Pietro Verri: Sulla Fortuna (e le sue peripezie psicologiche)

PIETRO VERRI — Ogni nazione, ogni secolo, ogni uomo parla della fortuna, e ne parla quasi come di un essere esistente da sé, a cui attribuisce i femminili difetti di volubilità, di capriccio, e talvolta persino di amicizia singolare per la giovinezza, e di avversione per l’età matura. L’uomo, naturalmente inclinato ad attribuire agli oggetti che son fuori di lui i movimenti che prova in se stesso, e perciò spinto facilmente alla poesia animatrice d’ogni essere; l’uomo, che non regge al delicato esame de’ minutissimi fili che uniscono i fenomeni l’uno coll’altro, se non per una fattizia organizzazione d’idee, e che perciò tutti gli oggetti che immediatamente non si succedono crede indipendenti l’uno dall’altro; l’uomo, fatto in somma quale egli è, deve personalizzare la successione dei fenomeni dell’universo, e chiamarla poi con qualche nome, e il nome che le diamo noi è la Fortuna. Le sètte antiche di coloro che, forse per la distanza in cui sono da noi, godono tuttora il nome di filosofi, in gran parte applaudirono a questo volgar modo di ravvisare gli oggetti, e gli stoici ed i platonici risguardarono la Fortuna come un essere o un genio distinto; e sebbene la scuola di Epicuro sembrasse scostarsi alquanto da questo popolare metodo d’immaginare, pure Lucrezio la risguarda come una potenza, ovvero forza nascosta che calpesta i fasci e le scuri consolari:

Usque adeo res humanas vis abdita quœdam
Obterit, et pulchros fasces savasque secures
Proculcare et ludibrio sibi habere videtur.
Lib. V.

Se per altro ricerchisi la vera definizione di questa voce Fortuna, non trovasene altra che questa: Ignoranza della concatenazione degli oggetti che influiscono immediatamente sugli uomini. Né credasi superfluo il circoscriverla ai soli oggetti che influiscono immediatamente sopra di noi; poiché nessun fenomeno che non abbia una immediata influenza sopra l’uomo viene da esso attribuito alla Fortuna, sebbene ne ignori la cagione. Con una mano getto un dado, coll’altra un globo: l’uomo volgare non dirà che il globo siasi posto in quiete al tal determinato sito per opera della Fortuna, ed attribuirà alla Fortuna che a un tal determinato sito siasi posto in quiete il dado: nessuno attribuirà alla Fortuna che un fiocco di neve cada più alla sua destra che alla sinistra, e attribuirà alla Fortuna se cade più alla destra che alla sinistra una carta da giuoco; eppure, come le leggi del moto, benché sconosciute, paiono sufficienti anche al volgo per cagionare gli uni di questi fenomeni, cosi potrebbero sembrar buone anche ad appagarlo sugli altri: ma ciò non segue, perché gli uni influiscono immediatamente sopra il ben essere dell’uomo, e gli altri gli sono indifferenti.

Quello che singolarmente contribuisce a confermare gli uomini nella opinione dell’esistenza di quest’essere chiamato Fortuna, è il vedere come spesse volte un felice avvenimento sia seguito da un altro pure felice, e talvolta da una catena di fauste cose le quali accompagnano la vita degli uni: e cosi all’opposto una sventura sia come foriera di un’altra; onde s’intralciano i tristi come i buoni avvenimenti, per modo che pare che una certa quale fatalità regga al bene tutte le azioni dell’uno, e spinga e precipiti alla miseria tutti gli sforzi dell’altro. Questa attrazione dei beni e dei mali non è per altro tanto difficile ad intendersi, sicché sia d’uopo di farne una Dea, e collocarla nel cielo. Acciocché l’uomo faccia le sue azioni bene, cosicché facilmente ottenga il fine per cui le intraprende, fa di mestieri ch’egli abbia singolarmente un certo qual ardire e fidanza di se stesso, per modo che abbia ferma la voce, la mano e il passo, e sembri quasi persuaso di comandar alle cose, anziché implorar da esse l’aiuto. Su di ciò è senza dubbio fondato l’antichissimo detto, che la Fortuna è amica degli arditi, e la sperienza giornaliera assai lo comprova. Ora, non vi essendo cosa che più contribuisca a dare all’uomo una vantaggiosa opinione del proprio valore, quanto l’esito felice delle sue intraprese; e per lo contrario nulla che tanto lo renda di se stesso diffidente, quanto l’inutilità de’ suoi tentativi, chiara cosa è come una felicità disponga ad ottenerne un’altra, una sventura produca altre sventure; e così quell’astro, quel destino che gli uomini volgari ripongono tanto lontano dall’uomo, realmente risiede nella opinione che l’uomo ha di sé medesimo.

