiana contro quella spagnola agli europei di calcio, gli insulti e le minacce rivolte ad Alice Campello, moglie di Alvaro Morata, reo di aver segnato il goal del pareggio. Il giocatore era già stato, tra l’altro, oggetto, insieme alla moglie e ai figli, di minacce di morte alcune settimane fa.

Se si analizzano i precedenti nell’ambito sportivo non si hanno notizie di iniziative giudiziarie intese a limitare questo fenomeno, diversamente, per esempio, da quanto fatto dall’ex Presidente della Camera Laura Boldrini che, a fronte di insulti e minacce inaccettabili ricevute sui social network, ha denunciato i propri haters, arrivando alle sentenze di condanna.

I primi studi in materia di hate speech nel mondo digitale sono stati pubblicati alla fine degli anni novanta negli Stati Uniti d’America e mettono in luce il potenziale illimitato dello strumento che viene utilizzato. Il web non ha alcun confine fisico o geografico, ha una diffusione globale e il contenuto condiviso può raggiungere contemporaneamente un numero illimitato di soggetti e, per questo, appare fin da subito come difendersi dall’hate speech sia difficile se, addirittura, non impossibile.

In questa visione le criticità sono determinate dallo stesso funzionamento della Rete, che consente di cancellare solo “apparentemente” dal web un contenuto, visto che la distruzione dello stesso, operazione che ne garantirebbe una eliminazione totale, è pressochè impossibile da ottenere.

Ulteriore elemento critico è l’impossibilità di un controllo preventivo dei contenuti che vengono postati online, controllo che, secondo alcuni criteri e secondo alcuni studi potrebbe, in futuro, essere ipotizzato con l’impiego dell’intelligenza artificiale.

Dal punto di vista giuridico esistono degli strumenti per la repressione di questo fenomeno? La risposta non può che essere affermativa, ma si rientra in nell’ambito giudiziario che, per molti aspetti e per diverse motivazioni, è ritenuto incompatibile con il mondo online.

La diffusione e la persistenza del fenomeno in ambiti molto diversi tra di loro, ormai con una frequenza quotidiana e con una diffusione eterogenea tra le fasce d’età degli utenti, deve far riflettere non solo dal punto di vista giuridico, ma anche culturale.

L’impegno alla diffusione di una cultura che contrasti l’hate speech dovrebbe rappresentare la base di ogni azione rivolta alla cultura digitale, sia degli adulti sia dei giovani utenti.

Se si pensa, però, a quello che avviene per una partita di calcio, agli insulti e alle minacce che vengono riservate ai figli dei calciatori, si capisce che la cultura non può che essere un primo imprescindibile e irrinunciabile passo da fare, ma che la legislazione deve coadiuvare la lotta all’hate speech tenendo in considerazione le peculiarità di due mondi diversi e così connessi come quello normativo e quello digitale.

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Diritto all’oblio e libertà di informazione: quale bilanciamento? https://www.albengacorsara.it/2021/05/08/diritto-alloblio-e-liberta-di-informazione-quale-bilanciamento/ Sat, 08 May 2021 07:40:05 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=254217 ]]> di Federica De Stefani, avvocato e responsabile Aidr Regione Lombardia | L’annoso problema del bilanciamento tra il diritto all’oblio e la libertà di informazione ritorna al centro di un provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali.

Il confine incerto tra la libertà di informazione da un lato e il diritto all’oblio dall’altro, nell’accezione di diritto ad essere dimenticato (l’art. 17 del Regolamento riporta “right to be forgotten” tradotto in italiano in diritto all’oblio), viene – nuovamente – precisato dal Garante che torna ad occuparsi del caso di un articolo pubblicato su un quotidiano nazionale online.

Nello specifico, un cittadino chiedeva di ordinare all’editore della testata giornalistica online di cancellare i propri dati personali da un articolo pubblicato in estratto nell’archivio online. L’uomo, infatti, sosteneva che l’articolo gli recasse pregiudizio e non fosse più attuale, dal momento che riguardava una vicenda giudiziaria, occorsa nel 1998, in cui egli era stato imputato di appropriazione indebita aggravata. L’interessato si doleva inoltre che non fossero stati riportati i successivi sviluppi del caso, sfociati in una sentenza della Cassazione di prescrizione dell’imputazione. Lamentava infine che l’editore non avesse dato riscontro alla sua istanza per l’esercizio dei diritti.

Il Garante, nell’esaminare la vicenda, sottolinea ancora una volta alcuni importanti principi.

In primo luogo, per quanto attiene al diritto di cronaca giornalistica, viene ribadita la liceità del trattamento dei dati personali di un soggetto menzionato all’interno di un articolo, poiché questo diritto risponde all’interesse del pubblico di conoscere le vicende riportate, anche in considerazione dell’attività professionale e della notorietà del soggetto menzionato (a tal riguardo si veda l’art. 6 delle Regole deontologiche).

Si aggiunga, inoltre, che il trattamento dei dati personali del soggetto a cui si riferisce l’articolo di cronaca risulta lecito anche nell’ipotesi in cui la notizia venga inserita in un archivio online.

In questo caso, infatti, sebbene la notizia sia risalente nel tempo, sussiste una legittima finalità di archiviazione storica che, pur se differente rispetto alla originaria finalità di cronaca giornalistica, a norma dell’art. 5, par. 1, lett. b) ed e), del Regolamento e dall’ art. 99 del Codice privacy, risulta compatibile con la stessa e consente, pertanto, di trattare i dati oltre il periodo di tempo necessario per conseguire i diversi scopi per i quali i dati sono stati in precedenza raccolti o trattati.

Nel caso sottoposto all’analisi del Garante, l’accesso all’archivio era, poi, consentito solamente agli utenti abbonati al servizio e la notizia era rintracciabile solo attraverso specifici parametri di ricerca, come titolo, autore dell’articolo o argomento trattato.

Il Garante sottolinea, inoltre, l’idoneità della misura della deindicizzazione nei motori esterni al quotidiano online, ormai disposta da diverso tempo, a garantire il bilanciamento tra i diversi e opposti interessi delle parti, ossia il diritto all’oblio dell’interessato e il diritto all’informazione giornalistica.

Resta un ulteriore aspetto da considerare, attinente al diritto, dell’interessato, di ottenere l’aggiornamento o l’integrazione della notizia di cronaca che lo riguarda.

Nel caso analizzato l’aggiornamento, in effetti, non era mai stato effettuato, ma dall’istruttoria svolta dall’Autorità è emerso che il mancato aggiornamento era attribuibile esclusivamente all’inerzia dell’interessato che non aveva mai fornito all’editore la documentazione necessaria per integrare la notizia aggiornandola con gli ultimi sviluppi, non potendo, per questo motivo, risultare inadempiente.

La vicenda analizzata, infine, ha comportato a carico dell’editore l’irrogazione di una sanzione amministrativa per aver omesso di dare riscontro alle richieste dell’interessato volte a esercitare il diritto all’oblio con riferimento all’articolo che lo vedeva coinvolto.

Sebbene il procedimento abbia ritenuto infondate le richieste dell’interessato, il mancato riscontro da parte dell’editore alle richieste avanzate, ha integrato un illecito amministrativo a norma dell’art. 83 paragrafo 5 del Regolamento.

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Nasce Flornews Liguria la nuova iniziativa editoriale del Distretto Florovivaistico ligure https://www.albengacorsara.it/2021/05/06/nasce-flornews-liguria-la-nuova-iniziativa-editoriale-del-distretto-florovivaistico-ligure/ Thu, 06 May 2021 08:41:23 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=254110 ]]> Prende il via oggi Flornews Liguria, la nuova iniziativa editoriale online promossa dal Distretto Florovivaistico della Liguria con il supporto e l’appoggio della Regione, in primis il vicepresidente e assessore all’Agricoltura, Alessandro Piana. L’obiettivo di questo vero e proprio magazine di settore (raggiungibile all’indirizzo www.flornewsliguria.it) è quello di informare sulle ultime novità nel mondo del florovivaismo locale e non solo, diventando così un punto di riferimento per tutta la filiera, un settore che da sempre rappresenta una delle economie più importanti e fiorenti del nostro territorio.

Assieme a Flornews Liguria riparte anche il servizio di newsletter del Distretto Florovivaistico. Avviato da Fiorenzo Gimelli tramite il Centro Servizi per la Floricoltura (CSF) di Regione Liguria, con la collaborazione di Claudia Murachelli, il servizio ha rappresentato un appuntamento fisso e sempre atteso dal 2007 al 2019, per un totale di oltre 400 numeri. La newsletter torna quindi dopo circa due anni di pausa in una forma completamente rinnovata e in una nuova veste grafica. Una volta al mese le principali notizie e comunicazioni pubblicate da Flornews Liguria verranno raggruppate e inviate tramite email agli iscritti. È possibile registrarsi al seguente link: www.flornewsliguria.it/iscriviti-alla-newsletter-di-flornews-liguria. Il primo numero della newsletter uscirà a giugno 2021.

Il presidente del Distretto Florovivaistico, Luca De Michelis, spiega: “Sono migliaia le aziende florovivaistiche presenti nell’imperiese e nel savonese. È un comparto fondamentale per la Liguria, complesso e molto competitivo, tecnologico e globalizzato, che ha bisogno di moderni strumenti di comunicazione e di servizi innovativi. Un servizio di informazione come questo è in grado di adempiere allo scopo. Con Flornews Liguria vogliamo sia stare vicini a chi lavora in questo settore, andando a creare sempre maggiore consapevolezza e più saldi legami, sia far conoscere il nostro mondo al ‘grande’ pubblico”.

Il vicepresidente e assessore regionale Piana commenta: “Accolgo con positività la ripresa e il miglioramento di un servizio che è sempre stato molto utile per l’intero comparto florovivaistico ligure. Sarà possibile trovare info meteo, avvertenze fitosanitarie e note tecniche fondamentali che permetteranno di rimanere aggiornati e intervenire in anticipo prima che si manifestino problematiche fungine o parassitarie”.

“Saranno anche pubblicate notizie e novità sui bandi del Piano di Sviluppo Rurale (PSR) di Regione Liguria. Un luogo dove promuovere anche corsi di formazione, incontri, eventi e iniziative. Tutte informazioni di basilare importanza per un settore ligure, quello florovivaistico, che rappresenta il 50 per cento dell’intero comparto nazionale,” conclude Piana.

A dirigere l’iniziativa sarà il giornalista Simone Sarchi, giovane professionista laureato alla City University London in International Journalism e con diverse esperienze lavorative all’estero tra cui a Nairobi. Dopo diversi anni come direttore responsabile di una testata giornalistica, è approdato a Flornews Liguria quale parte integrante della sua attività di giornalista freelance. Ad accompagnarlo saranno Alessandro Lanteri e Claudia Murachelli, rispettivamente coordinatore e social media manager del Distretto, e ora parte integrante e fondamentale del comitato di redazione.

Il magazine online sarà anche l’occasione per andare a conoscere chi lavora grazie ai fiori e alle piante prodotte nel nostro territorio. Attraverso interviste, notizie di colore e curiosità si darà risalto all’intero mondo del florovivaismo con tutte le sue sfumature e i suoi mille colori.

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Nasce Visit Italy Web Radio, la prima radio internazionale per la promozione e il rilancio del turismo italiano https://www.albengacorsara.it/2021/05/03/nasce-visit-italy-web-radio-la-prima-radio-internazionale-per-la-promozione-e-il-rilancio-del-turismo-italiano/ Mon, 03 May 2021 16:50:52 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=253989 ]]> Da oggi l’Italia promuoverà il turismo nel mondo anche attraverso web radio. Enit, l’Agenzia nazionale del turismo che promuove l’incoming italiano con 27 sedi distribuite nei continenti Europa, Americhe, Asia, Oceania, annuncia la nascita di Visit Italy Web Radio, la prima web radio internazionale per la promozione e il rilancio del turismo italiano attraverso l’intrattenimento musicale.

«Notiziari multilingua, dirette live con corrispondenti da 23 nazioni, podcast, aggiornamenti minuto per minuto sul turismo, programmi tematici, travel talk show, rubriche sulle novità della letteratura e sui viaggi, interviste esclusive a personaggi noti a livello nazionale e internazionale ma soprattutto tanta musica italiana quale potente strumento di diffusione della cultura, storia, tradizioni e del lifestyle italiano. Visit Italy Web Radio, il suono dell’Italia nel mondo, per raccontare il nostro Paese in Italia e all’estero. Ad arricchirla una selezione di brani musicali distinta in vari “Special” per categorie e generi per assaporare e scoprire la Penisola attraverso le interpretazioni di artisti stranieri legati all’Italia, l’opera in musica, i migliori musicisti del panorama italiano jazz e swing, i magnifici anni ’30-’40-’50 e l’Italia dance music.»

Ci saranno rubriche ad hoc sull’andamento del turismo nazionale e internazionale, sull’arte, la cultura, l’enogastronomia, l’active, la sostenibilità, il folklore con uno sguardo che restituisce la percezione dell’Italia su scala mondiale. La radio sarà ascoltabile attraverso il player sul sito ufficiale dell’Italia (Italia.it) e sul sito di Enit.it, su mac app store, google play, huawei app gallery, ascoltabile su amazon alexa e su google home.. Sarà uno strumento non solo per avvicinarsi e innamorarsi ancora di più dell’Italia ma anche per imparare la lingua e la cultura attraverso la musica e il divertimento. Parte in grande stile e sarà la web radio ufficiale del Giro E al Giro D’Italia 2021 dall’8 al 30 maggio 2021. Enit firmerà anche una serie di contenuti video che daranno visibilità alle località toccate dalla Corsa Rosa e attraverserà l’Italia per promuovere la Penisola e la sostenibilità dalla prospettiva della bici, segnando un nuovo indirizzo del settore.

“Per la sua natura itinerante – spiega il Presidente di Enit Giorgio Palmucci – il ciclismo è lo sport, che più di ogni altro, riesce a raccontare le bellezze dei territori, arrivando nelle case e nei cuori delle persone, e piace soprattutto agli stranieri: il 61 per cento dei cicloturisti che percorrono l’Italia viene dall’estero. Cresce l’attrattività del turismo sportivo italiano sui mercati esteri e in tempi pre Covid segnava un +19,7% pari a 4 milioni di pernottamenti e un + 9,4% equivalenti a 484 milioni di euro di spesa”.  Collegamenti in diretta per vivere tutta l’emozione della gara raccontata dai corridori scelti da Enit. Trenta tra influencer e giornalisti nazionali e internazionali formeranno la squadra di ciclisti dell’Agenzia del Turismo Italiana, selezionati in Italia e all’estero. L’obiettivo è raccontare le eccellenze italiane, promuovere il turismo sostenibile ed esportare la conoscenza anche dei territori meno noti e delle grandi città da un’angolazione differente.

Il capitano del team Enit sarà anche quest’anno il ciclista ex professionista Max Lelli. “È un sogno potere realizzare Visit Italy Web Radio – spiega Giovanni Bastianelli, Direttore Enit e ideatore del progetto – lo scopo principale e’ quello di implementare la conoscenza dell’Italia attraverso uno strumento capillare e amabile come la radio. Un mezzo che attraversa il tempo con la sempre rinnovata capacità di reinventarsi. La radio è capace di arrivare ovunque e di fare la differenza, permette di chiudere gli occhi e sognare di essere in qualsiasi luogo e vivere qualsiasi emozione, come il turismo”. In occasione del lancio della radio al Giro d’Italia verrà lanciato il contest musicale “Il CantaGIRO-E” con le canzoni del cuore italiane promosse e interpretate dai corridori delle squadre che parteciperanno al Giro E, il Giro d’Italia con le biciclette elettriche sugli stessi arrivi del Giro d’Italia.

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Tik Tok, istruzioni per l’uso. Nasce il canale della Regione affidato ai ragazzi https://www.albengacorsara.it/2021/04/27/tik-tok-istruzioni-per-luso-nasce-il-canale-della-regione-affidato-ai-ragazzi/ Tue, 27 Apr 2021 12:27:16 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=253724 ]]> Un canale Tik Tok di Regione Liguria gestito dai ragazzi con la supervisione degli addetti alla comunicazione dell’Ente Regionale.
Ecco una delle principali declinazioni di ‘Tik Tok istruzioni per l’uso’, percorso di formazione e sensibilizzazione che Regione Liguria, prima tra le regioni italiane, con l’assessorato all’Istruzione, alla Formazione e alle Politiche Giovanili ha deciso di intraprendere per offrire le informazioni e gli strumenti corretti per approcciarsi correttamente al social più usato dai giovani. Un percorso, promosso congiuntamente all’Ufficio Scolastico Regionale, con cui si vuole promuovere tra i giovani la conoscenza e il corretto utilizzo dei social media, in particolare di TikTok, in linea con le iniziative già realizzate in precedenza.

“Nell’ambito di Orientamenti – dichiara l’assessore alla formazione e alle politiche giovanili Ilaria Cavo – Regione Liguria è la prima regione italiana che avvia una collaborazione con TikTok per guidare i giovani e i loro genitori alla scoperta di questa piattaforma. È una novità nel solco della continuità con la quale il nostro Ente prosegue il consolidato impegno nella promozione di un buon uso dei social. In questo caso si va oltre rendendo i ragazzi protagonisti e responsabili offrendo loro, all’interno di un percorso formativo, l’occasione di far parte della nuova redazione TikTok del nostro ente”.

“La mission di TikTok è ispirare la creatività e portare allegria, creando un ambiente in cui tutti possano esprimersi in modo sicuro. Per farlo lavoriamo costantemente per aiutare le famiglie a costruire insieme un’esperienza online di valore e sicura. Abbiamo aderito, quindi, con entusiasmo all’iniziativa di Regione Liguria che, attraverso il coinvolgimento di adolescenti e genitori, si pone il duplice obiettivo di stimolare e aiutare l’espressione creativa dei più giovani e di aumentare nelle loro famiglie la consapevolezza e l’educazione sugli strumenti e le funzionalità di sicurezza disponibili su TikTok”. – ha dichiarato Irina Pavlova, Head of Communications di TikTok Italia.

L’avvio il 28 Aprile alle 18 con un webinar per genitori e docenti, in cui grazie agli interventi di TikTok (Irina Pavlova – Head of Communications TikTok Italia) e dell’Ordine degli Psicologi della Liguria (Biancamaria Cavallini, consigliera dell’ordine) scopriremo come e perché i ragazzi utilizzano questa piattaforma. Verranno presentati gli strumenti con cui i genitori possono supervisionare l’utilizzo della piattaforma, senza dimenticare l’importanza del dialogo su queste tematiche. Ad arricchire il confronto la testimonianza del creator ‘The Cool Professor’ che sulla piattaforma propone video con cui imparare l’inglese divertendosi. Oltre 500 i genitori già iscritti all’evento.

