Pietro Verri: Saggezza, Conosci te stesso. Della conoscenza di noi e degli uomini

in Etica/Filosofia e Scienze umane/Pieffe Edizioni/Psicologia/Saggistica

PIETRO VERRI – Affine di sviluppare e porre nella massima attività il poter nostro è necessario che ci occupiamo profondamente per conoscerci e conoscere gli uomini. Conosci te stesso è un antico e verissimo precetto della Sapienza, il quale in poco indica la perfezione della grand’opera a cui debbon tendere le ben dirette nostre meditazioni. Poche sono le anime privilegiate che resistano ad un tranquillo e continuato esame di loro medesime, e la maggior parte degli uomini sono come deboli ammalati, che temono la vista delle proprie ulceri. Cerca la moltitudine di slanciarsi lontana da se medesima; quindi l’abborrimento della solitudine e il bisogno perenne o d’una conversazione qualunque ella siasi, o di un lavoro, o anche d’un libro che occupando le nostre idee ci faccia uscire da noi medesimi e ci trasporti ne’ palazzi incantati del regno della immaginazione. Così la vita dei più si risolve in una costante obbedienza agli urti degli oggetti presenti, ai quali rarissime volte la riflessione contrappone l’immagine degli oggetti lontani; onde mutandosi pel moto universale o la distanza, o l’apparenza degli oggetti, galleggiano le menti umane sopra di una instabilissimo fondo sempre fluttuanti dall’amore all’odio, dal disprezzo alla stima, con una apparente contraddizione, ma che meglio esaminata si risolve in una costante adesione al medesimo principio.

Il saggio, che cerca la propria felicità, conosce che questa non può essere collocata altrove se non nel mezzo del suo cuore; si ripiega in se stesso e attentamente considera quali sieno i movimenti, le cure, i desiderj che lo agitano; d’onde traggono questi l’origine; ascende a questi primi germi delle inquietudini, e pone sulla esatta bilancia la realità o la chimera della opinione produttrice; l’attento esame accompagnato dalla dubitazione madre della sapienza gli stanno al fianco, separa le verità dalle opinioni; pone nella prima classe quelle solamente che hanno subito il cimento; e ritornando spesse volte a rimirare se stesso nella tranquillità, ed ivi richiamandosi le vestigia de’ passati tumulti, divisa i mezzi onde scemare le turbolenze cagionate da’ desiderj di beni chimerici, ovvero di beni non conseguibili, col passare dalla dimostrazione alla persuasione, il che si fa con atti ripetuti. Rivolgendosi poscia all’esame de’ mezzi onde conseguire i beni che gli convengono, accresce il potere per rendere minore quanto è fattibile l’eccesso de’ desiderj sopra di quello. Da questa interna analisi di noi medesimi nasce il gran bene che possiamo sentire con una sorta d’amicizia di noi stessi la contentezza di esistere, di renderci conto de’ principj che ci movono, il che ci dà una ragionata compiacenza di noi medesimi, poiché sentiamo la distanza vera e reale che passa fra noi ed i volgari, e la non fattizia superiorità nostra in ciò che noi possiamo essere con noi medesimi, laddove quelli portano sempre il loro nemico nel cuore, se non altro il tedio della propria esistenza; e questo sentimento accresce il vigore del nostro animo e il nostro potere.

Per conoscere me medesimo io non cercherò che gli altri uomini mi dicano cosa io mi sia né quanto io valga; il giudizio più esatto l’ho da fare io stesso, e lo potrò fare se mi esamino. La imbecillità degli uomini m’innalza al dissopra del mio vero orizzonte per poco che mi sorrida la fortuna; l’orgoglio e la invidia degli uomini vorrebbero persuadermi ch’io valgo meno di quello che è in fatti. Se mi abbandono a giudicare di me stesso dalla apparente stima degli altri sarò un uomo passivo e comune, gli onori mi ubbriacheranno e mi faranno cambiare portamento e morale, una traversia mi annienterà e mi farà strascinare nel fango l’avvilita esistenza, passerò la vita ora schiavo, ora tiranno, e non mai uomo, né felice. Io esaminerò me stesso, e vedrò se una azione generosa mi lascia l’animo in calma, se conservo la pace interna all’udire una azione infame dirò, il mio cuore è disgraziatamente insensibile, il mio animo è fin ora incapace di elevazione, sono pur troppo un uomo comune e gregario. Ma se la voce della virtù rimbomba sul mio cuore, se le azioni nobili, eroiche, benefiche fanno stillare dalle mie palpebre un dolce pianto, se l’abbominazione e la viltà mi eccitano un vivo sdegno e ribrezzo, dirò allora, sono capace di virtù, sono un uomo, e posso innalzarmi alle belle azioni. L’amor proprio non può sedurmi, perché si tratta di un fatto. Per giudicare poi delle forze del mio ingegno io vedrò se le opere di que’ primi Maestri che onorano la nostra specie mi siano intelligibili, esaminerò se nel mio cuore vi sia una calda stima per gli uomini di merito, e con ciò avrò la misura della elevazione della mia mente. Il contrassegno più sicuro di ogni altro per conoscere se valghiamo è la sensibilità e l’entusiasmo per il merito altrui; nessun grande uomo ha mai avuta gelosia o invidia del sapere altrui, questo pusillanime rannicchiamento del cuore è figlio della incertezza del nostro merito e suppone un’anima volgare.