Generalmente parlando la fìsonomia d’un uomo lieto di sé e confidente viene chiamata una fìsonomia fortunata; e per lo contrario ogni fìsonomia che dimostri avvilimento, timore o melanconia, si giudica fìsonomia da sventure. Né in ciò s’inganna la opinion comune, se non nella cagione, che la maggior parte degli uomini, costanti adoratori della maraviglia, vanno a ricercare fra’ spazj, per quanto sappiamo, sconnessi perfettamente dai piccolissimi affari dei piccolissimi uomini. Le passioni nostre continuate per qualche tempo lasciano sul volto le traccie loro particolari; perciò la fìsonomia fortunata è un sicuro indizio d’un uomo che fida nelle proprie forze, e che per conseguenza opera con quel vigore il quale è il più sicuro mezzo per far uscire dalla folla delle combinazioni le più avventurose. Se nella storia non avessimo altro che le vite sole di Maometto e di Cromwell, esse basterebbero a farci intendere quanto sieno facili e gli uomini e le intere nazioni a piegarsi ad un uomo che sia intimamente persuaso di poterle piegare. Forse tal verità rinchiudevasi nell’antico assioma delle scuole: Fortis imaginatio generat casum. Una forte persuasione, una viva immagine che colpisca robustamente la fantasia d’un uomo, produce il caso, ossia forma quello che chiamasi ventura o Fortuna.

I Romani ebbero un’opinione fortissima, che, fintanto che custodivasi presso di loro il Dio Termine, i confini dello Stato di Roma non si sarebbero ristretti giammai; e in fatti, sinché questa immaginazione restò ben viva nelle menti romane, essi trionfarono di tutte le nazioni colle quali ebbero guerra. Questa immaginazione fu si forte, che trovavansi compratori del terreno che occupava il campo d’Annibale vicino a Roma, mentre parevano le cose ridotte alla inevitabile caduta di Roma. Tutta la storia romana sino alla distruzione di Cartagine ci prova e la ostinata immaginazione di sicurezza appoggiata agli errori della superstizione, e la costanza della Fortuna che va sempre compagna alla persuasione vigorosa di finir bene. La disfatta del console Fulcro, che disprezzando, non da saggio nel solo silenzio dell’animo, ma da mal accorto in faccia del volgo, gli augurj presi dai polli, volle dar la battaglia sotto infausti auspicj, prova abbastanza quanto possa l’opinione sugli avvenimenti, e quanto sia pronta la Fortuna a seguir un esercito persuaso di averla con sé; e quanto siano sventurate le imprese, alle quali s’accingono gli uomini con diffidenza, e presentimento di mal riuscirvi.

Queste verità erano certamente conosciute da que’ saggi repubblicani, presso i quali era in abbominazione la greca filosofia, che tendeva a togliere la credenza agli augurj, agli oracoli ed a qualunque superstiziosa opinione, per tal modo che ogni nuova maniera di pensare e di ragionare sulle cose riguardavano come una corruzione della repubblica. Rozzi e illetterati erano costoro agli occhi di chi semplicemente osservava il progresso delle scienze, ma saggi e profondi filosofi dovevano essere riconosciuti da chiunque esaminasse la costituzione di quella società, e conoscesse il principio motore delle azioni degli uomini. Nelle cose umane pochissime sono le grandi azioni prodotte dalla verità, e moltissime quelle che devono il loro nascimento all’errore: togli l’errore e l’ignoranza a un popolo conquistatore, e lo riduci a livello cogli altri popoli. Tutti gli errori che danno ardire e fidanza delle proprie forze a una nazione, che fanno temere ai cittadini più la viltà che la morte, che ispirano ad essi un amore robusto e feroce per la patria, sono il vero Palladio della gloria d’un popolo.

