“La grande bellezza”. Una storia d’Italia attraverso il cinema

di Alfredo Sgarlato – I molti premi vinti all’estero, culminati con l’Oscar, Sorrentinohanno fatto riscoprire “La grande bellezza”, film inizialmente non amato dalla critica. È un film bello e imperfetto, con lungaggini, ripetizioni, eccessive citazioni felliniane, eppure forte, inventivo, con dialoghi eccezionali, e soprattutto con un’idea grande del cinema, assente in molti film contemporanei, dove la sciatteria è contrabbandata per realismo: che sofferenza vedere poco dopo “La grande bellezza” un’operina insulsa come “Scialla” e leggerne critiche entusiaste.

Personalmente tra i film di Sorrentino ho amato di più le algide geometrie de “Le conseguenze dell’amore”, il furore barocco de “L’amico di famiglia”, la visionarietà surreale di “This must be the place”, ma questo è un film che scatena il dibattito, come sempre meno succede. Molto si è scritto delle affinità tra “La grande bellezza” e “La dolce vita”, molto meno di quelle con “La terrazza”, di Ettore Scola, per niente di quelle con “Ecce bombo” di Nanni Moretti: l’incapace di successo interpretata da Galatea Ranzi è la prosecuzione della ragazza che “fa cose… vede gente…” del film di Moretti. Tutti quanti sono impietose descrizioni del mondo intellettuale romano.

Spunto comune ai primi tre è la presenza di un giornalista, due volte Mastroianni e poi Servillo, promettente e premiato in gioventù e poi persosi nelle feste e nel cinismo. Alla fine è proprio l’intellettuale organico Scola il più impietoso col mondo di intellettuali e uomini di partito che descrive, mentre Fellini e Sorrentino sono più empatici. Parentesi: ne “Il capitale umano” di Paolo Virzì in un unico, magistrale, dialogo, sono messi alla berlina l’intellettuale radical chic che straparla, la signora snob che finge di capire cosa sta dicendo e l’assessore che impone i raccomandati spacciandoli per difensori delle tradizioni locali.

Inutile dire che il mondo politico ha fatto fuoco e fiamme, ignorando fino a che punti si spinge la satira in Francia e Inghilterra. Nel mondo del comunista Scola mancano i prelati, mentre il Cardinale di Fellini non sa rispondere a Marcello e il magnifico Herlitzka di Sorrentino va oltre, lui le ricette le ha ma del coniglio alla ligure, e nemmeno una Santa sa dare risposte ma pone a Jepp/Servillo la stessa domanda di tutti gli altri. A Scola (e a tutti i maschi della sua generazione) le donne, specie se intelligenti, fanno paura, Fellini le sogna come un ragazzino di provincia, Sorrentino le fa spogliare ma gli affida i personaggi più veri.

Tutti quanti sono maschere di un continuo carnevale, e qui Sorrentino dà il meglio di sé inventando momenti indimenticabili: il guru del botox, la soubrette sfatta, la performer inconsapevole, gli artisti cialtroni, e i contini trenini dove dimenticarsi. Se per gli intellettuali di Fellini e Scola era il suicidio la tragedia finale, ai festaioli di Sorrentino pure questo è negato, è riservato solo al folle conclamato; non gli rimane che tornare al paesello, continuare a festeggiare oppure cercare ancora la grande bellezza, quella di un sorriso innocente che Marcello non sapeva riconoscere e Jepp Gambardella non riesce a dimenticare.

* il trend dei desideri: la rubrica Corsara di Alfredo Sgarlato