{"id":109867,"date":"2013-04-07T23:09:09","date_gmt":"2013-04-07T21:09:09","guid":{"rendered":"http:\/\/albengacorsara.it\/2013\/04\/07\/tesori-in-fondo-al-mare-il-relitto-b-di-albenga\/"},"modified":"2019-08-22T20:04:46","modified_gmt":"2019-08-22T18:04:46","slug":"tesori-in-fondo-al-mare-il-relitto-b-di-albenga","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.albengacorsara.it\/corsara\/2013\/04\/07\/tesori-in-fondo-al-mare-il-relitto-b-di-albenga\/","title":{"rendered":"Tesori in fondo al mare: il relitto B di Albenga"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>di Francesca Giraldi<\/strong> &#8211; L\u2019agevole piana e il facile collegamento con le valli del Tanaro resero in epoca romana Albingaunum un crocevia di popoli e di merci. Ci\u00f2 fu indubbiamente facilitato dalla costruzione della via Iulia Augusta che l\u2019attraversava, ma grazie alla fortunata conformazione della costa e al naturale approdo offerto dall\u2019Isola Gallinara, Albenga godeva di un efficiente porto, affacciato su una delle rotte marittime che conducevano alla Francia, ideale luogo di ricovero lungo le traversate. La rotta che solcava il Mar Ligure, diretta verso la Gallia, \u00e8 per sommi capi ricostruibile seguendo il tragico susseguirsi di relitti di navi adagiate sul fondale marino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il mare prospiciente ad Albenga ha serbato nelle sue acque almeno due navi romane. La prima, nota gi\u00e0 dagli anni \u201950, si inabiss\u00f2 a circa un miglio dalla costa in direzione nord-est e rappresenta un vero gigante del mare per l\u2019epoca. Si tratta infatti di una nave da trasporto di almeno 500 tonnellate, proveniente dall\u2019Italia centro-meridionale, affondata durante il I sec a.C.. I reperti recuperati sono visibili all\u2019interno del Museo Navale Romano, all\u2019interno del Palazzo Peloso Cepolla.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La seconda nave, sulla quale ci concentreremo, \u00e8 meno conosciuta rispetto al relitto A, e fu ufficialmente riportata alla memoria il giorno 5 novembre del 2003, quando i Carabinieri del Centro Subacquei di Genova Voltri appurarono l\u2019esistenza di un deposito di anfore romane a circa un miglio dall\u2019attuale foce del Centa, non distante dall\u2019Isola Gallinara. Successive indagini confermarono l\u2019effettiva presenza di un relitto appartenente a una nave oneraria, ovvero destinata al trasporto, di epoca romana. La sua presenza era gi\u00e0 stata supposta negli anni \u201980 quando, durante alcune analisi sul relitto maggiore, lo scan-sonar segnal\u00f2 un\u2019anomalia poco distante, che presentava le medesime caratteristiche della nave oggetto di studio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prima difficolt\u00e0 incontrata nello studio del deposito fu l\u2019elevata profondit\u00e0 a cui si trovava, ben 52 m. Infatti, a una tale distanza dalla superficie, \u00e8 necessario impiegare operatori subacquei che richiedono, oltre ad un budget finanziario maggiore, procedure di sicurezza molto elevate. Pertanto si decise di procedere utilizzando strumentazioni geofisiche ad alta precisione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Grazie all\u2019intervento della nave \u201cGalatea\u201d, di propriet\u00e0 dell\u2019Istituto Idrografico della Marina, fu possibile ottenere una prima pianta del fondale e localizzare l\u2019esatta profondit\u00e0 del giacimento; in un secondo tempo, grazie alla nave oceanografica \u201cUniversitatis\u201d, si ottenne anche una scansione di dettaglio del fondale, corredata della topografia del relitto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da subito parve evidente che l\u2019affondamento non si poteva attribuire all\u2019emergere di scogli o ad asperit\u00e0 del fondale, quindi le cause furono da ricercarsi