La persuasione di riuscir bene fa che per lo più si riesca bene, e il buon riuscimento conferma nella persuasione di ben riuscire. Il timore di un cattivo esito fa lo stesso; e così vanno i felici avvenimenti moltiplicandosi, e similmente le sventure, diventando cagioni gli effetti; per lo che disse l’Ariosto:

Non comincia Fortuna mai per poco
Quando un mortal si piglia a scherno e a giuoco.

Che se l’uomo potesse agevolmente cancellare dal suo animo la impressione che ha ricevuto da una sventura, e riconfortarsi, e rinvigorire se stesso, facendo nascere un sentimento di fidanza di sé, e ripigliando con fibra più elastica ancora le azioni della vita; se tal facoltà, dico, fosse pienamente in potere dell’uomo, allora non vedrebbesi quella costante successione di casi aggradevoli ovvero disaggradevoli, dalla quale principalmente nasce l’idea volgare della Fortuna; e direbbesi in vece:

sui cuique mores fingunt Fortunam.

Io non pretendo con ciò di dire che gli avvenimenti della vita di un uomo sieno talmente in mano di esso, sicché possa ottenere il compimento perfetto de’ suoi desiderj; dico soltanto, che, posti due uomini nelle stesse circostanze, dando ad uno di essi una mente che ragioni, e dando all’altro della debolezza d’animo e della imbecillità, il primo domerà molti più ostacoli che non farà il secondo; e finirà il primo per adottarsi un sistema assai più agiato e tranquillo di quello che non farà il secondo, al quale converrà passar la vita edificando ordigni, che ad ogni tratto crolleranno, e l’obbligheranno a ritornare da capo. Che se pur l’imbecille, per qualche rara combinazione, verrà dalla mano d’un protettore cavato dal labirinto per cui va errando, e posto in più laminosa comparsa, io dico che male della Fortuna di esso si giudica da chi lo vede di lontano; e che se la Fortuna dee misurarsi dal numero dei beni che ciascun gode, probabilmente colui anche in quello stato deve dirsi abbandonato dalla Fortuna, tanto ei stesso si troverà per tutto il corso della vita straniero nella situazione in cui è riposto, e timoroso e ansante incessantemente di perderla. Se v’è bene che godiamo, egli è quello che abbiamo noi stessi veduto di lontano, ed a carpire il quale siam camminali noi stessi, sormontando gli ostacoli che ci si frapponevano: la casa che più ci piace d’abitare, è quella che abbiamo saggiamente edificata da noi. Un sovrano nato sul soglio ha molto minor piacere ricevendo gli omaggi e i titoli dovuti al suo grado, di quello che non ne provi un uomo di mente e di coraggio, il quale col merito è giunto al ministero, e che veggendosi superiore agli uomini che gli stanno d’intorno, può lusingarsi con ragione che ciò dinoti una fisica e reale superiorità in suo vantaggio.

Ogni uomo incontra degli ostacoli per giungere ai fini che si propone; l’uomo confidente e robusto ne supera assai più, sieno essi fisici, sieno essi morali, che non ne supera il timido, e il troppo circospetto. Il coraggio, purché non giunga sino alla frenesia, diminuisce in effetto i pericoli anche fisici. Chi si batte colla spada tremante; chi timidamente si getta a nuoto in un fiume; chi fugge alla vista di una fiera, è più in pericolo di colui che con fermezza di cuore impugna il ferro, nuota, o sta fermo. La sperienza e la storia ci provano ancor più quanto l’opinione costante e forte di noi medesimi possa per conciliarci quella degli uomini, e quanto un tratto vigoroso fatto a tempo possa decidere la moltitudine in favore d’un uomo solo. Pochissimi uomini hanno carpito la Fortuna senza aver fatto nella lor vita qualche azione che presso gli uomini volgari vien chiamata imprudente; ma somma prudenza, ossia sommo sapere, è quello che sa ne’ casi straordinarj uscire dalle ordinarie leggi, e trovarne di opportune alle circostanze. Questa massima è vera, ma sarà sempre pericolosa, qualora venga adottata da un uomo che abbia la vanità di comparir grande senza esserlo, poiché lo precipita in una turbolenta serie d’imprudenti azioni, contraddittorie bene spesso le une colle altre, le quali finalmente lo conducono al discredito ed all’abbandono.

