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CULTURA E RIFLESSIONI DI VARIA UMANITÀ — RIVISTA CORSARA… CON UN SUO PORTO AD ALBENGA E SAVONA, LIGURIA!

Tener la penna in mano? Consigli agli apprendisti scrittori…

in Lettura & Scrittura/Saggi & Critica

di Antonio Baldini – Scrittori si nasce. Ma prima d’affermare che Tener la penna in manosia nato veramente uno scrittore, abbiate pazienza un momentino, lasciate passare un po’ di tempo. Scrivere senza fare sbagli di lingua, riuscire a fermar l’attenzione con qualche fiorita piacevolezza letteraria, non sono ancora fatti che bastino a fare uno scrittore. Più o meno tutti hanno o credono di avere qualche cosa da dire e, più o meno bene, riescono a dire quello che sta loro sul cuore: però spesso è gente che finisce col trovare la sua strada in tutt’altra direzione e coll’accorgersi che la letteratura non gli c’era entrata che per l’uzzolo e l’opportunità d’un momento; insistendo, metterebbero presto allo scoperto la mancanza di qualunque originale vocazione.

Lo scrittore è un’altra cosa: ed è proprio quando non ha più nulla da dire e che s’è sfogato e alleggerito alla meglio di tutto quello che lo toccava come uomo, è proprio e solo allora che viene il bello, è proprio e solo allora che s’entra nel buono. Se ne renda conto l’apprendista sul primo scoraggiamento, e quando gli accada di sentirsi spinto verso il tavolino da una forza invincibile e senza ch’egli abbia nemmeno l’ombra d’un’idea nella testa e nessun chiaro sentimento di quello che gli sta per succedere, obbedisca alla spinta, stia allegro, si faccia animo e stappi, se l’ha in casa, una bottiglia: perché quello è il giorno di riconfermare solennemente la fiducia in se stesso.

Per solito, invece, questi momenti vanno accompagnati dalla più dolorosa perplessità, dal più nero scoramento. Lo scrittore si pensa d’essere stato d’un subito abbandonato dall’ispirazione, dubita della propria vocazione, niente lo piglia e tutto lo distrae, e gli sembra che il mondo tutto insieme gli abbia voltato la schiena. Il filo del più semplice ragionamento, la trama della più puerile immaginazione non gli riesce più di seguirli altrimenti che colla penna in mano, raspando come un vero principiante sulla carta bianca.

Quest’affare di non potersi ritrovare altro che in punta di penna e al chiodo Mongolfieradel tavolino, egli, sul principio, sarebbe portato a prospettarselo come una sciagurata e lamentevole diminuzione di se stesso, un caso di paralisi o di spinite letteraria. Con gelosa passione ricorda i bei tempi ch’egli tornava ogni volta a casa con un poema già composto dentro la testa, i bei tempi che la vena gli s’apriva e traboccava a fiotti sotto il primo lampione acceso che trovava rientrando in città giù dai colli vicini: quand’egli durava una fatica ladra a tener dietro, sul margine dei giornali e sul rovescio delle buste, all’onda incalzante delle immagini, al flusso melodioso delle parole dettate dentro: quando pareva che lo stesso Apollo, o chi per esso, gl’insufflasse le più sublimi concezioni; e lo stento che ora dura a far uscire una parola dall’altra, i dubbi che gli vengono ogni momento sul significato delle più comuni, la difficoltà di sgrovigliarne i nodi espressivi, gl’innumerevoli pentimenti paragonati a quell’irruenta facilità d’una volta, non possono a meno d’abbassargli il morale a livello delle cantine e di farlo languire e arrovellare come un cherubino decaduto e messo al bando.

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Coraggio, giovinotto. Solo a patto di questo schiavo logorìo tu potrai sapere appieno che cosa voglia dire tener la penna in mano. Che si diventi scrittori passeggiando, sarebbe troppo comodo pensarlo: anzi da cialtroni. Sappi che quel gran foco che ti sentivi dentro a’ tempi che ora ti paiono tanto belli fa presto a freddarsi. E appena ti sia riuscito di scrivere una pagina veramente a modo, con tutte le parole ben scelte e ben piazzate, con tutte le congiunture a posto e le parti del discorso bene avvitate, che insomma davvero soddisfi questa tua nuova scrupolosa esigenza, vai, carino, vai a rileggere una a caso delle pagine scritte sotto l’ingiunzione di quel tuo terribil Nume. O ciel, che veggo! Banalità, enfasi, discordanze, improprietà, periodi con tre gambe, varia refurtiva, diciture antiquate, contraddizioni in termini, tutto ciò salta subito agli occhi. Questi erano dunque i bei suggerimenti e i bei consigli di quel tuo Nume bislacco, quest’era la bella scuola che t’andavo facendo!