nella condizioni climatiche avverse che dovettero generare una tempesta improvvisa che invest\u00ec l\u2019imbarcazione proprio a poca distanza dai ripari dell\u2019isola e del porto, provocandone l\u2019inabissamento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le analisi e le riprese video subacquee consentirono di appurare che il deposito non era stato preda di saccheggiatori clandestini, come invece si verific\u00f2 nel caso della nave maggiore; il contesto era quindi sostanzialmente intatto, se non per alcuni stravolgimenti causati dall\u2019utilizzo di reti da pesca a strascico che, oltre ad abbattere la fauna ittica e a devastare i fondali, compromisero anche innumerevoli reperti archeologici custoditi dalle acque marine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il cumulo delle anfore si rivel\u00f2 essere lungo circa 20m e largo circa 10m: ci\u00f2 permette di ipotizzare che la nave fosse di dimensione medio-piccole, probabilmente inferiore alle 75 tonnellate, e a stiva piena poteva contenere circa 300-350 contenitori divisi su due livelli verticali. Il carico apparve composto da un\u2019unica tipologia anforica e il prelievo di una permise di capire che si trattava di un\u2019anfora destinata al trasporto e allo stoccaggio di vino. Il labbro del recipiente ha una forma cosiddetta \u201ca colletto\u201d, impostato su un largo collo che permetteva di prelevare mestolate di vino con sufficiente agio. L\u2019anfora ha una forma allungata, ma lievemente arrotondata sulla pancia, che termina in un tozzo puntale conico adatto a essere infisso nel terreno o in un supporto ligneo. I due manici, propriamente definiti anse, presentano una particolare decorazione con solchi paralleli, che ne attraversano tutta la lunghezza e formano tre sporgenze chiamate, nel gergo tecnico, \u201ccostole\u201d. L\u2019analisi tipologica ha permesso di riconoscere un esemplare di anfora Dressel 1C, cos\u00ec definita da Lamboglia che per primo cens\u00ec la anfore italiche. Il contenitore non \u00e8 molto diffuso ed \u00e8 in genere difficile trovare un carico composto solo da queste anfore, che si trovano pi\u00f9 diffusamente associate ad altri tipi. Le anfore Dressel 1C furono prodotte in Campania tra la met\u00e0 del II sec. a.C. e la met\u00e0 del I sec. a.C. e furono sfruttate per esportare il vino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al di sotto delle anfore, potrebbero ancora conservarsi alcuni fasci lignei appartenenti allo scafo della nave, che potrebbero aggiungere nuove conoscenze a quelle gi\u00e0 acquisite.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il ritrovamento, anche se poco conosciuto, avvalora maggiormente l\u2019inestimabile patrimonio archeologico subacqueo di Albenga di cui probabilmente Lamboglia era ben consapevole &#8211; avendo fondato proprio qui il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina, rinomato in tutt\u2019Italia &#8211; ma che purtroppo cess\u00f2 l\u2019attivit\u00e0 negli anni \u201980. Ormai il primato per le ricerche subacquee spetta alla Toscana e ad Albenga, di questo glorioso passato, rimane solo una nostalgica targa esposta sulla facciata del Palazzo Peloso Cepolla, ex  sede del centro, e qualche cimelio come la Campana batiscopica utilizzata da Lamboglia stesso per le sue esplorazioni.<\/p>\n<blockquote style=\"text-align: justify;\">\n<p style=\"text-align: justify;\"><em><strong>* Terre e Orizzonti: la rubrica <\/strong><\/em><strong>Corsara <\/strong><em><strong>di Francesca Giraldi<\/strong><\/em><\/p>\n<\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<div class=\"mh-excerpt\"><p>di Francesca Giraldi &#8211; L\u2019agevole piana e il facile collegamento con le valli del Tanaro resero in epoca romana Albingaunum un crocevia di popoli e di merci. 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