“È necessario che la Psicologia si interroghi sul digitale – sottolinea Biancamaria Cavallini, consigliere segretario Ordine degli Psicologi della Liguria – e possa essere di supporto a genitori e famiglie nella comprensione delle dinamiche online e nella crescita digitale di ragazzi e ragazze. È per questo che, come Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della Liguria, partecipiamo volentieri a questo webinar, volto a sensibilizzare le famiglie ad un uso responsabile e consapevole del digitale”.

“Quello con TikTok è il primo di sette appuntamenti webinar dedicati alle famiglie – sottolinea Ilaria Cavo – che Orientamenti #Progettiamocilfuturo organizzano con importanti partner del settore formativo ed educativo. Gli incontri tratteranno sia argomenti legati all’orientamento e alle scelte dei percorsi formativi e professionali, sia importanti tematiche concernenti la crescita e lo sviluppo dei nostri ragazzi. Le tematiche e gli esperti coinvolti sono stati individuati a partire dai suggerimenti condivisi dalle numerose famiglie che, negli scorsi mesi, hanno partecipato alle attività di progetto”.

La seconda tappa del progetto è l’evento per studenti in programma il 6 maggio, un’occasione per esplorare l’#ImparaconTikTok che propone numerosi contenuti educativi. Saranno trattate le tematiche di utilizzo sicuro della piattaforma virtuale e verranno valorizzate le competenze che i ragazzi mettono in gioco per creare dei video accattivanti. Anche in questo caso prevista una testimonianza, quella di un giovane creator come Marco Martinelli, su TikTok ‘marcoilgiallino’.

In occasione dell’evento del 6 maggio verrà lanciato un contest, aperto agli studenti liguri con più di 16 anni, per individuare i ragazzi che, attraverso un apposito percorso PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) entreranno nella redazione del canale TikTok di Regione Liguria, assieme agli addetti alla comunicazione. Il contest intende promuovere la conoscenza e il corretto utilizzo dei social media, in particolare di TikTok, consentendo agli studenti partecipanti di scoprire come funziona una redazione social e come vengono utilizzati tali canali dalle istituzioni. Dal 6 al 30 maggio gli studenti elaboreranno un contenuto legato alla nostra regione e che poi sarà valutato da una Giuria. Informazioni sui webinar www.progettiamocilfuturo.it/famiglie

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Il ritorno della Voce: l’espansione delle chat audio nei social https://www.albengacorsara.it/2021/04/26/il-ritorno-della-voce-lespansione-delle-chat-audio-nei-social/ Mon, 26 Apr 2021 07:51:29 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=253652 ]]> di Vito Coviello, Socio AIDR e Responsabile Osservatorio Tecnologie Digitali nel settore dei Trasporti e della Logistica | Per i nativi digitali nati e cresciuti nel pieno della diffusione delle nuove tecnologie informatiche, la nascita delle prime comunità virtuali appartiene alla preistoria del digitale. Le prime comunità virtuali nacquero infatti più di 35 anni fa, nella seconda metà degli anni ’80.

Howard Rheingold in un suo libro del 1993 “Comunità virtuali. Parlare, incontrarsi, vivere nel cyberspazio” racconta la sua esperienza personale all’interno di uno dei primi esperimenti di comunità virtuali: “The Well” . The well (Whole Eart Lechtronic link) nasce nel 1985 grazie ad una rivista, la Whole Heart Review, ideata da Brand e Brilliant: insieme ad un gruppo di altri appassionati di informatica, crearono a San Francisco quella che probabilmente è stata la prima comunità virtuale, la prima rete social mediata da computer. The Well si sviluppò intorno alla tecnologia del BBS (Bulletin Board System), che è un sistema a “bacheca”: il BBS è l’antesignano dei forum edei blog e permetteva lo scambio di messaggi di varia natura fra computer. I BBS li possiamo considerare come i primi laboratori di sperimentazione delle “controculture” digitali degli anni ’80.

Siamo di fronte all’inizio di una nuova era: il Computer abbatte le barriere socio-culturali e il parlare attraverso un computer ci aiuta a ridurre la distanza nella comunicazione e, di conseguenza, agevola la condivisione di interessi comuni. The Well si può considerare il primo esperimento riuscito di tele conferenza online dove le persone potevano discutere su determinati argomenti e scambiare messaggi tramite un sistema interno di posta elettronica. 

Siamo di fronte ad una rivoluzione e Rheingold ebbe il merito di aver anticipato i tempi comprendendo per primo i vantaggi che la comunicazione tramite computer avrebbe avuto sulle relazioni interpersonali e sull’ordinamento sociale. Chi entrava a far parte di una comunità virtuale doveva accettare in modo tacito le nuove regole da rispettare, doveva accettare la collaborazione reciproca e la condivisione di informazioni che diventano il caposaldo di queste nuove comunità.

Ancora più che nelle comunità “reali”, la reputazione era considerata un requisito fondamentale nelle comunità virtuali dove vengono a mancare i riferimenti alla fisicità della persona. Ma nelle comunità virtuali di allora era fondamentale anche il “valore” della persona che era valutata sulla base di cosa affermava, delle sue conoscenze, ma anche da come sosteneva ciò che affermava e da come interagiva con gli altri membri della comunità.

Sono trascorsi molti anni da allora e internet e i social network fanno ormai parte del nostro quotidiano. Se un tempo un accordo passava attraverso una stretta di mano, oggi basta un certificato di firma digitale per siglarlo, anche da remoto.

Le relazioni di una volta spesso basate sul passaparola, lettere o lunghe telefonate per poi incontrarsi fisicamente, oggi iniziano e si sviluppano nei social network: Facebook, Linkedin, Twitter, Youtube, Tik Tok, Instagram, Snapchat, Pinterest, WhatsApp e Telegram , solo per citarne alcuni.

Per rimanere rilevanti e per approfittare delle opportunità che la rete mette a disposizione, dobbiamo essere in grado di conoscere e utilizzare una varietà di piattaforme social. Sarà stata probabilmente la pandemia e il lungo periodo di distanziamento sociale o l’eccessiva virtualizzazione delle relazioni sociali a far crescere però l’esigenza del ritorno della voce, delle chat audio in tempo reale nei social.

A cogliere questa esigenza è stata l’app Clubhouse , il nuovo social network lanciato nel 2020 da Alpha Exploration Co. e creato dal Paul Davison e Rohan Seth. La versione Beta dell’App utilizzata al momento con un sistema ad “inviti” e pubblicizzata grazie all’iscrizione di personaggi noti nel mondo dello spettacolo, della cultura e del jet set ha creato molto interesse e, soprattutto, ha fatto crescere in modo esponenziale il valore di clubhouse portandolo a ben 4 miliardi di dollari nel 2021.

Ma cosa è Clubhouse?

Clubhouse è un social network con chat audio in tempo reale che permette di creare “stanze” in cui conversare con gli altri utenti. Il nuovo social network non si basa sulla scrittura di brevi messaggi o sulla condivisione di immagini perché nelle “stanze” si parla in diretta.

Clubhouse è pensato per conversare di qualsiasi argomento e non solo con chi si conosce, ma con chiunque, ma si può anche solo ascoltare gli altri che parlano di qualcosa. Si può parlare “live” , basta una semplice alzata di mano per chiedere di intervenire.

Aprendo l’app si possono vedere le stanze con le persone che parlano, si può entrare nella stanza come membro del pubblico e si può anche creare una propria stanza. In sintesi clubhouse può diventare un luogo in cui incontrarsi con gli amici e con nuove persone per discutere e conversare su tanti argomenti diversi.

L’esperimento non è ovviamente passato inosservato e gli altri grandi social network si stanno subito attrezzando per contrastarlo: Facebook con i suoi 2,5 miliardi di utenti attiverà per la prossima estate le “live Audio Rooms”, il nuovo servizio audio in real time di Mark Zuckerberg, fondatore dell’azienda. La guerra social scatenata dalla corazzata di Mark Zuckerberg per contrastare Clubhouse è stata annunciata da poco e si preannuncia senza esclusione di colpi.

Sarà una vera rivoluzione? Lo capiremo nei prossimi mesi, nell’attesa credo che tutti noi ci auguriamo la fine del lockdown e il ritorno alla vita reale, al contatto e allo scambio diretto di opinioni con le persone e gli amici più cari, magari davanti a un buon bicchiere di vino, di birra o di un buon aperitivo, per sorridere e guardarsi finalmente negli occhi e al ritorno a casa, aprire magari anche una chat, entrare in una stanza virtuale per parlare ancora, perché no?

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“Eccellenze in digitale”: l’uso di Facebook e Instagram a fini commerciali https://www.albengacorsara.it/2021/04/20/eccellenze-in-digitale-luso-di-facebook-e-instagram-a-fini-commerciali/ Tue, 20 Apr 2021 08:55:06 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=253413 ]]> Quarto appuntamento, giovedì 22 aprile, con i webinar gratuiti organizzati dalla Camera di Commercio Riviere di Liguria – Imperia La Spezia Savona, tramite il proprio ufficio Pid (Punto impresa digitale), per aiutare le imprese e i loro lavoratori a migliorare competenze digitali e presenza sul web.

“Social per il business: scegliere strategie e strumenti in modo utile e imparare ad utilizzare i principali” è il titolo del webinar in programma dalle 10.30 alle 12.30 e curato da Simone Intermite. Il seminario è finalizzato a illustrare l’importanza dei social media per l’attività aziendale e capire come scegliere i più adatti in relazione all’azienda e alle proprie attività e prodotti. Si procederà nello specifico a presentare le potenzialità per il business offerte da Facebook e Instagram.

L’accesso al webinar è aperto a tutti i lavoratori e referenti delle imprese di Imperia, La Spezia e Savona con iscrizione da effettuare attraverso il form: https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSeHO12uchi4xlgGqGLSnNxn6VQQc_g1OpuPE-Fxwg13wYo5pw/viewform . I webinar di formazione proposti dalla Camera di Commercio nei mesi di marzo, aprile e maggio rientrano nel progetto “Eccellenze in digitale”.

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Spettacolo-tributo per “Aria”, il partigiano bambino https://www.albengacorsara.it/2021/04/19/spettacolo-tributo-per-aria-il-partigiano-bambino/ Mon, 19 Apr 2021 09:44:34 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=253392 ]]> In vista della ricorrenza del 25 aprile, ATID (Associazione Teatro Italiano del Disagio) propone in streaming lo spettacolo “Aria, il partigiano bambino. Tributo musicale e teatrale al partigiano Mario “Aria” Ghiglione, cavaliere della Repubblica”, con il Patrocinio del Consiglio regionale – Assemblea Legislativa della Liguria e il sostegno di Coop Liguria.

Mario “Aria” Ghiglione era nato in Valpolcevera 92 anni fa ed è mancato a Campoligure il 3 settembre del 2020. “Dal 2014” – dice Gian Piero Alloisio – io e Mario siamo andati in tour nei festival, nelle Soms, nelle scuole, nelle chiese sconsacrate, nei teatri, nelle piazze, a raccontare la sua storia e a cantare le canzoni partigiane”. È stata proprio questa lunga frequentazione con Aria, questa lunga amicizia, uno dei motori che ha spinto Alloisio a scrivere nuove canzoni e spettacoli dedicati alle storie partigiane raccolte tra Liguria e Piemonte. Per Aria la fedeltà allo spirito della Liberazione consisteva in una attenzione costante al presente e alle nuove generazioni: lo testimonia l’entusiasmo con cui accettava di incontrare gli studenti dopo gli spettacoli.

Sul palco, con Gian Piero Alloisio – che condurrà la serata con canzoni (tra cui le sue Aria di libertà, Eia Eia Trallallà, Luigi è stanco e Lager di Guccini), racconti e recenti videointerviste dello stesso Aria – alcuni artisti ospiti: Gianni Martini, chitarrista storico di Giorgio Gaber, l’attrice Rita Testa, che leggerà un testo di Maurizio Maggiani, e Federico Sirianni, che eseguirà voce e chitarra, come sono nate, tre canzoni di “Maqroll”, nuovo progetto discografico e teatrale che debutterà in estate con il Teatro Pubblico Ligure.
Il Coro Quattro Canti diretto da Gianni Martini presenterà in video La nostra storia (Biggi-Alloisio). Parteciperanno alla serata anche Paola Ghiglione, Lorraine Bussani, Alberto Rigo, Caterina Grisanzio, familiari e amici di “Aria” con cui la Compagnia e anche la famiglia di Alloisio ha condiviso numerosi momenti di arte e di vita.

Lo spettacolo sarà offerto in diretta streaming venerdì 23 aprile, a partire dalle 20,30, da La Claque del Teatro della Tosse e trasmesso sulle pagine Facebook del Festival Pop della Resistenza, di Coop Liguria, dei centri commerciali Coop (L’Aquilone, Il Gabbiano, Le Serre, I Leudi, Le Lampare, Il Mirto, Centro Bisagno, Centro Europa) e sulle pagine Facebook delle testate Genova 24, Voce Tigullio, IVG, Città della Spezia e Riviera 24. Inoltre, sarà online in diretta sul canale YouTube di Teatro Italiano del Disagio e sul sito Coopseitu, dedicato alle attività sociali di Coop Liguria. Condivideranno la diretta sulle proprie pagine Facebook anche la Comunità di Don Gallo (@ComunitaSanBenedettoAlPorto), il network di comunità Goodmornig Genova (@goodmorninggenova), Libera Liguria (@LiberaLiguria), ARCI Liguria (@arciliguria), ARCI Servizio Civile Liguria (@arciserviziocivileliguria) e UDI Genova (@udigenovaviacairoli).

“Quella con ATID – spiega la Direttrice Soci e consumatori di Coop Liguria, Tiziana Cattani – è una collaborazione che va avanti da diversi anni, per offrire ai ragazzi delle scuole l’opportunità di accostarsi alla storia della Resistenza in modo divertente e leggero, attraverso gli eventi proposti dal Festival Pop della Resistenza ideato da Alloisio. Crediamo che ricordare sia molto importante e infatti ci impegniamo da sempre per la salvaguardia della memoria, organizzando iniziative non solo in occasione del 25 aprile, ma anche per le ricorrenze del 27 gennaio, in ricordo delle vittime della Shoah, e del 21 marzo, per non dimenticare le vittime delle mafie”.

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Lavoro: esperti di e-commerce, digital marketing, sicurezza informatica, sono tra i 15 profili più richiesti in Italia secondo Linkedin https://www.albengacorsara.it/2021/04/17/lavoro-esperti-di-e-commerce-digital-marketing-sicurezza-informatica-sono-tra-i-15-profili-piu-richiesti-in-italia-secondo-linkedin/ Sat, 17 Apr 2021 08:22:11 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=253308 ]]> di Mauro Nicastri, presidente Aidr | Nell’era Covid un segmento che non conosce crisi in tutte le sue forme è la digitalizzazione e il 2021 sarà senza dubbio un anno di forti cambiamenti. A confermarlo la ricerca Jobs on the Rise 2021 Italia che ha individuato ruoli professionali e ambiti lavorativi che stanno trainando il mercato del lavoro in Italia durante l’ultimo anno.

Gli ambiti lavorativi dell’e-commerce, del digital marketing, dell’assistenza e sicurezza informatica, dei contenuti digitali sono tra quelli che hanno registrato un maggiore aumento della domanda nell’ultimo anno in Italia, secondo l’analisi delle attività dei 15 milioni di membri di LinkedIn nel nostro Paese. Il report fornisce, inoltre, diverse informazioni e spunti sulle categorie professionali, le competenze necessarie e in quali città si trovano, maggiori opportunità di lavoro per le categorie lavorative più richieste.

Gli inconfutabili dati di crescita dell’e-commerce e dei marketplace stanno chiaramente dimostrando gli innovativi modelli di dialogo con i clienti. In questo contesto le aziende non sempre hanno le competenze professionali, non riescono a selezionarle e non possono colmare 20 anni di conoscenza digitale con qualche mese di formazione. I CDO (Chief Digital Officer) e i DTO (Digital Transformation Officer) saranno figure professionali fondamentali per costruire solidi ambienti tecnologici e digitali, non ridondanti di applicativi, ma adeguati allo scopo. Esperti di creazione di e-commerce, digital marketing, sicurezza informatica, contenuti digitali, sono le figure più ricercate che dovranno essere inevitabilmente coordinate dalle figure sopra menzionate.

Scorrendo il report di Linkedin, ecco le categorie lavorative che stanno trainando il mercato del lavoro in Italia nell’ambito della digitalizzazione e della comunicazione digitale:

  • Esperti di e-commerce. Per soddisfare l’impennata della domanda di prodotti online dovuta alla pandemia, le aziende hanno assunto migliaia di professionisti dell’e-commerce, dagli addetti alla logistica fino agli esperti di marketing online, per far arrivare i loro prodotti nelle mani dei clienti. Le assunzioni per questi ruoli sono aumentate del 51% rispetto all’anno precedente. Competenze principali: gestione delle vendite, vendita al dettaglio, gestione della logistica, attività di magazzino, utilizzo del muletto, confezionamento.
  • Esperti di digital marketing. La pandemia ha spinto molte aziende a ridefinire il proprio approccio commerciale e a investire in una forte presenza digitale. Ne è conseguita un’alta richiesta di esperti di digital marketing e social media manager da parte di una gamma diversificata di aziende, dai produttori di attrezzature per il settore farmaceutico ai colossi dell’e-commerce, come Amazon. Competenze principali: strategia di marketing, social media marketing, branding, pubbliche relazioni, gestione delle campagne, Google Analytics, blog, copywriting.
  • Cyber security manager e game developer: Questa categoria è una delle principali tipologie lavorative “a prova di pandemia”, per via dell’imponente passaggio allo smart working di milioni di dipendenti. Questo è probabilmente il motivo principale per cui i professionisti dell’assistenza e della sicurezza informatica sono stati tra i più assunti nel 2020. Competenze principali: supporto tecnico, server Windows, elaborazione cloud, sviluppo di software, sicurezza della rete, CSS, Java, SQL, DevOps, Git.
  • Esperti di contenuti digitali. Le aziende hanno sfruttato di più le competenze dei freelance esperti di contenuti digitali, tra cui blogger e creatori di podcast) per raggiungere i clienti in modi nuovi, con un aumento delle assunzioni di queste figure professionali. Nel 2020 questa categoria ha registrato un incremento del 72%. Competenze principali: creazione e gestione di blog, Social Media Marketing, creazione di podcast, scrittura creativa, copywriting, Instagram, gestione dei contenuti.
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Biagio Costanzo: “Digitalizzare sì ma senza sacrificare l’Human factor” https://www.albengacorsara.it/2021/04/14/biagio-costanzo-digitalizzare-si-ma-senza-sacrificare-lhuman-factor/ Wed, 14 Apr 2021 07:23:01 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=253152 ]]>

di Biagio Costanzo, Direttore di Azienda e Socio Aidr | Argomento di cogente attualità e, similmente, di impatto divisivo. Provo ad andare controcorrente…

Siamo caduti oramai nel limbo dello Smart Working., o meglio telelavoro, o meglio Home Working (che poi è quello che è), insomma queste modalità di prestazioni lavorative, che fino al dicembre 2019 erano argomenti di progetti pilota e che riguardavano solo il 13% delle imprese, ma con lo scoppio dell’emergenza sanitaria hanno riguardato la maggior parte della popolazione dipendente e non, sia pubblica che privata e oggi solo il 4% non lo ha mai sperimentato.

