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Sulla dignità (e indegnità) dello scrittore. Gli editori, arbitri della gloria?

in Arte & Letteratura/Editoria/Pieffe Edizioni/Saggistica

di César VallejoParis-soir ieri ha pubblicato un articolo di Charles Henry sulla dignità dello scrittore. L’articolista contraddiceva le accuse lanciate da un periodico di New York ai romanzieri francesi di tutti i tempi, che hanno guadagnato fortuna e celebrità a base di réclame commerciale. Charles Henry sostiene che a lato di alcuni trafficanti della penna, la Francia ha offerto sempre egregi paradigmi di dignità letteraria, prendendo come esempio il povero Léon Bloy che morì di fame e di genio: “È un crudele e singolare destino il mio — ululava il gran panflettista — sentir dire incessantemente che ho talento e persino genio e morire giorno dopo giorno schiacciato da combinazioni diaboliche, che fanno di me un affamato fallito, a trentasette anni…”.

Però, in somma, che cosa difende Charles Henry? Che cosa ha voluto dire, d’altro lato, quel periodico nordamericano recriminando contro i trafficanti delle lettere francesi in particolare, quando ci sono in tutti i paesi?  Nel fondo di entrambe le posizioni è questione di nazionalismo: sminuire i romanzieri francesi da un lato e, dall’altro, impugnare l’attacco in nome del prestigio letterario della Francia. Questo è tutto.

È nella coscienza universale che nella storia letteraria di tutti i paesi ci sono sempre stati scrittori degni e scrittori indegni. L’adulazione aulica ai re e presidenti e ai potentati della banca e del talento; la réclame grossolana, francamente commerciale, arrivista o mascherata d’egoismo; la piccola asta di un gran ditirambo, che ugualmente può essere acquistato da un tiro o da un troiano; infine, i più codardi espedienti strategici per trionfare a ogni costo. Insieme a questo divincolamento intestinale o vanitoso dei più, trascinano un’esistenza oscura ed eroica i puri, i sacri creatori. Tale è stato lo spettacolo della letteratura di tutti i paesi. Solo che ai giorni nostri il quadro si oscura sempre più in favore dell’arrivista.

Quello che vale – mi argomentava un giorno un povero diavolo di giornalista – raggiunge una buona quotazione ai giorni nostri. Non ci sono più artisti incompresi. Muore di fame solamente il cretino…

Ai giorni nostri, proprio nei paesi più avanzati, lo scrittore arrivista conta sulla congiura dei nuovi fattori: l’avarizia dell’editore e l’indifferenza del pubblico. Prima l’editore giocava un ruolo di giusto raggiungimento letterario per effetti dei fini economici della sua impresa; oggi l’editore ha invaso in forma insultante e sfrenata la sfera letteraria, imponendo la sua volontà onnipervasiva di fronte all’autore e di fronte al pubblico. A Parigi, almeno, l’editore si è convertito in arbitro inappellabile dei valori letterari, e fabbrica geni a suo piacere, soffoca secondo le sue convenienze possibilità inedite e fulmina talenti già manifesti, secondo il suo capriccio e le fluttuazioni dei suoi affari. L’editore che vuole guadagnare e arricchirsi con un gran peculato letterario, sceglie uno scrittore qualsiasi — che si presti alla cuccagna, come unica condizione — e, senza preoccuparsi di vedere se abbia o no attitudine, lo lancia nel mondo, lo rivela e lo consacra in punta di denaro.

Come? Pagando i pontefici della critica circolante, studi, saggi ed elogi, gli stessi che saranno pubblicati e riprodotti, a pagamento segreto sempre, in cento periodici e riviste francesi e straniere. Grasset, per esempio, ha lanciato l’anno scorso Raymond Radiguet; centomila franchi gli è costata la réclame e lo ha imposto. Radiguet è stato già tradotto in tedesco, norvegese, inglese, italiano, russo; Grasset ha riempito il suo portafoglio e persino Jean Cocteau, furioso panegirista di questo figlioccio, ha mangiato da lì. Il Mercure de France quanto avrà guadagnato lanciando e imponendo col denaro Paul Fort, Guillaume Apollinaire, Francis Carco? La Nouvelle Revue Française quanto avrà guadagnato imponendo Gide, Riviére, etc.?

Il pubblico, da parte sua, contribuisce a questo traffico di celebrità e fortune, con la sua indifferenza. Prima, il pubblico, meno necessitato dalle circostanze della vita e più livellato spiritualmente alla mentalità degli scrittori — quelli che, sia detto di passaggio, si fanno ogni giorno meno accessibili —, esercitava in certo modo un controllo sulla moralità dello scrittore e su suo valore intrinseco. Oggi i lettori sono imbrogliati con maggiore facilità che in nessun’altra epoca e si lasciano portare ciecamente per quello che si dice e per quello che si mostra davanti ai suoi occhi. Le Figaro assicura tutti i giorni che il signor Henry Bordeaux è un gran romanziere? Senza dubbio il signor Bordeaux dev’essere un gran romanziere… Le Journal assicura che Blasco Ibáñez è “il romanziere più universale dei nostri tempi”? Senza dubbio, sarà così…

Charles Henry avrebbe dovuto rispondere al periodico nordamericano emendandogli la pagina in tono meno sciovinista e più elevato. Scrittori trafficanti, avrebbe dovuto dirgli, ci sono in ogni parte e in tutti i tempi. Il dovere della stampa, di questo e dell’altro lato del mare, è nel contrastare questa sordida offensiva della farsa e del ladrocinio e lottare perché si apra il campo e si faccia giustizia a degni e grandi scrittori che, come León Bloy in Francia e Carl Sandburg negli Stati Uniti, per esempio, sono vittime dell’abuso criminale degli editori e della indifferenza dei pubblici.

Parigi, settembre 1925

[Titolo originale: De la dignidad del escritor, «El Norte», 1 novembre 1925 – * Traduzione 2016 © Fabrizio Pinna (contatto su Twitter: @effepi70– Diritti riservati]

cover Vallejo pf1(**) Tratto da César Vallejo, Paco Yunque e altri scritti, a cura di Fabrizio Pinna, Pieffe Edizioni, 2016 (di prossima uscita)

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