Roger Picard: Palante, gli individualisti, gli anarchici e lo spirito sindacalista

ROGER PICARD — Le forme sociali, costituite dalle leggi o dai costumi, per quanto perfette siano non saprebbero in alcun tempo convenire assolutamente a tutti coloro che esse obbligano a vivere e agire entro i loro limiti. Il partito degli scontenti è sempre esistito ed è lui che, oggi, parla alto e reclama – a giusto titolo, senza dubbio – l’avvento di un diritto nuovo più conforme allo sviluppo che ciascuno dei suoi adepti concepisce per la sua personalità. Questo non può andare senza qualche distruzione della società attuale e se la cosa sembra spaventosa a coloro il cui stato o il cui carattere predispone alla continua soddisfazione, essa è considerata come normale e inevitabile per gli individualisti e gli anarchici.

Il tratto comune agli anarchici e agli individualisti, che ci si potrebbe stupire di vedere qui distinti, è lo spirito di ribellione. Ma le differenze che li separano sono numerose. In un bell’articolo della Revue Philosophique (*), Georges Palante ne ha fatto un’analisi che ci è sembrata molto giusta ma che, sembra, richiederebbe qualche complemento. L’individualista, tale come lo concepisce Palante, è un essere molto differente dalla massa dei suoi concittadini. Ben presto egli ha preso coscienza della sua superiorità su di essi, e dopo aver considerato il partito della ribellione violenta, egli ha conosciuto che il suo disgusto per l’associazione gli impedirebbe di trionfare sulla società e si rassegna a un’attitudine in apparenza conciliatrice, sebbene in realtà fondamentalmente ostile. L’individualista, nella vita pratica, non urterà frontalmente le cose e la gente, cosa che potrebbe attirargli delle complicazioni; egli l’eviterà continuamente, ingegnandosi nello stabilire la propria indipendenza esteriore o interiore, aggirando le convenzioni, gli obblighi che la vita ci presenta a ogni passo, ed evitando di legarsi troppo strettamente o troppo a lungo. Pessimista e scettico, passerà tra gli uomini, secondo il consiglio di Descartes, come attraverso degli alberi, indifferente. Egli si guarderà dall’abituare il suo spirito a delle forme di pensiero o d’azione già fatte e, geloso della sua libertà interiore, si rifiuterà alla cristallizzazione sociale. L’individualista non sarà di alcun partito politico; al contrario, egli avrà interesse che questi gruppi in conflitto conservino le loro forze intatte e restino in equilibrio affinché il trionfo di uno di essi non venga a determinare una dominazione assolutista e fastidiosa.

Anche l’anarchico, per Palante, è un individualista, ma di un altro genere. Ottimista, egli crede alla bontà naturale dell’uomo, egli ha la certezza di un avvenire sociale migliore e si sforza, attraverso la lotta politica ed economica, di farlo trionfare. Mentre l’individualismo resta personale, l’anarchismo fa dei proseliti; esso è semplicemente antistatale e non antisociale, ed è per questo che Palante gli rimprovera diverse contraddizioni, tra le altre [quella] di negare il suo individualismo per una concezione di solidarietà umanitaria, e di volerla distruggere per la sua tendenza al livellamento delle condizioni e, con questo, dei caratteri e degli istinti.

Non ci sembra esatto che l’anarchismo sia messo all’angolo da simili contraddizioni. Innanzitutto, i teorici dell’anarchismo hanno frequentemente protestato contro questa opinione che viene loro attribuita, secondo la quale gli uomini nascerebbero tutti buoni. Non sarebbe più ragionevole che il sostenere che essi nascono tutti viziosi. Per l’anarchismo l’uomo, alla sua nascita, non è che un fascio di bisogni e di tendenze e la società, nel comprimerle o nel favorirle, fa di lui un uomo per bene o un criminale. Sopprimere le costrizioni, le privazioni, l’autorità e la miseria, sarebbe sopprimere il male.

Fatta questa osservazione preliminare, mi occorre – per far vedere come l’anarchismo resti logico fino nella sua concezione della solidarietà – provare a ritracciare lo sviluppo dello spirito di ribellione. Lo spirito di ribellione presuppone – indipendentemente dalle cause materiali – una certa potenza di analisi che mostri all’individuo i suoi bisogni e la compressione che essi subiscono. Allorquando si è preso coscienza dei propri mali, bisogna anche che l’individuo ne risenta l’ingiustizia, ed è allora che egli oppone all’essere sociale, anonimo, la sua propria personalità, ed è in questo che egli è individualista. Ma lo spirito di ribellione non appare se non quando l’uomo può rigettare su un essere concreto, padrone o sovrano, la responsabilità delle sue sofferenze. Da allora tutta l’attenzione del suo cervello sarà concentrata su questa molteplice visione, poi attirata da quella dei mezzi propri per far cessare il malessere che dura. Lo spirito di ribellione che nell’individualista tale resta, nell’anarchico si va a complicare. Nella sua ricerca di un mezzo d’azione il ribelle va a comprendere la necessità dell’associazione, gli abbisognerà l’appoggio di coloro che condividono la sua posizione sociale, li aiuterà a discernere i loro mali, se non ne sono pervenuti, e si intenderà per un’azione comune. Questo sentimento dell’azione che manca all’individualismo è il centro motore di tutte le idee anarchiche.

L’individualismo resta ossessionato dall’idea della sua personalità, tende a conservare l’integrità e preferisce per questo sottrarla agli urti dell’azione, ancorché la sua personalità soffra per non potersi sviluppare esteriormente tanto quanto lo desidererebbe. L’anarchico non ha che un individualismo attuale, non è se non momentaneamente che egli si prende come un essere isolato, e la forma sentimentale che gli detta il suo istinto di ribellione è la solidarietà.

Solo la solidarietà gli permetterà l’azione efficace, solo essa interverrà in lui questo spirito di ribellione che oppone allo stato sociale attuale un’assoluta negazione. Esso gli fa concepire l’immagine di una società futura dove l’esagerazione dell’individualismo non avrà più modo di prodursi. Esso lo porta inoltre all’organizzazione immediata dei mezzi di lotta e di ribellione. L’anarchismo si realizza nel sindacalismo; è nel sindacato che l’individuo oppresso nella società apprende a conoscere la natura e la causa dei suoi mali, ed è là che egli soprattutto apprende la virtù dell’azione. Mentre l’individualista si limita a una attitudine puramente intellettuale, l’anarchico fa agire il suo individuo, egli non delega ad altri il suo potere di discutere e di ottenere delle soddisfazioni immediate che stimoleranno la sua attività per la conquista di soddisfazioni più alte ma più lontane. La preoccupazione per il benessere non gli fa dimenticare quella per la libertà. L’individualista, per timore di perdere il suo benessere presente, si accontenta di una libertà fittizia. Isolato nel suo io, l’azione lo ripugna; l’anarchico non si rinchiude se non per ritrovare gli altri. Cosciente della sua potenza e delle sue tendenze proprie cerca di svilupparle e la nozione latente del principio del minimo sforzo lo porta a volere una società dove la solidarietà di tutti farà scomparire tutti gli ostacoli a questa piena fioritura.

**Traduzione 2017/2018: © Fabrizio Pinna – Diritti riservati. Roger Picard (1884-1950), L’Esprit Syndicaliste, in “L’Aurore”, giovedì 25 aprile 1907. (*) Picard si riferiva al saggio di Georges Palante, “Anarchisme et individualisme” (Revue philosophique de la France et de l’étranger, n°63, aprile 1907), poi incluso come capitolo finale, il V, in La Sensibilité individualiste, Paris, Félix Alcan, 1909.

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