Molti gli aspetti positivi quali per esempio l’aspetto ambientale, secondo una ricerca effettuata da Confindustria e Federmanager, il lavoro agile ha causato minori spostamenti contribuendo sensibilmente a ridurre le emissioni di anidride carbonica e consentendo a ciascuno risparmi economici non sottovalutabili. Inoltre l’aumentata capacità di innovazione delle aziende, grazie alla formazione, ha potuto sostenere in smart working e contemporaneamente il 56% dei suoi lavoratori.

Ecco perché più della metà delle aziende, il 54% per l’esattezza, si dice certa di utilizzare lo smart working non soltanto durante questa lunga fase di emergenza sanitaria, ma anche dopo, in misura permanente.

Poi vi è anche una platea vasta di chi afferma che, da casa, l’organizzazione del lavoro e della tempistica in cui mediare attività lavorativa e supporto alla famiglia sia più gestibile.

Di contro c’è tutto il resto.

Credere di archiviare le prestazioni in presenza con un tratto di penna è utopistico. Innanzitutto non si riflette a fondo sul fatto che sì, vi sono risparmi ingenti su affitti e spese correlate ma questo confligge con la contemporanea crisi economica dei settori dell’indotto, da quello immobiliare/edile, appunto, ai servizi di pulizie/manutenzioni/impiantistica a quello della ristorazione sia esterna, bar, ristoranti, bistrot etc. etc, che interna, le mense aziendali.

Poi vi è l’effetto sociale come viene chiamato. Come si fa a sottovalutare, dal punto di vista antropologico e delle nostre identità, gli effetti del rapporto umano/fisico che deve esserci tra esseri umani e quindi tra colleghi?

La mancanza di rapporti sociali e l’impossibilità di interagire fisicamente con il proprio gruppo di lavoro, interazioni non sostituibili definitivamente da presenze in video, a volte solo in voce per conservare un senso di privacy dell’ambiente dal quale uno si collega. E proprio soffermandoci sui “collegamenti” non dimentichiamoci alcuni problemi tecnico-logistici, come i problemi di connessione, gli spazi limitati a disposizione e l’assenza di infrastrutture e strumenti idonei al lavoro da casa.

È evidente il rischio di un ricorso eccessivo a videoconferenze, sull’alienazione del lavoro, e sull’operare senza limiti di orari.

E non soffermiamoci sulla DAD e sul recente report proveniente dai reparti di Neuropsicatria infantile di due grandi nosocomi della Capitale che indicano l’aumento esponenziale di ansia, paura e depressione dopo un anno di teledidattica.

Ora siamo in una bolla, siamo ancora some sospesi ma prima o poi la questione della sicurezza del lavoro, non più solo presso gli uffici ma dai “nuovi “uffici che sono le proprie abitazioni, emergerà in modo esponenziale e succederà quando inevitabilmente un evento di rischio avverrà e quindi bisogna non farsi cogliere impreparati anche su questo ma studiare e prevenire. Si parla anche di nuova mobilità, ben venga anche per programmare la “rivoluzione ecologica” così tanta decantata ma che rischia di rimanere un semplice vuoto slogan, se intendiamo rivoluzionare abitudini ed esigenze consolidate con monopattini e biciclette in assetti urbanistici poco consoni o se non si compie davvero uno sforzo di investimenti corposi sui trasporti pubblici che sostituiscano i mezzi privati per la mobilità.

Zoombare” di qual e di là…e la sicurezza?

Come dicevamo, dallo scoppio della prima ondata di questa crisi sanitaria, i sistemi di videoconferenza hanno avuto un vero proprio boom, in questo periodo di pandemia, ed è questo il motivo per cui si sono evidenziati i più significativi problemi di sicurezza, afferenti a questi applicativi. Come me credo che la maggior parte dei professionisti, dei dipendenti di aziende private e pubbliche, nell’ultimo anno abbia utilizzato più volte al giorno sistemi di videoconferenza.

L’utilizzo intenso di sistemi di videoconferenza, quali webinar, live straming con piattaforme come Zoom, Teams, Skype, Google Meet Jitsi, Live YouTube, WebinarNinja, JetWebinar, GoToWebinar, WebEx, GetResponse, Livestream,Slack, ha messo subito in evidenza le vulnerabilità di questi sistemi, addirittura creando nuove parole anglosassoni, ad esempio del tipo “Zoombombing”.

Certamente, in materia di violazione dei dati, si conferma che molti applicativi di videoconferenza sono già dotati di alcune misure di sicurezza e protezione, come ad esempio l’utilizzo di parole chiave o l’attivazione di “sale d’attesa”, dove il partecipante alla conferenza viene fatto attendere, in attesa di essere collegato ma il rischio è, in questi mesi, con le infrastrutture informatiche clonatesi dai server centrali dei CED aziendali ai portatili collegati al Wi-Fi di casa, reale.

Certo, molti applicativi sono dotati anche di protezione crittografica ma non vi è certo garanzia di una totale possibilità di mettere sotto controllo la sicurezza fisica delle reti cosi come diventa ancor più complesso mettere sotto controllo il comportamento degli utenti.

Le aziende pubbliche e private devono quindi non solo mettere a disposizione l’applicativo, ma occorre avviare dei rapidi programmi di formazione, che permettono agli utenti di non incappare in comportamenti anomali, purtroppo frequenti.

Alcuni programmi di educational sul tema sono già disponibili sui social media e potrebbe essere opportuno che l’amministratore della videoconferenza richieda a tutti i partecipanti di aver preso buona nota di questi comportamenti corretti.

Altra cosa per esempio è la volontà da parte degli amministratori nell’esaminare politiche di sicurezza, dirette all’utente, le quali devono essere non troppo invasive e facilmente rispettabili, in maniera da non conferire un aspetto negativo all’intera videoconferenza.

Il rischio a medio-lungo termine riguarda l’area concernente l’archiviazione dei contenuti di una videoconferenza. È risaputo che le videoconferenze producono una grande quantità di dati, che comprendono anche documenti aziendali, progetti grafici, schizzi tracciati sul computer, calcoli matematici, dati economici, registrazioni audio e video della conferenza, disegni, schemi.

Ecco quindi la necessità di introdurre procedure e processi che provvedano alla cancellazione di questi dati, quando non sia più necessario conservarle, sia per motivi legati al riesame di quanto discusso, sia per rendere disponibile il contenuto ad eventuali operazioni di audit, sempre se non siano documenti classificati quindi coperti da sw di massima affidabilità e altamente impenetrabili. Infatti tutto questo chiaramente riguarda anche coloro che lavorano per aziende o apparati che operano nel settore militare ,della difesa, della sicurezza nazionale o delle infrastrutture critiche, argomento ancor più delicato che, per comodità, per chi ne fosse interessato, agevolo un mio recente intervento https://www.aidr.it/sicurezza-digitale-una-nessuna-e-centomila./ .

Vi sono altri strumenti quali il “geofencing” che, per esempio, vista l’attuale sospensione dell’accordo Privacy shield con gli Stati Uniti e con l’entrata in vigore della Brexit, potrebbe essere indispensabile al fine di impedire che i dati relativi ad una videoconferenza possano essere archiviati negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

Ritornando al Home Working, bisogna riflettere anche sulla presenza di telecamere e microfoni nell’abitazione del partecipante i quali potrebbero essere non sufficientemente protetti e potrebbero consentire a terzi di catturare le immagini e l’audio della conversazione in corso.

E’ di questi giorni la notizie che le grandi aziende Google e Microsoft iniziano a richiamare in ufficio, smart working solo su autorizzazione. La direzione HR di Google ha annunziato che dal 1 settembre sarà richiesto ai dipendenti di lavorare in azienda almeno tre giorni alla settimana. Inoltre, dalla stessa data, chi volesse lavorare più di 14 giorni l’anno fuori sede (e fino a un massimo di 12 mesi, in casi eccezionali) dovrà presentare domanda e attendere un via libera caso per caso. Inoltre Google si riserva inoltre la possibilità di richiamare il personale in ufficio in ogni momento.

Anche in Italia le grandi aziende sono alla ricerca di una quadratura del cerchio tra presenze fisiche e “a distanza”, in vista dei prossimi mesi. Su un piatto della bilancia ci sono i tanti risparmi come sopraindicato ma a fare da contrappeso, il timore di una minore coesione interna.

Viene spesso citato l’Articolo 1 della nostra Carta Costituzionale ma vorrei citare gli articoli 3 e 4 dove il lavoro non viene solo concepito come diritto, che deve garantire “il pieno sviluppo della persona umana”, ma anche come un dovere che deve contribuire “al progresso materiale o spirituale della società” appunto!

E per far ciò la vera sfida è saper coniugare la sopravvenuta flessibilità di tempi e luoghi che è una rivoluzione che ci libera da consuetudini dispersivi, con l’interazione umana. Non possiamo farci travolgere da tutto questo, bisogna tornare all’Uomo e alla sua identità, ogni cambiamento deve trovare una società capace di interpretarlo, preparata, che vada oltre l’emergenza, anche questa è una rivoluzione che potrebbe, se non regolata e compresa fino in fondo, portarci ad altri mali più nocivi nel tempo e questo, poi, potrà sembrare tutto meno che “smart”.

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Facebook: dopo 2 anni i dati rubati preoccupano ancora https://www.albengacorsara.it/2021/04/07/facebook-dopo-2-anni-i-dati-rubati-preoccupano-ancora/ Wed, 07 Apr 2021 07:13:53 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=252846 ]]> di Federica De Stefani, avvocato e responsabile Aidr Regione Lombardia | Nel 2019 i dati di oltre 500 milioni di utenti registrati su Facebook sono finiti nelle mani degli hacker: il data breach è ormai vecchio di un paio di anni, ma la preoccupazione che desta questa sottrazione è estremamente attuale.

Quei dati, infatti, nonostante il tempo trascorso, rappresentano ancora un pericolo reale e concreto per i soggetti ai quali sono stati sottratti poiché potrebbero essere utilizzati per scopi illeciti.

La violazione, come detto avvenuta nel 2019, era stata causata da una falla nel sistema di sicurezza e aveva reso disponibili dati personali (tra i quali nome e cognome, indirizzo e-mail e numero di telefono) di milioni di utenti appartenenti a diversi Paesi.

I dati erano circolati in alcuni forum di hacker, Facebook aveva dichiarato di aver risolto il problema già nell’agosto dello stesso anno e il leak non aveva suscitato grande attenzione mediatica molto probabilmente per la difficoltà con la quale i dati messi in vendita potevano essere consultati e utilizzati.

All’inizio di quest’anno, tuttavia, quegli stessi dati sono stati utilizzati come database di un bot di Telegram che consentiva, a prezzi più contenuti e con un sistema molto più facile da utilizzare, di risalire al numero all’ID dell’account Facebook inserendo il numero di cellulare (e viceversa).

Nelle ultime settimane i dati sono infine stati resi pubblici in maniera gratuita da più fonti.

È evidente, a questo punto, che il danno è stato fatto, i dati sono stati sottratti e sono (potenzialmente) esposti ad utilizzi illeciti. Cosa fare quindi per limitare al massimo le possibili implicazioni negative?

Se la regola generale prevede di immettere il minor numero di informazioni possibili sui social network bisogna capire come potersi proteggere laddove, come nel caso di specie, il data breach sia già avvenuto e si debba correre ai ripari.

Partiamo dalla tipologia di dati che sono stati interessati dalla violazione.

Indirizzo email e numero telefonico in primis.

Inutile dire che per quanto concerne le caselle di posta elettronica è necessario concentrare la propria attenzione sulle password, modificandole utilizzando sistemi che possano garantire un alto livello di sicurezza.

Divieto assoluto, quindi, di creare password che riportino informazioni personali, direttamente ricollegabili alla persona in questione o ai familiari, agli animali domestici o alle ricorrenze, a soprannomi, squadre del cuore o sport praticati.

Meglio optare per un sistema di “passphrase”, che consente di generare un codice alfanumerico ricollegabile ad una frase scelta dall’utente e che può facilmente ricordare, o a un password manager che consente di generare password con un alto livello di sicurezza senza doversi occupare personalmente della memorizzazione delle stesse.

Può sembrare scontato, ma la password è la vulnerabilità alla quale ancora oggi risulta più esposta la maggioranza delle persone se si considera che secondo gli studi più recenti le password più utilizzate nel 2020 sono state “123456” “password” e “qwerty” (per quest’ultima controllate la sequenza dei tasti sulla tastiera di un qualsiasi pc).

Sempre per quanto riguarda le mail è indispensabile controllare con estrema attenzione il mittente poiché molto spesso gli indirizzi utilizzati per le truffe sono simili e possono trarre in inganno, divergendo dall’originale magari per un solo carattere. È quindi necessario verificare con attenzione l’indirizzo esteso, prestando attenzione anche alla tipologia di messaggio che si riceve. Richieste di dati, di accedere a link, di scaricare allegati devono essere trattati con estrema cautela, effettuando un doppio controllo preventivo, magari interpellando il mittente con una telefonata per accertarsi della veridicità del messaggio e della richiesta contenuta nello stesso. È indispensabile approcciarsi con la stessa diffidenza anche alle richieste di dati che dovessero essere contenute in sms o effettuate a voce da chi vi contatta telefonicamente.

Per quanto riguarda, invece, il numero di telefono è fondamentale monitorare eventuali anomalie riscontrate sul proprio numero di cellulare.

In primo luogo è necessario che qualsiasi irregolarità nel funzionamento venga verificata attraverso il proprio operatore telefonico, ma è altresì fondamentale prestare attenzione a tutti quei messaggi che possano, in qualche modo, carpire (ulteriori) dati utili ai criminali per raggiungere il proprio intento, ritornando ancora una volta alle richieste di dati personali, di codici di autenticazione o password segrete per l’attivazione di specifici servizi.

È opportuno, inoltre, eliminare da Facebook (e da altri social network) il proprio numero di telefono, utilizzando altri metodi per l’autenticazione a due fattori, qui non di certo in ottica di protezione, ma di prevenzione per il futuro.

Per chi volesse infine verificare se la propria mail è stata oggetto di un data breach, non necessariamente quello di Facebook, è possibile consultare il sito https://haveibeenpwned.com/ che permette di identificare eventuali violazioni nelle quali è stato coinvolto il proprio indirizzo mail.

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E-commerce e digitale: le nuove abitudini dei cittadini e le opportunità per le imprese https://www.albengacorsara.it/2021/04/03/e-commerce-e-digitale-le-nuove-abitudini-dei-cittadini-e-le-opportunita-per-le-imprese/ Sat, 03 Apr 2021 08:31:48 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=252761 ]]> di Mauro Nicastri, Presidente Aidr (Associazione Italian Digital Revolution) | L’e-commerce e il digitale hanno avuto un ruolo decisivo nel contenere il crollo dei consumi, che a causa della crisi epidemiologia hanno registrato importanti riduzioni in molti settori merceologici. Lo confermano i dati diffusi da molte aziende ed istituti di ricerca, da cui emerge come l’e-Commerce sia diventata una pratica sempre più diffusa e che i cittadini acquistano sempre più frequentemente prodotti online. Le rilevazioni statistiche effettuate nel corso della pandemia, hanno evidenziato come i consumatori abbiano contratto le proprie spese, focalizzandosi sui beni di prima necessità. Solo il settore food ha registrato un incremento dei volumi (a svantaggio del settore Horeca), mentre tutti gli altri settori merceologici hanno subito drastiche riduzioni: giù vestiti e scarpe, mobili, libri e giornali.

A uscirne enormemente rafforzati sono stati gli operatori dell’e-commerce, che aumenteranno complessivamente in Europa il loro giro d’affari, per quest’anno, di circa 14 miliardi di euro, e solo in Italia di circa 2 miliardi.

Questa tendenza obbliga le aziende a ridisegnare i propri modelli di business di fronte a un nuovo paradigma sempre più digitalizzato. Infatti, dopo una prima fase votata alla “sopravvivenza” durante la quale molte aziende hanno dovuto rallentare o chiudere, oggi dovranno rivedere i propri modelli operativi rafforzando la presenza digitale tramite lo sviluppo dei propri e-commerce o rafforzando la presenza sui marketplace, migliorando la logistica e la copertura dell’ultimo miglio, utilizzando in maniera strategica big data e intelligenza artificiale.

Il cambiamento di ogni settore di business è strettamente legato alla trasformazione digitale in atto e condurre un’analisi del percorso del consumatore dopo il coronavirus è oggi un imperativo per affrontare ciò di cui i clienti hanno davvero bisogno dai brand.

I consumatori attribuiscono sempre minore importanza, a fattori competitivi come il prezzo, il prodotto o la migliore campagna di marketing. Cercano valori immateriali come l’onestà, la sensibilità, l’empatia e la responsabilità sociale. Ed è l’identificazione di questi valori nei brand che avrà un peso speciale nel prendere decisioni di acquisto che determineranno il fatturato complessivo dell’azienda.

Oggi più che mai, in un contesto di crisi mondiale, che ha investito anche il nostro Paese, l’e-commerce non rappresenta più un’opportunità, ma diventa una exit-strategy per le imprese che vogliono superare la grave situazione economica e competere sui mercati internazionali.

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Su Rai Isoradio “Parla con lei – Storie di donne che fanno la differenza” https://www.albengacorsara.it/2021/04/02/su-rai-isoradio-parla-con-lei-storie-di-donne-che-fanno-la-differenza/ Fri, 02 Apr 2021 16:38:57 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=252746 ]]> Su Isoradio, Laura Ravetto, Silvana Coveri e Livia Turco saranno le prime ospiti di “Parla con lei – Storie di donne che fanno la differenza” condotto da Monica Setta sabato 3 e domenica 4 aprile, dalle 16.

Un ciclo tutto nuovo di interviste al femminile che andranno in onda tutti i weekend, per iniziativa dalla direttrice di Isoradio, Angela Mariella, che ha voluto aprire ad un programma che mette al centro la sfida quotidiana delle donne al tempo del Covid-19.