L’esempio t’ammaestri una volta per tutte che chi fa per sé fa per tre, Dà retta; a questo mondo non si sa mai con chi si parla: e tu quind’innanzi hai da regolarti come in guerra, che tutti s’erano messi, dal generale al caporale, a esigere ordini per iscritto. «Colonnello, mi prenda quel monte!»: «Signorsì, ma me lo metta per iscritto». Ed effettivamente lo scritto fa tutto un altro vedere dal sentito.

Le rivelazioni dalla nube e dai roveti ardenti, i soliloqui sulle montagne sono tutt’altro che propizi a uno scrittore. Il bibliotecario deve bibliotecare in biblioteca. Qualunque tentazione ti cogliesse alla sprovvista e fuori mano, prima di dirle sì o no farai dunque ottimamente a correre a casa, a cambiare il pennino alla tua penna e a preparar sul tavolo un bel foglio. Il mondo è vasto, gli argomenti sono inesauribili, infiniti sono i modi di svolgerli: ma a scanso di delusioni e di perdite di tempo i tuoi conti tu l’hai da far sempre colla penna in mano.

La penna diventa come uno specillo: con quella tu tasti le piaghe e vedi se ti conviene di prendere quel tal malato in cura oppure di rifiutar la cura. All’occorrenza diventa un ferruzzo da orefice che fa saltar le gemme dal castone e, sempre che possa, rimette in moto gli orologi fermi dal tempo di nonno. La penna, appena appoggiata sulla carta, sente quello che può dare, quel giorno o qualc’altro appresso: e in ogni modo si fa garante solo per quel che si sente di dire. A sforzarla solo un poco, leggera com’è, romperebbe il polso d’un colosso.

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La fumante ambiziosa fantasia può sottoporre allo scrittore che sappia l’affar suo un materiale, un ciclo, un filone buono per dieci monumenti letterari, bastante alla gloria del più grande romanziere e poeta dei due mondi. Ma lo scrittore non si sbilancia. Si chiude nel suo studio. Raspa, raspa e fuma sigarette. In capo a tre giorni, vien fuori. Vien fuori col suo amichevole e imperturbabile sorriso e vi mostra non più di venti paginette della sua bella scrittura. Pareva chi sa che: possibile che non vi fosse più di tanto?

Per di più si va a leggere e non si trova niente di quello che a grandi linee, per certi indizi, si sarebbe potuto supporre. E pure non si può dubitare che quelle venti pagine egli l’abbia veramente fatte uscire dal materiale che gli fu sottoposto: ma è un fatto che per quanto egli l’abbia raschiato spaccato e frugato in ogni parte a sua posta, non ne ha saputo desumere altro che una certa posizione A, B, C, D, ch’era la sola che gl’interessava, e che in fondo gl’interessava solo in quanto su quella base poteva prendergli figura quell’altra famosa posizione α, β, γ, δ, ch’è la sola fra tante che gli stia veramente a cuore.

Egli sa quello che vuole. Meglio ancora sa quello che può, e fa benissimo a tenersi dentro i suoi limiti, ad afforzarvisi e a non rischiare delle sortite di dubbio resultato. Si studia, si sorveglia. Di nuovo tenta solo cautissimi assaggi intorno al tratto già battuto, colla penna bene appuntita. Egli sa che se nuove possibilità ci sono, gli hanno sicuramente da venire d’in fondo la strada ch’egli percorre e come coronamento al non sempre grato lavoro ch’egli vi compie giorno per giorno.

Intanto cerca di non mettere il piede in fallo.
Tratta le parole e le sceglie come perle e non se ne lascia cascare una di mano. Se per domare un periodo gli ci volesse anche tutta una nottata, egli non s’impazientisce, e va a letto sull’alba più soddisfatto che mai. Per ispuntarla in un passo scabroso si lascerebbe morir di fame; ma per contro non si preoccupa mai di quello che scrive al punto che, se gli si presenti la possibilità di dire delle cose più immediate e più confacenti alle sue possibilità di quel momento, egli non secondi l’invito e non si lasci andare fiducioso da quella parte, lasciando magari in tronco per sempre il lavoro d’una lunga stagione. Perché quello ch’egli cerca per questa via di sacrifici e di macerazione letteraria è pur sempre l’occasione d’abbandonarsi e di servire anch’egli il suo Nume. Abbandonarsi: ma non come una volta a picco giù dalla rischiosa parete della propria insufficienza, ma alla misurata e ormai fida corrente d’una espressione personale.

MORALE:

Al levar delle tende
si conosce la festa.

[in “Beltempo” – Almanacco delle lettere e delle arti, a. II, fasc. 2, Roma 1941, pp. 211-214]

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