Gli uomini volgari hanno una folla immensa di desideri, poiché desiderano gli oggetti uno ad uno separatamente, né spingono i loro sguardi sino alle cagioni che li producono; gli uomini capaci di ergersi sopra degli altri scoprono nella folla degli avvenimenti civili le poche cagioni motrici, l’autorità, le ricchezze e simili; e verso uno di questi oggetti condensano tutt’il desiderio: quindi ne segue, che mentre gli uni cercano di accostare a sé le foglie d’un albero legate una ad una con moltiplici fragilissimi fili, gli altri pochi con una sola fune bene annodala al tronco dell’albero gli dieno una continua e non interrotta spinta, all’azione della quale costantemente adoperata diffidi cosa è che l’albero alla fine non ceda; mentre i minutissimi fili qualche foglia al più avranno staccata, ma rotti per la maggior parte, lasciano deluse le speranze del mal avveduto volgare. Un uomo solo è un piccolissimo oggetto; ma un uomo che costantemente diriga, e con vigore, le sue azioni ad uno scopo solo per il corso della sua vita, deve considerarsi come un oggetto piccolissimo bensì, ma moltiplicalo per tutto quello spazio di tempo per cui ha agito. Le macchine della statica ci fan vedere come una forza, benché piccola, giunga a smovere un peso per grande ch’ei sia, purché sia continuata per un tratto di tempo. Una forza eguale a 1, che duri il tempo 100, smove quello stesso peso, per cui sarebbe di bisogno a smoverlo in un sol colpo la forza di 100. Questo principio statico è pure adattabile agli avvenimenti umani. L’uomo che condensi la sua anima, e la diriga verso un oggetto solo, se abbia lena e robustezza di perseverare nella stessa direzione per lungo tratto di tempo, giunge per lo più a ottenere quanto s’era proposto. Il carattere più disposto di ogni altro alla Fortuna è dunque quello che non ha divisa la sensibilità, e sminuzzata intorno a varj oggetti, ma bensì che la spinge tutta cospirante verso un oggetto solo, e costantemente ve la tiene; d’onde nasce il volgare verissimo avviso: Guardati dall’uomo d’un solo affare.

Le storie ci somministrano copiosamente gli esempj di uomini, i quali a forza d’ostinazione, opponendo un animo imperterrito ad ogni ostacolo, giunsero ai fini anche più elevati che s’erano proposti. Il vigore con cui si dirigono gli avvenimenti, e la costanza con cui si tengono di mira, sono i veri elementi della Fortuna; ma osserviamo che negli uomini superiori prevale il vigore, nei secondarj prevale la costanza. Io osservo di più, che una piccola sventura in un uomo di fibra forte, in vece di essere presaga delle sventure a venire, anzi lo rinvigorisce, lo risveglia, e lo sforza a correre alla Fortuna con passo più fermo. Quanti hanno fatto imprese grandi, e grandi rivoluzioni, per ciò solo che dai loro cittadini non ottenevano que’ riguardi che sentivano di meritare! Se un uomo si trova nella prima età sua agiato di beni di fortuna, ed assistito dalla buona opinione e stima degli altri uomini, difficilmente si pone in moto per cambiar situazione; anzi la inerzia e l’indolenza naturale lo vincono e l’inchiodano nella condizione in cui è nato: ma se o i beni manchino, ovvero il capriccio volgare gli ricusi quella porzione di stima che l’uomo valente cerca ed esige, allora lo vedi riscuotersi, e diventa ambizioso, e per quella strada, per cui il naturale genio e la constituzione permettono di spingersi, lo vedi correre alla Fortuna. Accade negli uomini quello che nelle nazioni; cioè che quelle piantate in terreni fertili e in climi felici, facilmente s’abbandonano al letargo ed all’inerte godimento de’ loro naturali vantaggi; laddove le nazioni poste sotto climi più ingrati, ed abitatrici di un suolo sterile, costrette per non perire a ricorrere alla industria, tanto con essa si addomesticano, e la fanno propria, sicché non riparano soltanto le mancanze della natura, ma giungono in opulenza a superare le altre. A questo principio attribuir si debbono i pochi sforzi che fanno per lo più i nobili per coltivare l’ingegno, e distinguersi dalla folla del genere umano, dalla quale per una ereditaria opinione trovansi già, benché senza lor merito, di tanto distinti. Vi vuole una qualunque vessazione non eccessiva, perché quella avvilisce più che non stimola, ma una moderata vessazione, perché l’uomo corra anche alla Fortuna delle lettere, curis acuens mortalia corda.