Nella prima puntata, in onda sabato 3 aprile, l’imprenditrice Silvana Coveri racconterà la nascita del colosso di moda, il rapporto con il fratello Enrico e l’evoluzione del brand al tempo della pandemia. La deputata della Lega Laura Ravetto invece, interverrà sulla crisi che in quest’ultimo anno ha colpito le donne, che hanno pagato il prezzo più alto, soprattutto nel mercato del lavoro.

Domenica, sempre alle ore 16, sarà ospite di “Parla con lei” l’ex Ministro Livia Turco che racconterà il suo percorso politico, la doppia esperienza da ministro, la lunga militanza nel Partito comunista italiano e – per la prima volta – la sua dimensione privata di donna e madre. “Parla con lei” sarà disponibile anche su RaiPlay Radio.

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Sanzione al Mise da 75mila euro, cosa dice il Garante della Privacy https://www.albengacorsara.it/2021/04/01/sanzione-al-mise-da-75mila-euro-cosa-dice-il-garante-della-privacy/ Thu, 01 Apr 2021 07:58:12 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=252642 ]]> di Giuseppe Gorga, socio Aidr | Con Ordinanza di ingiunzioni assunta nei confronti di Ministero dello Sviluppo Economico – 11 febbraio 2021 – Registro dei provvedimenti n. 54 dell’11 febbraio 2021[doc. web n. 9556625] IL Garante Privacy ha sanzionato Il Ministero Dello Sviluppo Economico (MISE) per 75.000,00 di euro per avere nominato in ritardo il Responsabile della Protezione Dati e trasmesso con ritardo i relativi dati e per avere diffuso i curricula di 5000 di professionisti e Manager

Le pubbliche amministrazioni vanno sanzionate se non hanno designato il DPO entro il termine stabilito dal Regolamento UE 2016/679 e se comunicano i dati di contatto del DPO in ritardo.

A seguito di notizie di stampa l’Autorità ha aperto un’istruttoria nei confronti del Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) in ordine alla diffusione di dati e informazioni personali sul sito web istituzionale avvenuta in maniera non conforme alla disciplina in materia di protezione dei dati personali.

Nello specifico sulla base dell’indagine fatta dal Garante è risultato che sul sito del MISE era presente una pagina web nella quale erano visibili e liberamente scaricabili dati personali (nominativo, codice fiscale, e-mail) e curriculum vitae integrale (con ulteriori dati personali come, ad esempio, telefono cellulare, istruzione e formazione, dettagliate esperienze professionali, in alcuni casi anche copia del documento di riconoscimento e della tessera sanitaria ecc.) riferiti a più di cinquemila soggetti interessati, inseriti nell’elenco dei «Manager qualificati e delle società di consulenza».

Inoltre sempre dal sito era anche possibile scaricare il decreto del direttore del Ministero che approvava un elenco dei manager delle società di consulenza contenente dati e informazioni personali di tutti i Manager fra cui nominativo, codice fiscale, e-mail.

La legge di bilancio 2019 prevede contributi alle micro, piccole e medie imprese i cosi detti “Voucher” per l’acquisto, a fondo perduto, di consulenze specialistiche per i processi di trasformazione tecnologica e digitale.

Consulenze forniti da società e da manager, iscritti in un apposito elenco del MISE istituito con D.M. 7/52019 che nello specifico rimette proprio al decreto del Direttore generale sia la modalità di iscrizione all’elenco e la previsione di un modello per la pubblicazione dei dati (allegato 4 ) contenente una tabella da compilare con i campi: cognome, nome, codice fiscale, e-mail contatto (personale o società di consulenza), link cv, società di consulenza, soggetto già iscritto in altri elenchi dei manager dell’innovazione, esperienza professionale nello svolgimento di incarichi manageriali negli ambiti di cui all’articolo 3 del DM 7 maggio 2019 (numero anni), area di interesse ecc.

A seguito dell’attività istruttoria IL Garante ha accertato che il Ministero dello Sviluppo Economico aveva diffuso online dati personali (nominativo, codice fiscale, e-mail) e curriculum vitae integrale (con ulteriori dati personali come, ad esempio, telefono cellulare, istruzione e formazione, esperienze professionali, ecc.) riferiti a più di cinquemila soggetti interessati, inseriti nell’elenco dei Manager e, quindi effettuato un trattamento di dati personali non conforme al RGPD.

Sempre nel corso di questa istruttoria veniva accertato la nomina del Responsabile della Protezione dei Dati (RPD) del MISE, nonché il ritardo nella comunicazione al Garante dei relativi dati di contatto del DPO e ciò in violazione dell’art. 37, parr 1 e 7, del Regolamento europeo. IL MISE con memoria difensiva ed audizione presso il Garante.

Nel caso specifico sulla base giuridica del trattamento il Garante ha rilevato che il Ministero violando l’art. 2-ter, commi 1 e 3, del Codice – che prevede la possibilità, per i soggetti pubblici, di diffondere dati personali solo se tale operazione è prevista «da una norma di legge o, nei casi previsti dalla legge, di regolamento» ed il decreto del Direttore non era idoneo a legittimare la diffusione dei dati perché non ha natura regolamentare e non è richiamato dall’art. 1, commi 228, 230 e 231, della legge n. 145/2018 (che prevedono l’istituzione dell’elenco dei manager). Rilevato che lo stesso decreto del direttore non prevedeva la pubblicazione integrale dei curriculum dei manager inviati.

DIFESA DEL MISE

Il Ministero si è difeso sostenendo la natura regolamentare del decreto direttoriale in quanto costituito anche dalla fonte normative secondarie appunto il DM sulla base del quale è stato emesso il Decreto direttoriale e che quindi poiché l’art. 2-ter, comma 1, del Codice privacy, nel fare riferimento al “regolamento”, – come fonte (base giuridica) che autorizzava alla pubblicazione la pubblicazione dei dati doveva intendersi regolare in quanto aveva base giuridica nel Regolamento.

Ha sostenuto il Ministero che laddove la lettura dell’art. 2-ter, comma 1, del Codice Privacy fosse più restrittiva di quella proposta sarebbe in contrasto con il RGPD che rimette proprio agli ordinamenti nazionali la possibilità di individuare altre “base giuridica” per il trattamento di dati personali atteso che lo stesso considerando 41 prevede che la “base giuridica” può essere costituita da qualsiasi norma, espressamente anche non di rango primario.

Il Garante non ha accolto l’interpretazione del MISE perché il RGPD prevede che il trattamento dei dati personali effettuato da soggetti pubblici è lecito se necessario «per adempiere un obbligo legale al quale è soggetto il titolare del trattamento» oppure «per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento» (art. 6, par. 1, lett. c ed e). In tale contesto il considerando n. 41 è stato interpretato in modo decontestualizzato in quanto il Regolamento consente agli stati nazionali di emettere disposizioni più specifiche per adeguare l’applicazione delle norme del [RGPD] in tale contesto, che il Codice privacy (riformato) ha previsto degli specifici requisiti per il trattamento, stabilendo che, nel caso di diffusione di dati personali (come la pubblicazione su Internet) da parte di soggetti pubblici, tale operazione possa essere ammessa solo se prevista «da una norma di legge o, nei casi previsti dalla legge, di regolamento» (art. 2-ter, commi 1 e 3, del Codice).

E , quindi, il Decreto Direttoriale – che non è un atto amministrativo generale e perciò non è un “regolamento”, non costituisce un idoneo presupposto normativo per la diffusione di dati personali, ai sensi dell’art. 2-ter, commi 1 e 3, del Codice.

Il MISE ha evidenziato che la finalità della pubblicazione dei dati personali e dei curricula dei manager risiedeva nella necessità «di consentire alle imprese potenzialmente beneficiarie del Voucher di individuare, agevolmente e in modo compiuto, i manager dei quali avvalersi per sostenere i propri processi di trasformazione tecnologica e digitale, nonché consentire alle imprese stesse di mettersi in contatto con tali professionisti»

Il Garante ha ritenuto invece che tale pubblicazione dei dati personali ha comportato un grave rischio di furti d’identità, profilazione illecita, phishing e che la finalità perseguita si poteva ben raggiungere, invece, attraverso forme di accesso selettivo ad aree riservate del sito web istituzionale.

Le pubbliche amministrazioni vanno sanzionate se non hanno designato il DPO entro il termine stabilito dal Regolamento UE 2016/679 e se designato comunicano i dati di contatto del DPO in ritardo.

Inoltre che la possibilità, per i soggetti pubblici, di diffondere dati personali è possibile solo se tale operazione è prevista «da una norma di legge o, nei casi previsti dalla legge, di regolamento» ma in tutti gli altri casi devono, se la pubblicazione dei dati è prevista espressamente per legge valutare se tale pubblicazione dei dati personali comportato un grave rischio di furti d’identità, profilazione illecita, phishing e, quindi ricorrere a forme alternate di accesso alla pubblicazione in relazione alle finalità perseguita consentire l’accesso ai dati s attraverso forme di accesso selettivo ad aree riservate del sito web istituzionale. Se non lo fanno sono sanzionate.

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I dati bugiardi https://www.albengacorsara.it/2021/03/29/i-dati-bugiardi/ Mon, 29 Mar 2021 07:56:41 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=252457 ]]> di Alessandro Capezzuoli, funzionario ISTAT e responsabile osservatorio dati professioni e competenze Aidr | I dati statistici permettono di descrivere un certo tipo di fenomeno (naturale, sociale, etc.) e di rappresentare la realtà con una buona approssimazione: questa è la buona notizia. La brutta notizia è che, laddove nel processo di produzione e di diffusione non sia applicato un metodo scientifico rigoroso, i dati statistici possono prestarsi a interpretazioni fantasiose e possono dar luogo a una conseguente distorsione della verità. La storia, anche la più recente, ha ampiamente dimostrato che una bugia “certificata” attraverso i dati può essere trasformata in una falsa verità supportata da numeri e opinioni, diffuse in contesti social-televisivi, che non provengono quasi mai da analisi scientifiche approfondite, ma da sensazioni o interessi personali. Questi ultimi, in particolare, inducono l’interessato a narrare capziosamente i dati, aggiungendo al racconto una buona dose di pathos e di trasporto emotivo che non hanno nulla in comune con la rigorosità scientifica. Umberto Eco ha insegnato che in qualsiasi narrazione esiste un patto narrativo tra l’autore e il lettore. Nel caso dei dati, affinché la narrazione sia quanto più possibile vicina alla verità, è necessario che il produttore conosca a fondo il fenomeno che sta descrivendo e i metodi per rappresentarlo con il massimo rigore scientifico possibile. Il lettore, invece, dovrebbe avere un insieme minimo di conoscenze per capire il significato di ciò che sta leggendo e metterlo in dubbio, se necessario. Questa condizione è molto infrequente poiché, spesso, anche gli addetti ai lavori sottovalutano le insidie del mestiere e, soprattutto, sottovalutano il nesso che c’è tra il dato statistico e le finalità di chi lo produce o lo diffonde.

Il metodo utilizzato per trarre in inganno i fruitori dei dati è collaudato e funziona molto bene: si sceglie la verità (o la bugia) che fa comodo e si supporta con una certa interpretazione dei dati, omettendo volutamente informazioni metodologiche o altre interpretazioni più veritiere. Accade spesso che, tra le tante interpretazioni associate ai dati, non prevalga mai quella più vicina alla verità ma quella più verosimile: e questo, laddove ci siano intenzioni dolose, o semplicemente superficialità, è molto pericoloso.

La credulità nei numeri, che deriva dalla scarsa conoscenza della matematica e della statistica, dà la possibilità ai malintenzionati di trasformare le falsità in verità e viceversa. La comunicazione, i notiziari e gli articoli sono pieni di esempi di questo tipo. L’interpretazione di qualsiasi fenomeno attraverso i dati dovrebbe essere introdotta da una frase di pericolo, come avviene per i pacchetti di sigarette, qualcosa del tipo “Con i dati si può mentire: leggere con cautela, pensare, ragionare e dubitare. Sempre”.

migranti

“Siamo invasi dai migranti” è una notizia che viene utilizzata frequentemente allo scopo di far leva sulle paure di chi vede nella diversità un pericolo e nella povertà una minaccia: questo per raccogliere consensi elettorali o per altri motivi poco nobili. Ci sarebbe da chiedersi come sarebbe una società in cui questa stessa informazione fosse divulgata in modo martellante sotto un’altra forma, descrivendo la diversità come un’opportunità e la povertà come un’occasione per abbattere le barriere piuttosto che alzarle. Di certo c’è che, a fronte di un titolo simile, un’esigua minoranza di persone consulta i dati prodotti dalla statistica ufficiale. Una minoranza ancora più ristretta riesce a contestualizzarli e a rendersi conto autonomamente che non c’è nessuna “operazione invasione” in corso. Uno dei peccati capitali delle informazioni statistiche riguarda la diffusione dei valori assoluti senza le adeguate descrizioni e contestualizzazioni. E anche dei valori relativi (percentuali) senza le dovute precisazioni. Quel numero, 700 migranti, significa tanto o poco? Diciamo che tanto e poco non hanno mai un significato vero e proprio, se non viene specificato “rispetto a cosa”. Effettivamente, in un villaggio di 10 abitanti, 700 può essere “tanto”, ma in una metropoli di 5 milioni di abitanti è relativamente “poco”. Se però, all’interno della stessa metropoli, i 700 migranti vengono fatti alloggiare in un comprensorio, ecco che per la percezione “locale” il numero significa di nuovo “tanti”. Se poi si considerano i dettagli temporali, ovvero il periodo in cui si analizzano i dati complessivi (generalmente lo stock riferito all’anno solare), e lo status (rifugiati, richiedenti asilo politico, minori non accompagnati o persone che si ricongiungono con un famigliare) ecco che la descrizione del fenomeno cambia ulteriormente in maniera radicale.

C’è poi un’altra questione, sempre riferita alla contestualizzazione dei dati, che non deve essere trascurata: la definizione delle variabili analizzate.

disoccupazione

Un articolo di questo tipo, per esempio, prima di suscitare indignazione per la situazione occupazionale del Paese, dovrebbe indurre il lettore a porsi parecchie domande: Chi sono gli occupati a cui fa riferimento la notizia?, Quali metodologie sono state utilizzate per ricavare quel numero? Che cosa rappresenta quel dato? Qual è l’errore statistico considerato?

I non addetti ai lavori probabilmente non sanno che esiste una definizione, condivisa dopo molti anni dall’Istat, dall’Inps e dal Ministero del lavoro, che identifica gli occupati nelle persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento (a cui sono riferite le informazioni):presentano una delle seguenti caratteristiche:

  • hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che prevede un corrispettivo monetario o in natura;
  • hanno svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare nella quale collaborano abitualmente;
  • sono assenti dal lavoro (ad esempio, per ferie, malattia o Cassa integrazione).

Se questa definizione (peraltro incompleta per motivi editoriali) potrebbe essere lontana dall’idea comune di occupato, le interpretazioni dei dati diffusi dalle principali istituzioni prima di giungere all’accordo sono ancora più complesse e articolate da comprendere. Questa definizione, oltretutto, è integrata da altre definizioni specifiche (disoccupato, occupato a tempo indeterminato, etc), che permettono di fornire descrizioni più dettagliate riguardo alle diverse forme di occupazione. È sufficiente questa osservazione per fornire una chiave di lettura migliore? Ovviamente no. La definizione deve essere riferita a una metodologia di calcolo scientificamente valida, altrimenti resta priva di senso. I dati riguardanti gli occupati possono essere elaborati attraverso diverse fonti, integrate o meno tra loro, attraverso le quali descrivere la situazione occupazionale da diversi punti di vista. In generale, per rispondere alla domanda “quanti sono i/gli… ?”, si ricorre a due metodi, ciascuno dei quali può introdurre degli errori: o si contano tutti gli oggetti di analisi, o si stima il numero attraverso un campione. Tempo fa, mi sono imbattuto in un articolo in cui si affermava che, secondo uno studio non meglio specificato, i topi presenti a Roma fossero circa 6 milioni.

topi

Che metodologia ha adottato chi ha condotto lo studio? Escludendo a priori che possa aver contato i topi uno a uno, e in quel caso si sarebbe trattato di un censimento, che avrebbe dato luogo a un “archivio amministrativo dei topi” con tanto di nome, cognome e indirizzo, l’ipotesi più sensata è che abbia stimato la popolazione totale di ratti attraverso un campione rappresentativo. Le parole stima e campione rappresentativo dovrebbero essere introdotte per legge a corredo delle informazioni diffuse dai media, per evitare ogni tipo di misunderstanding. Nella quasi totalità dei casi, infatti, i dati statistici rappresentano la stima di un certo fenomeno, non la misura di una verità assoluta e incontrovertibile, derivante dall’analisi di dati raccolti attraverso metodi censuari o campionari. Le stime, per definizione, sono corredate dall’errore statistico campionario e non campionario: il primo deriva dalle tecniche di campionamento, il secondo dagli strumenti e dai metodi di rilevazione. Questa affermazione, che potrebbe sembrare ovvia, non lo è affatto quando si tratta di comunicare un dato alla popolazione. Dichiarare apertamente che un dato è associato a un certo margine di errore, possibilmente descritto accuratamente in tutti i suoi aspetti, induce il lettore a dubitare e a interrogarsi sulla possibile falsificazione popperiana dei modelli applicati. Un campione statistico, per quanto accurato e rappresentativo possa essere, introduce sempre una qualche distorsione e un errore che può essere più o meno accentuato laddove si stimi la misura di fenomeni oggettivi (ad esempio il numero di biglie bianche e rosse presenti in un contenitore) o di “opinioni” derivanti da questionari sociali e indagini di mercato. Analogamente, un archivio amministrativo è affetto da altri tipi di criticità, ugualmente complesse, che necessitano di “aggiustamenti” spesso molto complessi per poter essere utilizzati a scopi statistici. In entrambi i casi, è vero che uno studio condotto su un campione o su un archivio amministrativo non può essere migliore del campione o dell’archivio su cui si basa. È altrettanto vero che da un campione (di)storto non può nascere un dato dritto. Tra le ulteriori tecniche di distorsione della realtà c’è sicuramente l’utilizzo fraudolento e spericolato di quello che nella statistica prende il nome di ’”indice di posizione”, ovvero di quel “numero” attraverso il quale si sintetizzano i risultati di un’elaborazione statistica. Gli indici di posizione più utilizzati per sintetizzare le analisi statistiche sono la media, la moda e la mediana. Anche in questo caso, è utile far riferimento a una notizia vera (o verosimile?) diffusa dai media senza le giuste avvertenze, per mettere in risalto alcuni aspetti interessanti.

stipendio

Indicare il salario medio dei lavoratori di un’azienda potrebbe avere un senso laddove si abbia un certo interesse a livellare verso l’alto la rappresentazione delle retribuzioni: in un’azienda in cui ci sono tre lavoratori, uno che percepisce un salario da 5000 euro e due che ne percepiscono 500, il salario medio aziendale è 2000 euro. Lo stesso fenomeno, descritto attraverso l’uso della moda, dà una lettura diversa: il salario più diffuso nella stessa azienda ammonta 500 euro. La mediana, invece, suggerisce che circa la metà dei dipendenti percepisce meno di 500 euro e l’altra metà di più. Le tre affermazioni sono vere, ma ognuna descrive un aspetto diverso della stessa verità. Il problema, in questo caso, non è l’indicatore statistico, ma è l’uso che se ne fa a fare la differenza…

Potrei continuare per pagine a elencare le possibili insidie dei dati statistici, ma diventerebbe estremamente noioso e poco utile. È utile, invece, riflettere su una domanda: “Quali e quante notizie e report relativi alla pandemia hanno rispettato i requisiti minimi richiesti per la produzione e la diffusione di un dato statistico di qualità?”.

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Vaccino, Nardella sta con Scanzi: “assurdo clamore mediatico” https://www.albengacorsara.it/2021/03/24/vaccino-nardella-sta-con-scanzi-assurdo-clamore-mediatico/ Wed, 24 Mar 2021 11:02:44 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=252283 ]]> Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, si schiera in difesa di Andrea Scanzi. Interpellato dall’Agenzia Dire interviene con nettezza su una delle vicende più chiacchierate della campagna vaccinale: “Non condivido questa aggressione violenta contro” il giornalista” e i suoi genitori. La vicenda dei vaccini sta facendo emergere troppa rabbia e odio, soprattutto sui social”.

Peraltro Scanzi “ha voluto seguire le indicazioni pubbliche fornite in quelle ore convulse dal generale Figliuolo, il quale aveva dato come input quello di non sprecare alcuna dose a costo di darla al primo passante. Anche la vicenda dei caregiver, nei giorni in cui Scanzi si è vaccinato, era ancora molto incerta: mancava insomma una comunicazione chiara e univoca per cui l’unico messaggio comprensibile e condivisibile era quello di non sprecare dosi di vaccini. Ora, che qualcuno preferisca buttare via una dose di vaccino piuttosto che portare avanti speditamente le vaccinazioni, mi pare assurdo”, spiega.

Ma ancora più assurdo, osserva proseguendo nel suo ragionamento, “è questo clamore mediatico sui cosiddetti ‘furbetti’ del vaccino, che sta generando uno scontro sociale pericoloso, creando il paradosso per cui chi si vaccina viene guardato con sospetto o aspramente criticato. Se le regole sono chiare per tutti e trasparenti, non c’è bisogno di una caccia alle streghe”. In questa fase “occorre gettare acqua sul fuoco, rassicurare la popolazione, fornire informazioni chiare e univoche, organizzare al meglio le liste di ‘overbooking’ per non sprecare neanche una dose. E non odiare ma festeggiare chi si vaccina, perché è un passo avanti per uscire dalla pandemia”, conclude. (Agenzia DIRE)

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Giornalisti tra diritto di cronaca e foto tratte dai social: i limiti e l’intervento del Garante https://www.albengacorsara.it/2021/03/20/giornalisti-tra-diritto-di-cronaca-e-foto-tratte-dai-social-i-limiti-e-lintervento-del-garante/ Sat, 20 Mar 2021 09:56:41 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=252084 ]]> di Federica De Stefani, avvocato e responsabile Aidr Regione Lombardia | L’attività giornalistica e l’esercizio del diritto di cronaca sono nuovamente tornati al centro di un provvedimento del Garante della privacy dopo un fatto di cronaca che riguarda l’omicidio di una bimba di 2 anni. Alcune testate giornalistiche hanno riportato la notizia utilizzando la foto della minore tratta dai social network della madre, principale indiziata dell’omicidio.

Prima di affrontare le questioni attinenti al diritto di cronaca, anche giudiziaria, ancor oggi aspetti piuttosto delicati che in diversa misura influenzano e condizionano il lavoro del giornalista, è necessario fare alcune riflessioni sugli strumenti che vengono utilizzati nell’esercizio della professione.

La tecnologia ha indubbiamente inciso sulle modalità con le quali viene svolta l’attività giornalistica ed è proprio per questo motivo che il web, nel suo complesso, impone l’impiego di misure e cautele di diverso genere. Non esiste un libretto di istruzioni o un codice generale che regolamenti, dal lato giuridico, il funzionamento della Rete e così è necessario conoscere in maniera specifica le norme generali che possono essere applicate anche al mondo online sia le norme che regolamentano il funzionamento di quel singolo strumento al quale si fa riferimento. Possono, per esempio, come nel caso che ha dato origine al nuovo intervento del Garante, essere estratte foto pubblicate sui social network? Possono essere estrapolate dagli stessi social informazioni personali che vengono utilizzate per redigere l’articolo di cronaca? Qual è il limite invalicabile oltre il quale non si può andare?

Il comunicato del Garante recita testualmente “In molti casi media e testate on line hanno pubblicato, oltre a diverse fotografie in chiaro della bambina, numerosi dettagli relativi alle vicende personali e allo stato psicologico della madre, indicata come presunta responsabile della morte, riportando testualmente pensieri e commenti tratti dal profilo Facebook della donna, nonché fotografie della stessa insieme ai suoi due altri figli, i cui volti – seppur pixelati – sono di fatto riconoscibili. Le informazioni e le immagini descritte si pongono in evidente contrasto con le disposizioni della normativa privacy e delle regole deontologiche relative all’attività giornalistica, che – pur salvaguardando il diritto/dovere di informare la collettività su fatti di interesse pubblico -prescrivono agli operatori dell’informazione di astenersi dal pubblicare dettagli relativi alla sfera privata della persona e prescrivono, anche attraverso il richiamo alla Carta di Treviso, particolari e rafforzate garanzie a tutela dei minori coinvolti in fatti di cronaca”.

Da un lato, quindi, il richiamo al diritto di cronaca, nella duplice dimensione di diritto e dovere all’informazione su fatti di interesse pubblico, dall’altro l’espresso riferimento alle regole deontologiche, che prevedono garanzie particolari per i minori.

Le regole deontologiche relative al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica, pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale n. 3 del 4 Gennaio 2019, sono costituite da un corpo di 13 articoli che fornisce indicazioni specifiche sulle modalità di trattamento dei dati personali in linea con i principi enunciati dal GDPR.

In particolare l’art. 7, oltre a prevedere espressamente un divieto di fornire particolari in grado di identificare il minore (come le foto del caso de quo, sebbene con l’utilizzo della tecnica di pixelatura) al comma 3 espressamente stabilisce “Il diritto del minore alla riservatezza deve essere sempre considerato come primario rispetto al diritto di critica e di cronaca; qualora, tuttavia, per motivi di rilevante interesse pubblico e fermo restando i limiti di legge, il giornalista decida di diffondere notizie o immagini riguardanti minori, dovrà farsi carico della responsabilità di valutare se la pubblicazione sia davvero nell´interesse oggettivo del minore, secondo i principi e i limiti stabiliti dalla “Carta di Treviso“.

Ne deriva, quindi, che il diritto alla riservatezza del minore coinvolto in vicende di cronaca giudiziaria deve sempre essere considerato prevalente rispetto al diritto di cronaca e rappresenta, quindi, un limite invalicabile per il giornalista che si occupi di questa tipologia di giornalismo.

Il Garante era già più volte intervenuto sul punto ribadendo ogni volta la necessità di considerare prevalente la riservatezza del minore. Così, solo per citarne uno, il caso di cronaca che riguardi un genitore (personaggio di rilievo pubblico) non può essere integrato con i dati dei figli dello stesso, peraltro minorenni, anche nel caso in cui questi dati siano già presenti online in quanto pubblicati sui propri profili social dal genitore.

I dati dei minori, sebbene già presenti online, non devono essere ripresi in virtù del principio in base al quale si deve riconoscere la prevalenza del diritto alla riservatezza del minore rispetto al diritto di critica e di cronaca.

Le attuali norme vigenti prescrivono al giornalista di attenersi all’essenzialità dell’informazione nel trattare fatti di interesse pubblico, anche quando relativi a personaggi di rilievo pubblico. (Provvedimento del 24 giugno 2020)

In conclusione, quindi, non si può che auspicare una maggiore attenzione anche a norme, quelle deontologiche, che in una società dell’informazione così frenetica, ormai fortemente orientata al mobile journalism e all’utilizzo del digitale rappresentano un pilastro fondamentale dal quale è impossibile prescindere.

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Piattaforme social e il valore della Privacy. La patrimonializzazione dei dati personali https://www.albengacorsara.it/2021/03/13/piattaforme-social-e-il-valore-della-privacy-la-patrimonializzazione-dei-dati-personali/ Sat, 13 Mar 2021 08:34:32 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=251798 ]]> di Claudio Nassisi, Dottore Commercialista e Phd in economia e socio Aidr | Con un messaggio inviato a oltre 2 miliardi di utenti, WhatsApp ha comunicato l’aggiornamento dei propri termini e l’informativa sulla propria politica riguardo la privacy.

L’avviso ha avuto un significativo e forse inaspettato impatto tanto che si è avviato un esodo massivo verso altre applicazioni di messaggistica. In primis Signal e Telegram (quest’ultimo nel solo mese di gennaio ha avuto un incremento di 90 milioni di iscritti).

Tenuto conto del pericoloso trend, la scadenza è stata prontamente spostata dall’8 febbraio al 15 maggio 2021.

Per capire l’esigenza reale che si cela dietro questa iniziativa è bene precisare che nel febbraio del 2014 Facebook ha acquisito WhatsApp nell’intenzione di sfruttarne le enormi potenzialità e di far gravitare ogni utilizzatore nell’ambito delle proprie aziende.

Ognuno di noi si è interrogato almeno una volta sull’uso che viene fatto dei propri dati personali e sui soggetti che effettivamente ne hanno accesso. Un altro dubbio più che legittimo è se i nostri dati personali hanno un valore economico per il loro utilizzo da parte di terzi.

Considerando che nel 2017, negli Stati Uniti, i proventi pubblicitari sono stati pari a circa 83 miliardi di dollari per 287 milioni di utenti attivi, il “valore di mercato” annuale dell’utente medio per gli operatori commerciali è stato di 300 dollari.

In sostanza, tralasciando in questa sede la questione dei prezzi richiesti sul dark web per acquistare informazioni illecitamente raccolte mediante tecniche di raggiro, è pacifico sostenere che le informazioni personali hanno un chiaro valore economico tanto che diventano oggetto di specifica attività da parte di alcuni operatori specializzati: i data broker. Questi soggetti comprano le informazioni personali, oppure le raccolgono dai vari canali, li analizzano per rivenderli come una qualsiasi materia prima da riutilizzare.

I cittadini europei possono considerarsi protetti dal GDPR (General Data Protection Regulation) del 2018, ovvero il Regolamento Ue 2016/679 relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento e alla libera circolazione dei dati personali.

Al di fuori del perimetro dell’Unione europea, il messaggio che WhatsApp ha inviato ai propri iscritti riguarda la condivisione dei dati al fine di una maggiore personalizzazione degli avvisi pubblicitari (proposti di volta in volta in maniera pressoché “sartoriale”).

Si può quindi sdoganare l’idea di una crescente e inesorabile “patrimonializzazione” dei dati.

In accordo con questa idea si segnala la recente sentenza n. 261 del 10 gennaio 2020 con la quale il Tar Lazio – Sede di Roma ha in parte confermato la sanzione irrogata dall’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato a Facebook per avere adottato una pratica commerciale ritenuta “ingannevole”.

Il giudice ha sostanzialmente smentito l’assunto promosso dal famoso social network secondo cui, per i dati personali, non sussisterebbe alcun corrispettivo patrimoniale e conseguentemente un interesse economico dei consumatori da tutelare.

È quindi indispensabile che gli operatori rispettino, nelle relative transazioni commerciali, quegli obblighi di chiarezza, completezza e non ingannevolezza delle informazioni previsti dalla legislazione a protezione del consumatore qualora quest’ultimo decida di utilizzare un qualsiasi servizio digitale.

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Ancora truffe on line nel comprensorio ingauno https://www.albengacorsara.it/2021/03/12/ancora-truffe-on-line-nel-comprensorio-ingauno/ Fri, 12 Mar 2021 09:12:25 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=251724 ]]> di Claudio Almanzi – Non si arrestano gli episodi di sciacallaggio via Internet nel comprensorio albenganese. Un nuovo ed increscioso reato infatti ci è stato segnalato: si tratta di una vicenda che si va ad aggiungere ai tanti episodi già raccontati in passato dalla nostra testata e da altri giornali cartacei ed on line che si riferivano anch’ essi alla “classica” truffa online nei confronti di inermi cittadini da parte di sedicenti dipendenti di note banche.

Si ripete il solito iter truffaldino inalterato nel tempo. Ignoti e finti funzionari di banca carpiscono la fiducia delle persone, nondimeno quelle più giovani, mostrando di essere in possesso dei dati sensibili delle stesse, anche di quelli più segreti e prosciugano l’intero conto corrente, senza nessun muro di protezione efficace da parte dell’istituto bancario.

È accaduto di nuovo nell’alassino ai danni della signora F.M. che si è fidata di un finto emissario della banca ed è stata derubata di una notevole somma dal proprio conto corrente.

La truffa online avviene nel seguente modo. L’ignara vittima viene contattata via e-mail, via SMS o chiamata direttamente sul cellulare, che in questa tipologia di reato gioca un ruolo di primo piano, informandola che l’applicazione con cui si collega alla propria banca, presente sul telefonino, deve essere aggiornata con quella da loro suggerita. Non appena viene effettuato l’aggiornamento dell’ app, l’utente perde il controllo delle operazioni bancarie ed i truffatori hanno la possibilità di agire liberamente sul conto corrente del malcapitato.

La vittima dichiara di non aver avuto nessun motivo di sospetto verso il truffatore, né alcuna procedura di sbarramento da parte della banca, all’atto delle operazioni da altri effettuate attraverso bonifici, come accade invece per altre operazioni.

I cittadini sono inermi ed indifesi di fronte ad individui senza scrupoli. Le denunce delle vittime rappresentano perciò il primo passo verso un risarcimento. Non avendo colpa infatti dovrebbero essere risarciti dalla banca, o quanto meno, assistiti nel processo di recupero delle somme sottratte, dal momento che gli istituti bancari notoriamente sono assicurati avverso tali forme di frode.

Questa nostra segnalazione vorrebbe essere un monito per i cittadini: serve a denunciare uno spiacevole raggiro, a sensibilizzare gli istituti bancari ad intervenire in campo risarcitorio e ad allertare la cittadinanza, al fine di evitare ulteriori analoghi deplorevoli eventi.

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Gli investimenti ai tempi di internet: dal forex demo al social trading https://www.albengacorsara.it/2021/03/10/gli-investimenti-ai-tempi-di-internet-dal-forex-demo-al-social-trading/ Wed, 10 Mar 2021 17:40:00 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=251718 ]]> Il mondo degli investimenti è stato completamente rivoluzionato da internet. Sono infatti lontani i tempi in cui ad investire erano pochi addetti ai lavori. Oggi grazie alle nuove tecnologie e soprattutto grazie a internet quello degli investimenti è diventato un settore molto democratico visto che chiunque ha la possibilità di investire grazie alla rete.

Il trading online

Uno dei fenomeni più interessanti degli investimenti in rete è il trading online, ossia un’attività finanziaria che genera profitti a partire dalle oscillazioni dei mercati finanziari. Fare trading online consiste nell’ottenere un profitto, più o meno elevato, sfruttando le variazioni dei mercati finanziari. La parola on line si riferisce al fatto che l’attività viene svolta utilizzando broker che mettono a disposizione un software o una pagina web per immettere gli ordini.

La forma più semplice di trading on line consiste nel comprare e vendere asset quotati sui mercati finanziari. Diciamo che questa è anche la forma storicamente predominante ma non la forma più comoda e soprattutto la più conveniente di trading finanziario.

Per fare trading è però necessario scegliere la piattaforma trading migliore. Il primo passo è scegliere una piattaforma che sia certificata. Per certificazioni di sicurezza intendiamo quegli enti di controllo finanziario che supervisionano le transazioni finanziarie dei broker, le più autorevoli sono le CySEC e la CONSOB.

La CySEC è un ente di controllo con sede a Cipro la sua nascita risale al 2001 e fa parte della sicurezza, questo ente supervisiona e controlla la Borsa di Cipro e le transazioni, inoltre controlla i broker e i servizi di investimento sia i fondi di investimento collettivo che i fondi societari. La CySEC dove riscontra delle irregolarità pone delle multe oppure impone la chiusura dei broker illegali.

Se il broker che avete preso in considerazione è certificato dalla CySEC potete stare tranquilli, altro ente di controllo molto rilevante è la CONSOB. Altro fattore importante nella scelta della piattaforma è poter allenarsi con le versioni demo. Quando si è alle prime armi nel trading online, l’utilizzo del Trading online in modalità Demo è sicuramente indicato per evitare perdite di denaro. Per ridurre i rischi dell’inesperienza infatti, molti utenti scelgono di provare conti demo gratuiti per non rischiare di trovarsi in situazioni difficili da gestire.

La piattaforma demo ti permette di investire dunque proprio come faresti con soldi veri, pur non versando neanche 1 euro e senza correre rischi. Il conto demo è una delle feature più importanti tra quelle offerte dai migliori broker per il trading online, perché ti permette di imparare il funzionamento della piattaforma: anche se sei un trader esperto, ci sono sempre degli aspetti della nuova piattaforma che utilizzi che andranno approfonditi e che dovrai approfondire per trarre il meglio dai mercati. Ma anche di testare nuove strategie visto che non tutte le strategie sono ugualmente valide e spesso è molto difficile comprenderne la bontà, a meno che di testare appunto direttamente sul mercato. Con il conto demo potrai investire liberamente testando le tue strategie, senza correre rischi con i tuoi sudati risparmi.

Il copy trading

Ma le migliori piattaforme di trading non solo ci permettono di iniziare con un conto demo, ma anche di misurarsi con i migliori investitori attraverso il copy trading. A tal proposito questo interessante approfondimento sul copy trading ci spiega perfettamente di cosa si tratta, ossia la possibilità di copiare le strategie e le operazioni dei migliori investitori. Ogni qual volta un trader professionista apre un’operazione sul suo conto di trading, il tuo conto replicherà automaticamente e integralmente quella operazione.

L’operazione può essere automatica o manuale, e sta al singolo individuo decidere come approcciarsi al copy trading. Quando un trader apre una posizione, può trasmettere queste informazioni agli altri trader della rete, che possono quindi decidere se aprire o meno la stessa posizione, oppure i loro sistemi di trading automatizzati possono farlo senza ulteriori input da parte del trader.