Chiunque siasi esaminalo nell’intimo del proprio cuore, conosce qual differenza vi sia da un uomo che nelle azioni della vita diffidi di sé medesimo, e un uomo che perfettamente confidi. Felice l’uomo che sa diffidare quando esamina, e confidare quando opera. La diffidenza guida l’intelletto alla verità, la fidanza guida le operazioni al loro termine.

L’ingegno di chi è persuaso di se stesso trovasi nella sua massima vivacità; i termini si presentano opportuni al discorso; le positure della persona, il tono di voce, le maniere tutte sono eleganti, naturali e piacevoli; tutto va col vento a seconda. Dammi l’uomo medesimo abbattuto e mal contento di sé medesimo, e vedrai ch’ei tormenta in vano la sua mente insterilita, da cui nulla gli vien suggerito che vaglia: le parole mancano ad esprimere i suoi pensieri; tutto è imbarazzato e sconcio in lui; la voce, il moto, tutto è spiacevole, e l’avvilimento scorgesi in ogni menoma azione. Sono ben rari gli uomini che non abbiano qualche volta in vita provato l’uno e l’altro di questi due stati, almeno per breve tempo. Non vi sono che gli sciocchi d’instituto, che non credono d’essere giammai stati sciocchi per tutta la vita loro. Questa massima differenza, che trovasi nell’uomo col cambiamento della opinione del valor proprio, fa vedere abbastanza quanto sieno diverse le disposizioni nell’uomo medesimo di riuscir bene in qualunque impresa, e di correre alla Fortuna. Conviene aver moltissimo spirito per conservarne nelle traversie, e pochissimo basta per dimostrarne fra gli avvenimenti piacevoli.

Ho nominata poco fa la Fortuna delle lettere, perché nella repubblica capricciosissima delle lettere appunto pare che singolarmente signoreggi la Fortuna; e voglio con ciò dire che l’applauso o il discredito di alcune opere viene prodotto da principj si poco conosciuti, e da una influenza tanto oscura e nascosta agli occhi degli uomini, che sarebbe impossibile il prevederlo. A noi non è lecito lagnarci della Fortuna letteraria, dopo che essa si è apertamente decisa a favorire i nostri Fogli; e sarebbe interesse nostro il sostenere che realmente gli applausi del pubblico sieno la giusta misura del merito di un’opera: ma il principale interesse nostro si è di non tradire la verità, la quale è in contrario, e ci prova che né tutte le opere applaudite meritano, né tutte le opere non applaudite demeritano di esserlo. Mille esempj mi si affacciano alla mente, ma pericolosa cosa sarebbe nominarli, e offendere le passioni di molti. Noi lasceremo che il lettore da sé medesimo li ritrovi, e non avrà da tardar molto.

Concludiam dunque queste brevi riflessioni. Fortuna vuol dire ignoranza nostra: più l’uomo è illuminato, e minore è il numero degli avvenimenti che attribuisce alla Fortuna. La energia de’ nostri desiderj, e la costanza nel fidare in noi stessi, formano per la massima parte quel cieco essere che ha il nome di Fortuna. Il saggio la riconosce con Seneca: Natura, Providentia, Fatum, Fortuna, nomina sunt unius et ejusdem Dei varie agenti in rebus humanis.

* (“Il Caffè”, 1765), ripreso da Scritti Vari di Pietro Verri, (a cura di Giulio Carcano), Firenze: Le Monnier, 1854, tomo 2

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