Spesso, il trader che per primo trasmette i dati delle proprie posizioni ha esperienza nel mercato sottostante, mentre i copy trader potrebbero non avere esperienza in questo specifico mercato o essere totalmente nuovi ai mercati finanziari nel loro complesso. Il copy trading ti consente di diversificare il portafoglio in mercati che non conosci, ma sui quali vorresti investire.

Attraverso il copy trading, puoi accedere alle competenze di un altro trader o sfruttare al meglio i trend stagionali, che in genere non considereresti come una potenziale opportunità. Con il copy trading, puoi impiegare al meglio il tuo tempo allineando le tue decisioni in base a quelle dei trader di comprovata esperienza. Come esempio di copy trading, supponiamo che ci sia stato un crollo del mercato interno in Brasile e che tu voglia aprire una posizione, esponendoti sul real brasiliano. Se pensi di non conoscere in maniera approfondita l’economia, la politica o le politiche economiche delle banche centrali brasiliane, al fine di prendere una decisione ponderata, potresti affidarti al copy trading e all’esperienza di un altro trader, che conosce molto bene i mercati brasiliani.

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Tre concetti per capire la sfida della trasformazione digitale https://www.albengacorsara.it/2021/03/08/tre-concetti-per-capire-la-sfida-della-trasformazione-digitale/ Mon, 08 Mar 2021 09:00:56 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=251509 ]]> di Sandro Zilli, Innovation Manager – Resp. Osservatorio AIDR Innovazione e Crescita Digitale | Qualunque imprenditore, manager o professionista, descrivendo oggi il settore in cui opera, direbbe che la situazione è “in evoluzione”, ma spesso questo tanto decantato “cambiamento” viene percepito come qualcosa che riguarda innanzitutto e soprattutto gli altri. Con la trasformazione digitale parlare di cambiamenti nel mondo delle imprese appare quasi una banalizzazione, ma questo è un errore che può costare caro a chi non riesce a comprenderne la portata e la rapidità. 

Essi si presentano rapidi e dirompenti, costringendo le organizzazioni di ogni settore a riconfigurarsi se non vogliono rischiare di sparire.

Tempo fa il fumettista e scrittore statunitense Ashleigh Brilliant, a proposito del cambiamento ha detto: “alcuni cambiamenti sono così lenti che non te ne accorgi, altri sono così veloci che non si accorgono di te”. Questa citazione rende bene l’idea della realtà in cui oggi operano le organizzazioni, che è sempre più mutevole e inafferrabile.

Nell’era digitale, essere reattivi e rapidi, rappresenta un aspetto decisivo poiché il cambiamento riguarda tutti i settori e spinge il business verso nuove dimensioni. Tale fenomeno espande i confini tradizionali delle aziende, rendendoli a tratti indefinibili e creando non pochi problemi a quei competitor che non sono in grado di adattarsi.

Per rispondere ai mutamenti imposti dalla trasformazione digitale, le imprese si trovano di fronte ad una svolta cruciale: rinnovare il proprio modo di fare business sviluppando una differente visione e un modello operativo che integri cultura, persone, processi aziendali e tecnologie abilitanti.

Anche una buona dose di creatività può risultare utile in questo scenario complesso, affinché si possa imparare a pensare fuori degli schemi e guidare le organizzazioni attraverso gli ostacoli del cambiamento, andando oltre la vision, il consueto rigore e le tradizionali discipline di management.

È logico pensare che coloro che in passato hanno investito in tecnologie e sviluppo delle competenze, possano risultare avvantaggiati nella risposta al cambiamento delle operations e dei modelli di business. Purtroppo, ciò non è comunque sufficiente, poiché tra le principali doti richieste ai manager oggi, vi è anche la capacità di comprendere e utilizzare i dati, al fine di cogliere indizi o segnali deboli che possano portare a individuare le trasformazioni in corso. In poche parole, dovranno capire i comportamenti del mercato, anche quelli apparentemente inspiegabili, per anticipare un futuro che inizia già a manifestarsi. Un compito di certo molto sfidante!

Per guidare le imprese al successo, è dunque fondamentale conoscere questo “environment” sempre più complesso e contraddistinto da fattori chiave riassumibili in tre concetti fondamentali: Exponential – Disruption – Leadership.

Proviamo a capire meglio il significato di queste tre parole e il loro impatto nel quadro di riferimento in cui operano le organizzazioni.

Exponential

Le organizzazioni attuali, dalle imprese alle istituzioni, hanno modelli organizzativi che fanno riferimento a strutture gerarchiche, basate su silos, con flussi decisionali top-down. Spesso, sono fondate sulla proprietà dei beni e gravate dalla scarsità di talenti, risorse e piattaforme tecnologiche. Praticamente uno schema organizzativo che risale al secolo scorso, un’epoca fatta di economie di scala, di stabilità e di prevedibilità. Sono soggetti strutturati su base lineare e dunque diametralmente opposti al paradigma esponenziale.

A causa di questa configurazione lineare, la maggior parte delle aziende, potrebbe essere incapace di tenere il passo rispetto ai rapidi cambiamenti in atto perché non preparata a dare risposte efficaci alle mutate esigenze dei clienti. Per restare competitivi nella discontinuità dei mercati globali, è dunque necessaria una transizione ad un modello esponenziale innovativo pensato per un mondo più aperto e trasparente, basato sull’abbondanza di dati, di tecnologie, di piattaforme, di informazioni, che rende obsoleto e irrilevante quello fondato sulla scarsità.

In pratica, la sfida per le imprese non è più la performance, ma la pertinenza, ovvero la capacità continua di adattarsi ai cambiamenti ripensando i modelli di business, la propria operatività e l’intera customer experience.

In sostanza, si è passati da una società dove l’asset principale era il capitale, ad una data-driven dove l’asset principale sono i dati. Le aziende che oggi valgono molto, non sono tanto quelle che generano cash flow, ma quelle che sfruttano la capacità di gestione e di utilizzo dei dati al fine di supportare decisioni strategiche, scoprire insight critici, differenziarsi e creare le condizioni ideali per ottenere un vantaggio competitivo.

Numerose ricerche evidenziano che le organizzazioni leader di mercato cambiano sempre più velocemente: la vita media delle Top 500 Fortune si è ridotta da 75 a 12 anni. Nei prossimi dieci anni si stima che il 40% di tutte le aziende della lista Fortune 500 spariranno a beneficio di nuovi soggetti più abili ad interpretare l’epoca in cui si trovano a fare business. Non c’è dubbio che in questa quarta rivoluzione industriale, avrà successo chi saprà far leva sulle tecnologie in accelerazione esponenziale come Big Data, IoT, Intelligenza artificiale, Cloud, etc.

Ed è proprio l’accesso all’informazione derivante da queste tecnologie che ora rende possibili nuovi modelli di business vincenti.

Disruption

La “Disruption”, è quella forza esterna che crea rottura col passato e nello status quo. Essa comprende tutti i cambiamenti che avvengono nel momento in cui le nuove tecnologie modificano sensibilmente le regole del business, la vita delle persone e della società nel suo insieme. Parliamo di tecnologie di rottura che influenzano il valore aggiunto, la value proposition di prodotti o servizi esistenti e che risultano di grande interesse in questo momento. Ne sono degli esempi startup come Uber, Spotify, Netflix, Airbnb che sono diventate nel giro di pochi anni, big company di successo planetario capaci di rivoluzionare i rispettivi mercati. La loro intuizione è stata quella di sfruttare le tecnologie in modi inusuali, creando modelli di business innovativi e implementando strategie di successo che le aziende tradizionali in precedenza non avevano preso in considerazione. Emblematico è il cambio di paradigma di Netflix rispetto a Blockbuster. Alcuni modelli di business, come ad esempio la Sharing e la Gig economy, che prima erano ritenuti non applicabili perché non economicamente sostenibili, sono ora diventati realtà dirompenti e di successo. Questo è accaduto grazie all’azione delle startup innovative che hanno saputo interpretare i cambiamenti socioculturali e rispondere in modo agile e tempestivo alle aspettative del mercato. La disruption si può manifestare in ogni momento, sia all’interno che all’esterno di un’organizzazione, in forme e modalità differenti, basti pensare ai fenomeni della Brexit, all’impatto del COVID-19, all’ingresso delle tecnologie esponenziali, all’azione dei competitor o alle variazioni delle preferenze dei clienti.

Qualunque sia l’avvenimento che l’azienda si trovi a dover affrontare, le viene richiesta sempre maggior capacità di adattamento e lungimiranza.

Leadership

I cambiamenti di cui abbiamo parlato portano fuori dagli schemi e riscrivono nuove regole, partendo dalle persone, passando per i processi per poi arrivare alle tecnologie abilitanti. È necessaria la consapevolezza che l’innovazione non si limita all’adozione di nuove tecnologie, ma si basa sulla significativa crescita culturale di tutto il capitale umano per superare gli ostacoli e le resistenze nel processo di trasformazione.

Questo passaggio è cruciale perché la sfida posta dalla disruption, è la creazione di un gioco di squadra tra chi ha il compito di definire i nuovi indirizzi del business e chi deve rendere effettiva ed operativa la strategia”.

Per avviare con successo il processo di trasformazione è necessario avere a bordo leader che abbiano una visione strategica e la voglia di rischiare, non ultimo, che siano capaci di vedere il prodotto lungo tutto il suo lifecycle. La leadership rappresenta la chiave per realizzare salti qualitativi nel sistema aziendale. Solo un leader orientato all’innovazione e alla creatività è in grado di vedere nel cambiamento nuove opportunità di guadagno e di successo per l’intera organizzazione.

Cosa dobbiamo aspettarci dal prossimo futuro?

L’ondata di cambiamento è oggettiva, concreta e inarrestabile, perché è spinta dalla trasformazione del cliente, il quale ha sviluppato comportamenti digitali in ogni aspetto della vita quotidiana. La chiave del successo sarà coniugare le dinamiche dell’exponential, della disruption e della leadership con nuovi mindest, strumenti e nuove competenze.

La trasformazione digitale abiliterà modelli più agili e flessibili, in grado di semplificare e velocizzare i processi per dare risposta alle necessità del mercato o dello specifico cliente. Tutto ciò, renderà possibile la creazione di nuclei di business interfunzionali, dove le singole persone saranno abilitate a progettare, decidere ed innovare. In pratica, non si farà più riferimento a processi rigidi e gerarchici, ma a delle procedure snelle che elimineranno i colli di bottiglia e a delle figure di riferimento abilitate a gestire il processo dall’inizio alla fine.

Questo nuovo modello sarà l’unico modo per affrontare l’atavico problema della mancanza di allineamento tra, aspettative del mercato e risposte delle imprese.

È dunque evidente che oggi la differenza rispetto al passato non è data dalla tecnologia ma dal digital mindset, dalle competenze e dalle conoscenze.

Questo ridisegnerà il volto delle organizzazioni e le cambierà drasticamente (come successo ad esempio per Facebook, Netflix, Uber, Google) restituendo centralità all’asset più versatile e importante di tutti: l’intelligenza collettiva delle loro persone.

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La digitalizzazione del settore culturale deve essere pensata a partire dalla sicurezza https://www.albengacorsara.it/2021/03/04/la-digitalizzazione-del-settore-culturale-deve-essere-pensata-a-partire-dalla-sicurezza/ Thu, 04 Mar 2021 09:05:45 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=251363 ]]> di Francesco Pagano, Consigliere Aidr e Responsabile servizi informatici Ales spa e Scuderie del Quirinale | Una parte fondamentale del piano Next Generation EU riguarda la digitalizzazione e, in particolare, il processo di ammodernamento a livello di Pubblica Amministrazione e istituzioni pubbliche. Nel settore culturale, questa prospettiva rappresenta sicuramente un’opportunità per accelerare (in alcuni casi avviare) l’introduzione di sistemi informatizzati per una migliore gestione del patrimonio, dei siti e della fruizione da parte de cittadini. Un’ottima notizia, che apre però a una serie di preoccupazioni.

Il rischio, infatti, è che in assenza di una accurata pianificazione l’occasione vada sprecata. Se l’obiettivo è quello di creare un sistema ampio e condiviso, la definizione delle strategie per la digitalizzazione nel settore culturale richiede di partire da una prospettiva che metta come priorità assoluta la sicurezza.

Dalla privacy alla resilienza ai cyber attacchi

A imporre una particolare attenzione per la cyber security nella pianificazione delle infrastrutture digitali sono due elementi. Il primo è legato al concetto di privacy e tutela dei dati dei cittadini. Uno degli ambiti di applicazione delle nuove tecnologie nel settore culturale, e in primis in quello museale, è quello della fruizione da parte del pubblico. La gestione delle prenotazioni e degli accessi comporta necessariamente il trattamento di dati personali. Un’attività estremamente delicata, che richiede la predisposizione di standard rigorosi e procedure che consentano di assicurare l’integrità dei dati trattati.

Non solo: l’utilizzo di strumenti di comunicazione “smart”, come la realtà aumentata, comportano forme di interazione con gli stessi dispositivi utilizzati dai visitatori per accedere ai contenuti digitali. In altre parole, gli amministratori dei sistemi digitali si troveranno a gestire quotidianamente una rete estremamente estesa e mutevole, in cui la gestione della sicurezza rappresenta una priorità assoluta. In condizioni del genere, infatti, gli effetti di un cyber attacco possono avere conseguenze estremamente gravi.

Dietro le quinte: garantire l’integrità del sistema

La precondizione per un efficace utilizzo dei sistemi digitali è la creazione di un sistema a livello nazionale che consenta l’aggregazione e l’analisi dei dati disponibili su larga scala. In altre parole, la massima efficacia del processo di digitalizzazione si ottiene nel momento in cui ogni soggetto si trasforma in un “nodo” che consente di mettere in comune i dati e di accedere al resto della rete. Un concetto che può apparire persino ovvio, ma che nel panorama attuale pone una serie di problemi sotto il profilo della cyber security. La mappa degli istituti museali nel nostro paese, infatti, è estremamente variegata e comprende, accanto a eccellenze che hanno investito in risorse e competenze per garantire la sicurezza dei sistemi informatici, molte (troppe) realtà che scontano un pesante ritardo in questo senso.

Affidandoci alla teoria per cui il livello di resilienza complessivo di una rete è pari a quello del suo punto più debole, il problema diventa evidente. Prima di raggiungere l’obiettivo di una gestione condivisa ed estesa dei sistemi informatici, sarà necessario assicurare un livello adeguato di sicurezza di tutti i nodi che fanno parte della rete. Un obiettivo, questo, che allo stato delle cose appare utopistico. Un possibile approccio al processo, di conseguenza, può essere quello di un’implementazione per gradi, che preveda la precisa definizione degli standard che gli enti devono sodisfare per poter “entrare” nel sistema.

L’importanza del fattore umano

A definire il successo di questo percorso saranno, oltre alle risorse stanziate, le modalità con cui verrà predisposto il quadro di cyber security nell’ambito culturale. Se l’implementazione di strumenti tecnici adeguati rappresenta il primo e più ovvio adempimento per centrare l’obiettivo, il vero discrimine riguarda la capacità di dotare tutti gli operatori del settore di quelle competenze che consentono un utilizzo consapevole degli strumenti informatici e, di conseguenza, il rispetto delle procedure di sicurezza. Si tratta di un compito di medio-lungo termine, che è bene approntare al più presto. Nel farlo, infine, sarà necessario tenere conto da subito delle previsioni che emergeranno nella nuova versione della direttiva europea e-Privacy, oggetto di negoziato proprio in queste settimane. Lavorare su un orizzonte diverso, infatti, ci esporrebbe al rischio di dover rifare tutto da capo.

Meglio, per una volta, pensarci prima.

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Turismo esperienziale negli agriturismi e “Adotta una cantina”, i format di successo di Regione Liguria https://www.albengacorsara.it/2021/03/03/turismo-esperienziale-negli-agriturismi-e-adotta-una-cantina-i-format-di-successo-di-regione-liguria/ Wed, 03 Mar 2021 17:24:21 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=251347 ]]> Ieri sera il battesimo su Clubhouse per Enoteca pubblica regionale, invitata da Roberta Garibaldi la nota esperta di turismo enogastronomico, per commentare i numeri di un fenomeno con dati in crescita. L’ultimo rapporto sul turismo enogastronomico, relativo all’anno precedente al Covid, confermano che il vino e il territorio restano un importante fattore di attrazione turistica: 56% degli italiani in viaggio aveva visitato negli ultimi tre anni un’azienda vitivinicola e il 44% partecipato a un evento a tema. Dati che derivano da un trend in crescita, se si raffrontano con quelli degli anni precedenti. La ricerca traccia poi il profilo dell’enoturista.

Dietro ogni prodotto di qualità certificata ci sono l’uomo e il territorio. Indissolubili e necessari, tutti da scoprire: soprattutto in una realtà come la Liguria, dove il paesaggio e le produzioni sono multiformi, come il clima e i panorami. L’unicità della Liguria, del resto è questione naturale: quanti altri luoghi al mondo hanno in pochi chilometri lineari spiagge sabbiose e montagne alpine? Lo stesso fil-rouge, la stessa varietà incredibile la possiamo incontrare anche nelle produzioni agro alimentari, nell’enologia, nelle certificazioni europee. E tutta questa meraviglia, questa tavolozza di sensazioni e di esperienze sono il nucleo e la forza di quel marketing turistico territoriale che rende la Liguria una meta unica per il turista gourmet o semplicemente desideroso di assaporare qualcosa di unico.

Regione Liguria ha sviluppato due format di successo, nel corso del 2020, che saranno potenziati nei prossimi mesi e costituiscono asset strutturali di un marketing turistico territoriale che fa leva sull’esigenza della domanda di vivere un turismo esperienziale a partire dall’identità di un territorio. Il vino è un fatto culturale che racconta di un luogo e dei suoi abitanti. Il turista vuole fare esperienze “di senso” e incontrare l’autenticità di una terra. Dietro ogni prodotto di qualità certificata ci sono l’uomo e il territorio. Indissolubili e necessari, tutti da scoprire.

Attraverso il progetto TERRAGIR3, sono state certificate 150 esperienze proposte da agriturismi, fattorie didattiche e aziende ittiche, una vera rete di aziende che può offrire un’accoglienza speciale e unica. Nei giorni scorsi sono stati installati nell’atrio di Palazzo Ducale a Genova e allo IAT di Alassio due postazioni multimediali che offriranno al pubblico la possibilità di andare alla scoperta dell’entroterra ligure puntando non solo su sapori, tradizioni e ricette, ma valorizzando una serie di proposte esperienziali. «Il progetto – spiega il vicepresidente e assessore all’agricoltura e marketing territoriale Alessandro Piana – ha portato a selezionare 54 tra aziende agricole, agriturismi e aziende ittiche in grado di proporre oltre 150 esperienze autentiche e di qualità, capaci di soddisfare le esigenze di golosi e curiosi dell’arte contadina e del mondo rurale. L’obiettivo è quello di promuovere il nostro territorio attraverso le diverse tipicità, puntando sul turismo sostenibile, di prossimità. Miriamo ad allargare la platea delle imprese aderenti, in modo da permettere a un numero sempre maggiore di realtà di essere valorizzate e conosciute, per potenziare l’offerta della nostra regione, in chiave di enoturismo e turismo enogastronomico».

“Adotta una cantina”, un progetto sviluppato con enoteca regionale, ha messo a sistema circa 50 strutture ricettive e altrettante cantine per proporre all’ospite un’esperienza “di senso” e rendere più agevole la conoscenza dei vini liguri e dei viticoltori, con l’obiettivo di far vivere al turista un viaggio esperienziale e immersivo tra vigneti, cantine e calici di ottimo vino. «Si tratta di un’iniziativa di rilancio, ideata nell’estate 2020, per contrastare il difficile momento e migliorare la conoscenza delle produzioni di qualità della nostra regione che sarà ripetuta anche quest’anno– ha affermato l’assessore al turismo Gianni Berrino – gli alberghi, infatti, avranno la possibilità di proporre all’ospite un’es, esperienza unica e di promuovere al tempo stesso il vino della Liguria, una delle eccellenze del nostro territorio. La valenza di questa collaborazione pertanto è duplice: far conoscere i vini e far scoprire agli ospiti degli hotel i luoghi incantati in cui sorgono i vigneti liguri».

E poi “Assaggia la Liguria”, brand che punta a creare eventi e momenti di piacere potendo contare su tre frecce al proprio arco: il basilico Genovese DOP, l’olio DOP Riviera Ligure e i vini DOC liguri, attraverso l’azione dei consorzi di riferimento e di enoteca regionale.

A fare da sintesi, e con l’obiettivo di fare della produzione agroalimentare il volano portante del turismo della regione, l’Agenzia di promozione “In Liguria” sta mettendo a sistema queste iniziative e progettando strategie di marketing turistico territoriale per incidere nel complesso processo decisionale che porta alla scelta di una vacanza e in cui il fattore decisivo è il carattere esperienziale della stessa. L’enoturismo e l’enogastronomia saranno la leva di sviluppo sostenibile del territorio e del turismo, in una chiave di competitività sui mercati domestici e internazionali, perché la tipicità è la cifra distintiva di una destinazione. Tutte le esperienze si trovano sul nuovo sito progettato in giugno 2020, e popolato da oltre 500 esperienze www.experienceliguria.it

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L’industria dei dati pubblici, il motore della riforma della Pubblica Amministrazione https://www.albengacorsara.it/2021/03/03/lindustria-dei-dati-pubblici-il-motore-della-riforma-della-pubblica-amministrazione/ Wed, 03 Mar 2021 08:27:15 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=251313 ]]> di Alessandro Capezzuoli, funzionario ISTAT e responsabile osservatorio dati professioni e competenze Aidr | Aperti, aggiornati, strutturati, machine readable e corredati dai metadati: i dati prodotti dalle Pubbliche Amministrazioni, per essere realmente utilizzabili, dovrebbero avere almeno queste caratteristiche. Sono decenni, ormai, che si sente parlare delle numerose possibilità offerte dai dati e delle ricadute, in termini di conoscenza e di benessere collettivo, conseguenti alla loro condivisione.

Eppure, nonostante nel settore privato sia evidente il valore attribuito ai dati, talmente elevato da essere “pagato” con un corrispettivo in servizi gratuiti di ogni tipo, il settore pubblico sembra ancora troppo inconsapevole delle potenzialità informative di cui dispone e impreparato rispetto alle politiche da attuare. In realtà, l’impreparazione è più che altro dovuta a una specie di ostruzionismo burocratico e formale che impedisce di definire degli accordi snelli e veloci tra le amministrazioni. Per questo, la condivisione dei dati, prima di arrivare alle questioni tecnologiche riguardanti la cooperazione applicativa, viene ostacolata da protocolli d’intesa manzoniani firmati e controfirmati da dirigenti, direttori e presidenti, che, nel migliore dei casi, richiedono mesi di tempo per essere formalizzati. Nel peggiore, le trattative terminano con un nulla di fatto. C’è stato un periodo, circa quindici anni fa, in cui parlare di condivisione e open data andava di moda: chiunque si lanciava in riflessioni fantasiose e proiezioni spericolate di ogni tipo, a volte veniva perfino interpellato chi ne sapeva realmente qualcosa e che, proprio per questo motivo, è stato escluso dai consessi importanti.

Poi, la moda è passata e la questione open data è stata considerata più o meno risolta. Anche perché si è palesata una parola sicuramente più comunicativa, misteriosa e affascinante, il termine “big”, che ha avuto il potere di arrestare il processo di diffusione e di condivisione dei dati: tutto si è fermato ad alcune esperienze virtuose e a qualche file di testo che ancora resiste, eroicamente appeso alle pagine di un sito dimenticato, come una vecchia canottiera a costine stesa sui fili arrugginiti di una casa abbandonata. Come spesso accade, la normativa esiste ed è chiara: l’articolo I del CAD prevede che i dati aperti debbano essere:

  • disponibili con una licenza o una previsione normativa che ne permetta l’utilizzo da parte di chiunque, anche per finalità commerciali, in formato disaggregato;
  • accessibili attraverso le tecnologie digitali, comprese le reti telematiche pubbliche e private, in formati aperti e provvisti dei relativi metadati;
  • resi disponibili gratuitamente attraverso le tecnologie digitali, oppure resi disponibili ai costi marginali sostenuti per la loro riproduzione e divulgazione (salvo quanto previsto dall’articolo 7 del decreto legislativo 24 gennaio 2006, n. 36).

A dispetto delle norme, però, la situazione reale è ben diversa. In primo luogo perché all’interno delle PPAA non sembrano esserci molte persone che conoscano approfonditamente i dati e il loro ciclo di vita e siano in grado di attuare strategie di condivisione stabili e di lungo periodo. I dati prodotti e condivisi dalle istituzioni, almeno di quelle che fanno parte del Sistema Statistico Nazionale, dovrebbero garantire la qualità, la completezza dei metadati e il rispetto degli standard internazionali di diffusione. Per produrre dei dati con queste caratteristiche, occorre industrializzare il processo di produzione e fare in modo che la diffusione non sia il compito di qualche volenteroso che inserisca manualmente un file di testo su uno dei tanti portali, ma la conclusione di un flusso informativo che passi per la raccolta, la validazione, l’archiviazione, la pubblicazione e, possibilmente, la visualizzazione.

Costruire “l’industria dei dati pubblici” è molto oneroso e impegnativo: la pandemia ha dimostrato ampiamente l’impreparazione del sistema Paese, soprattutto in una situazione di emergenza, nella costruzione di una metodologia di raccolta rigorosa e affidabile e di un sistema di validazione e di condivisione trasparente e strutturato. Questi limiti, in una condizione di normalità, devono spesso fare i conti anche con la duplice anima delle istituzioni, che producono contemporaneamente dati di flusso e dati di stock. I due processi produttivi, pur avendo degli elementi comuni, sono governati da logiche molto diverse e richiedono l’impiego di metodologie e di tecnologie differenti per quanto riguarda le fasi di validazione, di diffusione e di visualizzazione. I dati di stock sono trattati attraverso l’impiego di tecniche consolidate e vengono aggregati con lo scopo di descrivere un certo fenomeno nella sua interezza, i dati di flusso descrivono l’evoluzione temporale di un fenomeno e, oltre a essere numericamente più consistenti, hanno delle specificità che richiedono trattamenti e tecniche di validazione e di diffusione diverse dai dati di stock, anche in relazione al GDPR. La validazione dei dati di stock, generalmente riferiti a un intero anno, richiede molto tempo in quanto gli archivi si devono consolidare e il processo scientifico per garantirne la qualità è molto oneroso: questo vincolo non consente di avere dati aggiornati in tempo reale, ma permette di descrivere i fenomeni con molta precisione. La validazione dei dati di flusso segue un iter molto diverso, attraverso il quale non è al momento possibile garantire la stessa qualità dei dati di stock, ma in compenso risponde al bisogno crescente di numerosi ambiti di ricerca.

C’è poi una questione delicata che riguarda la distinzione tra i dati di sintesi e i dati puntuali: i primi possono essere trattati e condivisi senza vincoli particolari, i secondi, nella maggior parte dei casi, sono soggetti alla regolamentazione sul trattamento dei dati e impongono numerosi limiti non solo alla diffusione ma anche al trattamento e all’analisi da parte dei ricercatori.

Superato lo scoglio organizzativo e metodologico, che già di per sé rappresenta un limite notevole, c’è da affrontare la questione politica. Nonostante i proclami e le linee guida (molto spesso ignorate) dell’AGID, le pubbliche amministrazioni sono ancora dei feudi nei quali regnano le regulae societatis dei gesuiti, ovvero l’obbedienza incondizionata alle volontà dei superiori gerarchici e la negazione dell’evidenza, attraverso l’omissione della diffusione della conoscenza, per indirizzare il pensiero per mezzo di ordini precisi dettati dalla Divina Provvidenza, che, chissà perché, ha sempre sembianze molto umane. Questo aspetto rende gli archivi delle istituzioni assimilabili a dei fortini inespugnabili, protetti da un recinto chiamato “privacy”, che ne legittima di fatto l’isolamento.

Se è vero che negli ultimi anni la collaborazione tra istituzioni è stata rafforzata, e alcuni archivi, soprattutto stock, sono stati condivisi, è altresì vero che le metodologie adottate per la condivisione dei dati sono assolutamente inadeguate rispetto ai mezzi disponibili e fanno ricorso ancora a vecchi e insicuri metodi di trasferimento manuali (upload o FTP). In altre parole, non esiste una governance nazionale che definisca strategie, metodi e infrastrutture di condivisione, esistono più che altro prassi sedimentate che non tengono conto delle evoluzioni del mondo e della tecnologia e, soprattutto, della necessità di creare un’industria dei dati pubblici. Eppure, le pubbliche amministrazioni dispongono di patrimoni informativi ricchissimi, che vanno dalle caratteristiche dei singoli individui ai dati economici, dai fabbisogni di personale ai bilanci, dalle competenze alle professioni svolte, attraverso i quali sarebbe possibile attuare consapevolmente tutte le riforme di cui il Paese ha bisogno. Il rinnovamento della PA passa attraverso un reclutamento del personale più efficace e consapevole, un’erogazione dei concorsi pubblici fluida e trasparente, una valorizzazione del merito, della conoscenza e dell’esperienza dei lavoratori, un’ottimizzazione delle spese e degli assetti organizzativi attraverso l’attuazione di politiche sul lavoro sostenibili in termini economici, produttivi e ambientali.

È difficile, se non impossibile, immaginare una riforma che, ancora una volta, ignori il valore dei dati e faccia ricorso alla volontà della Divina Provvidenza. Se è proprio necessario arrendersi all’idea che la salvezza degli uomini non sia frutto del contributo di ciascun individuo al benessere della collettività, ma una specie di miracolo compiuto da uno dei tanti salvatori della Patria, molto cari alle masse, tanto vale identificare il salvatore nei dati e non in un santone improvvisato che dispensi l’elisir delle riforme perfette.

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Festival di Sanremo, Amadeus a Radiotube su Radio 24: non fare il Festival, sarebbe stato “un danno anche psicologico, morale, la perdita di un patrimonio” https://www.albengacorsara.it/2021/02/27/festival-di-sanremo-amadeus-a-radiotube-su-radio-24-non-fare-il-festival-sarebbe-stato-un-danno-anche-psicologico-morale-la-perdita-di-un-patrimonio/ Sat, 27 Feb 2021 17:04:57 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=251131 ]]> Un Festival che si doveva fare e che si farà al meglio. È il racconto di Amadeus, ospite di Marta Cagnola a Radiotube su Radio 24, a pochi giorni dalla partenza del Festival di Sanremo. Immaginare di non fare il Festival, spiega, sarebbe stato un danno: “Non solo un danno per la musica, per la discografia, per i musicisti: questo è chiaro agli occhi di tutti. Sarebbe stato un danno anche psicologico, morale, la perdita di un patrimonio che appartiene a tutti: è giusto che ci sia. Un domani vedremo le immagini del 2021, del teatro con la platea vuota, e ci faranno commuovere”.

Sanremo non si poteva fermare, anche per anche per ragioni economiche, “Molti pensano se non avessimo fatto il Festival,  – commenta il direttore artistico del Festival a Radiotube su Radio 24 – avremmo potuto destinare il budget alle persone in difficoltà, magari si potesse, ma purtroppo non funziona così. Gli investitori investono proprio sulla kermesse e anche quest’anno hanno investito molto. In partenza gli sponsor hanno aderito tutti se avessimo avuto altri spazi da pubblicizzare avrebbero investito di più, perché evidentemente anche le aziende hanno bisogno di visibilità”.

Il prossimo Sanremo, che parte martedì sera, è stato realizzato concretamente a partire dalle misure contenute nel protocollo Rai approvato dal Cts, ai primi di febbraio. “Ho cominciato a lavorare al festival a metà maggio e pensavo che oggi saremmo stati fuori dalla pandemia, magari non completamente, ma fuori da questa situazione – confessa Amadeus a Radio 24 – poi i mesi passavano e a un certo punto ho visto che tutto è precipitato e in brevissimo tempo”. 

In molti lo hanno attaccato in questi ultimi mesi e a un certo punto, ammette, ha dovuto prendere un momento per riflettere con calma. “Nel momento in cui stavano cadendo i pezzi di tutto quello che noi avevamo pensato, però, mi hanno mandato dall’Ariston la foto dei 300 operai che stavano ultimando il palco e ho avuto un colpo al cuore. Mi sono detto che quelle persone avevano lavorato instancabilmente tutti i giorni per realizzare qualcosa di bello. Lì ho detto: si deve andare avanti in base a quello che possiamo fare, ma lo facciamo al meglio” – continua Amadeus da Marta Cagnola su Radio 24 – “Ogni momento – conclude – è un momento che mi voglio gustare. A volte penso che vorrei avere qualcuno che mi seguisse per filmarmi: non per fare un docufilm, ma per conservare i ricordi e darli un giorno ai miei figli”.

Non fare il Festival, sarebbe stato “un danno anche psicologico, morale, la perdita di un patrimonio” – Amadeus, ospite di Marta Cagnola a Radiotube su Radio 24
Destinare il budget del festival alle persone in difficoltà? “magari si potesse, ma purtroppo non funziona così” – Amadeus, ospite di Marta Cagnola a Radiotube su Radio 24
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Liguria, al via il 23 marzo il nuovo bando per settore audiovisivo da 700 mila euro https://www.albengacorsara.it/2021/02/25/liguria-al-via-il-23-marzo-il-nuovo-bando-per-settore-audiovisivo-da-700-mila-euro/ Thu, 25 Feb 2021 16:34:03 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=251037 ]]> “Aprirà il 23 marzo, e sarà attivo fino al 23 aprile 2021, il nuovo bando regionale da 700 mila euro a sostegno delle produzioni audiovisive” ha riferito l’assessore allo Sviluppo economico Andrea Benveduti a margine dell’approvazione della delibera in giunta regionale.

Possono presentare domanda le piccole, medie e grandi imprese di produzione audiovisiva, cinematografica e televisiva italiane, europee o extraeuropee, che intendano realizzare almeno il 30% dei giorni di riprese sul territorio regionale o effettuare almeno il 20% della spesa preventivata in Liguria. “Questo nuovo intervento è mirato non soltanto a portare la bellezza della Liguria in giro per il mondo, ma soprattutto per avere un immediato ritorno economico e occupazionale sul nostro territorio” spiega l’assessore.

L’agevolazione del bando, che rientra nell’asse 3 del Por Fesr Liguria 2014-2020, è concessa sotto forma di contributo a fondo perduto, a copertura variabile dell’investimento (dal 35% al 60%) in relazione al punteggio attribuito. “Ricordo – aggiunge Benveduti – che si tratta del quarto bando dedicato al settore. Mi preme però rassicurare anche i richiedenti delle misure precedenti, circa l’elaborazione in tempi brevi delle graduatorie in attesa. È ferma la volontà regionale di finanziare tutte le domande che riceveranno esito positivo”.

Le domande devono essere redatte esclusivamente online al sistema “Bandi on line” di Filse, dal 23 marzo al 23 aprile 2021.

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Big Data: porre le domande giuste per capire il futuro che si manifesta https://www.albengacorsara.it/2021/02/20/big-data-porre-le-domande-giuste-per-capire-il-futuro-che-si-manifesta/ Sat, 20 Feb 2021 08:49:11 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=250828 ]]> di Sandro Zilli, Responsabile Osservatorio Innovazione e Crescita Digitale Aidr | C’è un’ondata di cambiamento oggettiva e concreta, non semplicemente dichiarata e inarrestabile, che è mossa dalla trasformazione del cliente, il quale tende ad avere comportamenti talmente digitali nella sua vita normale che non è più pensabile che possa averne di completamente diversi nella sua vita di tutti i giorni.

In un’era in cui l’informazione è diffusa e accessibile a costo zero, i consumatori vivono ormai in una realtà digitale dalle aspettative immediate. In un mondo basato sulle tecnologie esponenziali, ogni cosa, dalla ricerca di informazioni, alle transazioni commerciali, al feedback di marketing, genera dati a una velocità impressionante. Riuscire a trasformare questi dati in informazioni fruibili in tempo reale sempre più spesso fa la differenza tra acquisire quote di mercato oppure perdere clienti a vantaggio dei concorrenti.

È ormai evidente che all’interno delle organizzazioni i dati non sono marginali ma tendono a diventare un fattore determinante per prendere decisioni, scoprire insight critici, differenziarsi e creare le condizioni ideali per ottenere un vantaggio competitivo in un mercato globale, sempre più turbolento e altamente concorrenziale. L’informazione è dunque determinante per orientarsi e capire prima degli altri il futuro che si manifesta, nelle sue forme e traiettorie sempre più divergenti.

Il rovescio della medaglia consiste nel problema che i dati, da soli, non sono informazioni efficaci. Per poter trasformare i dati grezzi in insight vantaggiosi, sono necessarie piattaforme e algoritmi di analisi sempre più potenti e performanti gestite e orientate da personale competente: comprendere, relativizzare e applicare il pensiero critico ad oggi sono ancora prerogative dell’uomo. Senza l‘abilità umana di leggere i dati, capire nuove correlazioni e captare gl’indizi e segnali deboli, le informazioni prodotte possono essere inutili se non addirittura fuorvianti. A tal proposito, nel mercato attuale, tra le competenze più richieste ai manager vi è la capacità di analisi e l’utilizzo dei dati. Essere in grado di elaborare una strategia di successo a partire da un’analisi predittiva dei dati, individuare segnali che possono portare all’identificazione di processi in essere, comprendere i fenomeni del mercato (anche quelli più inspiegabili), rappresenta un valore aggiunto ed una forte discriminante per ottenere un ruolo ai vertici delle organizzazioni.

I dati, dunque, misurano fenomeni e per molto tempo le potenziali informazioni che da essi derivano sono rimaste trascurate. Comprendere appieno il potenziale dei dati può accelerare i processi e le prestazioni mentre si guida l’innovazione. La sfida dunque, non è conoscere molte risposte, bensì saper fare le domande giuste. La statistica è nelle macchine, negli algoritmi, nei modelli ma se poniamo domande sbagliate le macchine ci offrono risposte sbagliate.

Prendere quindi confidenza con le tecnologie e con la tecnica permette di stabilire criteri giusti per selezionare soluzioni efficaci per la propria organizzazione fornendo un notevole vantaggio competitivo: comprendere ed elaborare i dati dà infatti accesso ad una ricchezza inestimabile, sia per le aziende che per la società.

La comprensione dei dati è per tutte le aziende, anche quelle piccole, un supporto nella comprensione delle necessità del cliente ed è la strada maestra per ottimizzare la propria offerta e rispondere con più velocità e precisione ai bisogni del mercato ottenendo anche maggiore stabilità in termini finanziari e strategici poiché si riduce significativamente il rischio di commettere errori.

Dal lato cliente, i Big Data sono generati automaticamente dagli utenti stessi e quindi non c’è bisogno né di sforzo, né di strategia, ma si possono semplicemente “godere” i frutti dell’analisi delle informazioni prodotte; in questo modo le aziende raccolgono i dati che permettono loro di interpretare in maniera più accurata i desideri del cliente, configurando un approccio “customer centric” delle attività per ascoltare il proprio target e capirne bisogni e comportamenti.

BIG DATA E IOT

Quando si parla di Big Data non si possono tralasciare i dati provenienti dall’Internet of Things, ovvero quei dati generati dai dispositivi connessi, che rappresentano una delle opportunità di maggior rilievo per diversi settori. Dal retail, alla mobilità, passando per la logistica e il manufacturing, le aziende, attraverso la moltiplicazione dei dispositivi connessi, sempre più sofisticati anche grazie al contributo dell’Intelligenza Artificiale, possono oggi raccogliere tantissime informazioni sul funzionamento dei dispositivi e sulle persone che li utilizzano.

Un esempio su tutti è rappresentato dalla manutenzione predittiva! Attraverso dei sensori, generatori di enormi quantità di dati, le piattaforme predisposte possono verificare lo stato di salute dei macchinari e dei dispositivi, al fine di rilevare eventuali anomalie, predire eventuali malfunzionamenti e quindi risolverli prima che diano luogo ad avarie e blocchi nella produzione del bene o del servizio. Tutto ciò è possibile grazie al monitoraggio e l’elaborazione dei dati provenienti dalla misura delle vibrazioni anomale, la termografia, l’uso della tecnica degli ultrasuoni per rilevare dispersioni elettriche, etc…

IL MODELLO DATA DRIVEN

È dunque evidente che la raccolta e l’analisi dei dati diventano oggi sempre più importanti per definire la strategia di un’azienda. Acquisire una comprensione di alto livello delle informazioni aziendali, favorisce la creazione di partnership con clienti e fornitori rendendole solide, genera stabilità nel fatturato, consente di tagliare i costi, investire sui talenti interni e acquisire un vantaggio in termini di business.

Un’azienda basata sull’informazione è un’organizzazione che coltiva la cultura dell’utilizzo continuo dei dati per prendere tutte le decisioni aziendali. Tutti i reparti e le persone dell’azienda hanno accesso ai dati e sono incoraggiati a considerarli ed esaminarli nelle loro attività quotidiane e nel processo decisionale.

Si tratta perciò dell’acquisizione di un mindest data driven che ponga il dato come un pilastro strategico del business e non come un fattore tecnico da gestire. Avere un approccio data driven, significa farsi supportare dai dati, per prendere decisioni informate, basate su fatti oggettivi e non su percezioni personali. In pratica una modalità che permette di utilizzare un’accurata analisi di dati e informazioni (effettuata sia in un’ottica di monitoraggio e di indagine che predittiva), per effettuare le scelte cruciali per l’organizzazione e per aiutare il management a capire i segnali deboli di come inizia a manifestarsi il futuro.

La trasformazione in data-driven company non può dunque avvenire con la sola tecnologia, ma con un percorso di cambiamento culturale che introduca nuovi mindset in grado di portare la cultura del dato a tutti i livelli aziendali. Nell’era della conoscenza, i vari reparti aziendali come il sales, il marketing, le risorse umane, le operations, etc, devono lavorare in sinergia con il team dedicato agli analytics favorendo la concretizzazione di business model innovativi con al centro dati e informazioni.

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Recovery plan: le risorse per la PA digitale https://www.albengacorsara.it/2021/02/15/recovery-plan-le-risorse-per-la-pa-digitale/ Mon, 15 Feb 2021 08:15:35 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=250586 ]]> di Enrica Cataldo, Socio AIDR (Associazione Italian Digital Revolution) | Uno dei tre assi strategici del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza riguarda la digitalizzazione e l’innovazione del settore pubblico, grimaldelli decisivi per innescare il rilancio economico del Paese, la cui portata non è mai stata così amplificata come durante questa tragica pandemia.

L’impegno è quello di cambiare la Pa in chiave digitale. A questo si accompagna l’obiettivo di accelerare i tempi della giustizia e di favorire la diffusione di piattaforme, servizi digitali e pagamenti elettronici presso le pubbliche amministrazioni e i cittadini.

Come è noto, il Piano si articola in sei missioni che individuano aree omogenee di intervento. Ogni missione si struttura in componenti funzionali alla realizzazione degli obiettivi economici e sociali voluti dal Governo, e ciascuna componente, a sua volta, è declinata in linee progettuali coerenti.

La prima missione del Piano, denominata “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”, è organizzata in tre componenti e si pone lo sfidante obiettivo di modernizzare sia il comparto pubblico che la filiera produttiva privata.

In particolare, la sua prima componente, “Digitalizzazione e modernizzazione della PA”, ha la finalità di trasformare il settore pubblico e di riformarlo in maniera strutturale dotandolo di infrastrutture moderne, interoperabili e sicure.

Un obiettivo indubbiamente molto ambizioso al quale si intende arrivare mediante l’adeguamento delle infrastrutture necessarie per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione e la riqualificazione delle competenze dei dipendenti pubblici, in un’ottica di semplificazione e di “sburocratizzazione” dei processi.

La linea progettuale dedicata all’innovazione della PA fa parte della prima componente della prima missione del Piano. Nell’ambito della prima componente, infatti, viene dato spazio ad un vasto programma di innovazione rivolto alla creazione di una PA qualificata come: capace, competente,semplice e smart. La linea progettuale si articola in quattro investimenti e può contare su un budget complessivo di 1.500 milioni di euro.

Il primo investimento mira a rendere la PA capace e si concentra sulla riorganizzazione delle modalità di reclutamento del capitale umano, particolarmente urgenti dopo anni di blocco dei turn over, sicchè si giunga ad assumere personale con competenze professionali adeguate.

Le azioni suggerite prevedono il ripensamento dei modelli per l’analisi dei fabbisogni e delle competenze, l’avvio di una nuova stagione concorsuale che punti ad una programmazione periodica delle selezioni pubbliche e ricorra a modelli selettivi, in uso presso le istituzioni europee, che contemplino anche la valutazione delle soft skills , la realizzazione di un piano organico di assunzioni di personale a tempo determinato, la creazione di un “Portale del reclutamento” nazionale.

Per ottenere una PA competente il secondo investimento comporta una strategia di fortificazione del capitale umano che si basa su meccanismi di crescita delle competenze e delle motivazioni dei dipendenti pubblici e su percorsi di valorizzazione della professionalità. Diventa indispensabile uscire dalla logica dell’adempimento, guardare al risultato nel convincimento che è dalla condivisione degli obiettivi che si ottengono le performance migliori.

La tanto invocata riforma della dirigenza pubblica con il rafforzamento del ruolo e delle competenze dei dirigenti, un nuovo sistema di formazione continua, il lavoro agile e le nuove forme di organizzazione del lavoro pubblico finalizzate all’ incremento della produttività individuale, sono alcune delle azioni suggerite per ottenere i risultati attesi.

Con il terzo investimento si potrà dar vita ad una PA semplice e connessa le cui leve saranno la semplificazione delle procedure amministrative e la digitalizzazione dei processi, capace di offrire servizi pensati sulle reali esigenze di cittadini e disegnati in una logica che pone il cittadino utente al centro. La mappatura dei procedimenti amministrativi e l’interoperabilità dei flussi documentali tra le amministrazioni sono designate quali punti di partenza indifferibili per determinare un effettivo cambiamento nei comportamenti. La principale debolezza è rappresentata proprio dalla cifra dello stanziamento, pari a 480 milioni, che appare non esaustiva rispetto alle esigenze dell’intero comparto pubblico.

Il quarto ed ultimo obiettivo punta alla creazione di una PA smart e prevede la realizzazione, anche attraverso il recupero di beni demaniali, di poli tecnologici territoriali delle amministrazioni pubbliche (PTA), secondo modelli innovativi, con spazi di co-working e smart working, di poli di innovazione tecnologica e di centri di formazione e di erogazione di servizi pubblici.

È questo, senz’altro, uno degli aspetti più sensazionali della parte del Piano dedicata alla PA.  Il lavoro da remoto e la riorganizzazione dei lay-out rimandano ad una visione distopica, ma allo stesso tempo a portata di mano, in cui l’”ufficio condiviso” si sostituisce a quello tradizionale, con conseguente ottimizzazione nell’uso delle risorse e nella flessibilità dei tempi.

La collocazione dell’ufficio più vicina ai lavoratori e agli utenti diventa un acceleratore di innovazione e di professionalità, modifica i territori e favorisce il recupero intelligente delle periferie delle città e dei borghi del Paese, con ricadute significative sulla decongestione del traffico e dell’inquinamento.

Chi sa che, con visionario ottimismo, non si possa immaginare in un futuro ormai prossimo che la crescita esponenziale della produttività individuale sia fortificata dal “genius loci”, ovvero dal potente legame che si instaura tra l’individuo e il suo territorio.

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Boom dei social e dell’e-commerce, il report Digital 2021 e il vademecum per le aziende https://www.albengacorsara.it/2021/02/13/boom-dei-social-e-delle-commerce-il-report-digital-2021-e-il-vademecum-per-le-aziende/ Sat, 13 Feb 2021 09:01:48 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=250515 ]]> di Valentina Palmieri, giornalista e socio AIDR | Una linea di demarcazione netta, tra prima e dopo annus horribilis. Dentro una pandemia che stravolto usi e consumi, proiettando la nostra società su una dimensione digitale. La conferma arriva dai dati del report Digital 2021, pubblicato da We Are Social in collaborazione con Hootsuite.

Il rapporto fotografa l’andamento del consumo di internet in primis e delle piattaforme social. Una guida, oggi più che mai da leggere e seguire scrupolosamente per aziende, istituzioni, professionisti, associazioni, che vogliano capitalizzare la propria presenza on line e non lasciarsi spazzare via dalla crisi. Un dato su tutti basterebbe per illuminare anche i più riottosi. Oltre 50 milioni di italiani connessi ad internet nel 2020, 1 milione in più rispetto all’anno precedente. Un incremento ancora più marcato se si guardano i consumi delle piattaforme social, 2 milioni in più in un anno e 41 milioni di utenti presenti nella galassia formata da Facebook, WhatsApp, Youtube.

Il tempo trascorso online, complice le regole del distanziamento sociale, è stato pari quasi a quello che abbiamo trascorso a dormire: 6 ore su internet e due ore sui social la media giornaliera in Italia. Cosa si fa mediamente davanti alla tastiera, pardon davanti allo smartphone, considerando che le connessioni sono sempre più da mobile? Sempre secondo il report Digital, pur confermando la supremazia dell’uso di internet per la ricerca di informazioni, nel 2020 la rete è stato il collante che ha tenuto insieme più generazioni, dalla Z passando per i millennials fino a coinvolgere i ragazzi con i capelli d’argento.

La socialità online si è tradotta in una crescita del consumo delle piattaforme social in maniera trasversale. Cresciuto di 4 punti percentuali, infatti, il numero di persone che hanno dichiarato di aver partecipato attivamente al dialogo online, passando dall’81% all’85%. Sulle preferenze in merito alle piattaforme, la grande novità sta nella crescita di Tik Tok, il social più discusso degli ultimi mesi resta comunque molto distante dal Triunvirato: Youtube, WhatsApp e Facebook, rispettivamente primo, secondo e terzo canale più usato da oltre l’80% degli utenti.

La socialità, diventa elemento fondamentale non solo come momento di svago, ma soprattutto nel processo di acquisto in rete. Sì, perché il report Digital 2021, evidenzia ancora una volta quanto influisca nel customer journey, il parere e il coinvolgimento di altri utenti. Si cerca il prodotto, si consultano le offerte, ma prima di procedere con la conferma aggiungi al carrello, si resta in rete, per controllare recensioni, giudizi e perché no, per dare uno sguardo ai tutorial. A proposito di prodotti, è stato l’ecommerce il grande protagonista dell’anno appena trascorso: circa 33milioni di persone hanno effettuato acquisti online, con una percentuale di crescita del 24% e picchi altissimi proprio nel periodo antecedente al Natale. Certo la crescita nel prossimo futuro, una volta passata la pandemia, forse non segnerà punte così alte, ma le abitudini di acquisto sono definitivamente cambiate. Non vale neanche l’alibi del target di riferimento per smorzare i toni, le propensioni all’acquisto, secondo il report, sono piuttosto simili per tutte le fasce d’età dai 16 ai 64 anni.

Se questo è il quadro, come bisogna muoversi? Presenza in primis, con 50 milioni di persone online e 41 sui social, non si può pensare di non presidiare le piattaforme. Le persone ci sono e forse con un po’ di fortuna stanno già parlando di un prodotto o un servizio che l’azienda vuole proporre, perché lasciare che siano altri ad entrare nel circuito delle informazioni, o a parlare a nome della nostra azienda? Spesso si confonde la presenza online con il desiderio di rappresentarsi, costruendosi un’immagine che non ci rispecchia. Online un peccato del genere è mortale, perché se e vero come è vero che la realtà è digitale, non bisogna mai dimenticare, che il web e social sono popolati da persone reali. Esserci dunque e poi raccontarsi, dosando le parole e anche il numero di post da immettere nel circuito “cum grano salis”, perché i social sono dei ponti tra aziende ed utenti, e il rapporto vale solo se entrambe le parti mostrano la uguale attenzione nel dare e ricevere notizie, senza voler entrare a gamba tesa dentro una conversazione, né imporci con adv non pertinenti.

Il digitale è davvero una opportunità, perché consente ad ogni azienda di superare i confini fisici per entrare nel mercato globale e la pandemia lo ha dimostrato. Ciò che forse non abbiamo saputo cogliere, almeno fino a qualche mese fa è che “I mercati sono conversazioni… Le conversazioni tra esseri umani suonano umane. E si svolgono con voce umana”. Le tesi del Clutrain Manifesto, del lontano 1999, oggi suonano più attuali che mai, ed è arrivato davvero il momento di metterle in pratica.

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“Digital Excess”, governare l’uso eccessivo della tecnologia digitale https://www.albengacorsara.it/2021/02/11/digital-excess-governare-luso-eccessivo-della-tecnologia-digitale/ Thu, 11 Feb 2021 09:23:48 +0000 https://www.albengacorsara.it/?p=250399 ]]> di Vito Coviello Socio AIDR e Responsabile Osservatorio Tecnologie Digitali nel settore dei trasporti e della logistica | Potrebbe apparire una contraddizione soffermarsi su temi quali l’uso eccessivo del digitale e l’abuso di tale tecnologia in questa fase storica dove tutti, proprio tutti, sono impegnati nella diffusione della digitalizzazione.

L’espansione della digitalizzazione in ogni settore, per quanto sia un processo ancora lungo da completare, ha dato origine anche a nuovi termini. Per indicare una disparità nella possibilità di accesso a internet, usiamo le parole digital divide. Per distinguere la modalità di lavoro non vincolato da luogo od orari dalla forma tradizionale di prestazione lavorativa resa nella sede aziendale, ci serviamo dei termini smart working o lavoro agile. Non è stato però ancora coniato né condiviso un termine per indicare l’uso eccessivo e l’abuso delle tecnologie digitali: proporrei di chiamarlo “digital excess”. Rientra nel digital excessive use, per esempio, l’eccessivo utilizzo di internet, smartphone, social network, gaming, che possono causare Disturbi da Deficit di Attenzione/Iperattività e altre patologie. Rientra invece nell’ excessive digital supply, l’offerta di servizi digitali che non rispettano in tutto o in parte la normativa vigente.

La difficoltà maggiore sta però proprio nella regolamentazione e nel monitoraggio dei “digital excess”. La gran parte dei Paesi Ue ed Extra UE sta lavorando già da diversi anni per regolamentare quanto sopra, ma non è affatto semplice. Le Nazioni Unite hanno creato l’Internet Governance Forum  per favorire il confronto e il dibattitto tra tutte le parti interessate al fine di discutere, scambiare informazioni e condividere iniziative inerenti alla Governance di Internet. Quasi tutti i Paesi hanno cercato nel tempo di adeguare le leggi e i regolamenti alla realtà in continua espansione del mondo digitale con la consapevolezza che quest’ultimo non è in contrapposizione con il mondo reale pur non essendo “fisico”.
L’unione europea con il Digital Services Act e il Digital Markets Act che comprendono un unico insieme di nuove regole applicabili in tutta l’UE, sta cercando di creare uno spazio digitale più sicuro e più aperto, con i valori europei al centro.

Il DSA e DMA hanno due obiettivi principali:

  1. creare uno spazio digitale più sicuro in cui siano tutelati i diritti fondamentali di tutti gli utenti dei servizi digitali
  2. stabilire condizioni di parità per promuovere l’innovazione, la crescita e la competitività, sia nel mercato unico europeo che a livello mondiale.

Tutte le iniziative sopra citate vanno nella giusta direzione di regolamentare, promuovere innovazione e tutelare i diritti fondamentali degli utenti dei servizi digitali. Il cammino però è ancora lungo perché occorre armonizzare tutte le costituzioni, le leggi i regolamenti e gli usi di tutti i Paesi per tutelare le persone fisiche e giuridiche nel digitale almeno con pari garanzie rispetto a quelle assicurate quando il digitale ancora non c’era o era solo agli inizi.

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