Nelle opere di eleganza e di gusto è necessario il ricorrere alla opinione altrui, perché le leggi e le regole sono poco precise, e il riuscire dipende dalle opinioni, dai tempi, e dai luoghi. Io non cercherò ad un altro uomo se questo che io scrivo sia vero o falso, se sia dettato dalla virtù, ovvero dal mal animo; cercherò bensì dalla opinione di uomini colti e onesti se la verità e la virtù nel mio scritto sieno annunziate con chiarezza, con facilità, con ordine, con varietà, con ornamento, perché questo risguarda l’impressione che deve fare uno scritto sugli animi altrui di cui non posso avere certezza anticipatamente entro di me medesimo. Così il Poeta, il Pittore, l’Architetto, lo Scrittore di Musica, lo Scrittore qualunque non può nella solitudine giudicare esattamente del proprio lavoro, ma forza è che ricerchi l’opinione di alcuni per decidere sul merito del suo talento, e consigliarsi affine di perfezionarlo. Ma il merito del tronco maestro, dirò così, cioè della elevazione del cuore e della forza del nostro ingegno noi soli possiamo giudicarlo. Se la certezza non comincia in noi, su i fatti che accadono nel nostro interno, non è possibile che siano mai fermi e sicuri di veruna dimostrazione.

Conosciuto ch’io sia a me medesimo, definita ch’io abbia la vera e nuda altezza in cui mi trovo riposto, spogliato ch’io mi sia dei titoli e di quant’altro di posticcio mi dia la sorte, abituato a entrare ne’ penetrali del mio essere, a conoscerli, ad esaminare le vicende del mio animo, io mi trovo collocato sopra di una base profonda e immobile d’onde più fermamente rimiro il giuoco delle umane vicende, e sebbene debole ed isolato io possa ricevere e mali e beni dal concorso delle cose che si movono intorno di me, né il favore d’una fortuna capricciosa farà ch’io mi pregi più di quello che valgo, né gl’insulti di lei faranno che io mi creda meno di questo che sono. Sarò ora lieto ed ora tristo, ma non mai insano; e questa fermezza d’un animo, che s’innalza sopra il destino e sta immobile nelle vicende, è il più gran bene che ci possa dare la ragione, e allora l’uomo acquista il massimo potere per resistere alla infelicità, il che sta rinchiuso nel precetto conosci te stesso.

L’uomo poi che sia desinato a convivere, un altro esame deve intraprendere sopra di se medesimo per fare il miglior uso del proprio potere, e non adoperare sforzi inutili e stentati fuori della propria carriera, e quell’esame è il riconoscere il proprio lato forte e il proprio lato debole. La figura e l’indole di un uomo invitano alla piacevole giocondità, sarebbe un uomo di spirito amabile, disgraziatamente si è trascelte maniere gravi, e sentenzioso discorso, è un Catone forzato, nojoso, che nessuno può stimare. Per l’opposto niente è più sconcio di quella stentata occupazione che s’è imposta un altro di voler rallegrare con frizzi e sali che la natura non gli ha concessi, se rappresentasse il carattere d’un uomo sensato e placido godrebbe di migliore reputazione. Questi sarebbe un elegante scrittore se non si ostinasse a comporre per il Teatro per cui manca di genio. Quegli è un esattissimo ragionatore e non vuole scrivere che freddissimi e bassissimi versi. Sarebbe immensa la schiera se dovessi accennare i varj casi ne’ quali l’uomo si presenta svantaggiosamente per non avere esaminato meglio se medesimo e trascelta la occupazione conveniente al proprio talento. Il Saggio se ne occuperà, esaminerà se stesso, farà diversi tentativi, starà in attenzione qual sentimento risveglino negli astanti, e senza avventurarsi incautamente, colla riflessione, e colla sperienza troverà la strada per lui più naturale, sicuro che quello che costa sforzo ha sempre cattivo contorno e riesce disgustoso, e che la imitazione è sempre stentata e spiacevole. In tal guisa coll’esame di se medesimo il saggio acquista il massimo potere e la massima industria per farne buon uso per la propria felicità.

Se alla nostra felicità molto possono contribuire gli uomini, conviene esaminarli, conoscere con accurata osservazione i principj che li movono talvolta sconosciuti a loro stessi, e dedurne quindi una notizia esatta di quanto possiamo da essi sperare o temere. Il luogo che occupa un uomo poco o molto inganna comunemente; uno sciocco titolato e un uomo di sommo merito inerme e povero sono rimirati con un vetro di mezzo, fra l’occhio e il primo il vetro è convesso, fra l’occhio e il secondo è concavo il vetro, e così si pregia il primo più, e il secondo meno del vero. Se l’ordine della società e la nostra pace richiedono da noi dei riguardi e degli ossequj, facciasi, ma non passi il cerimoniale all’anima la quale libera e sciolta deve esaminare e pesare esattamente il merito dell’uomo. Il saggio sta attento contro di questa seduzione tanto più forte quanto sempre attiva, e si fida de’ giudizj proprj solamente allora che mutandosi la fortuna altrui non sente cambiarsi internamente la opinione.

Se da un canto esamini di quanto sia stato capace l’uomo, ti si presenta un pomposo ammasso di gloria che ti sforza a venerarne l’ingegno e la sublimità. Vedi questo vivente sprovveduto di armi, vinto dalla maggior parte degli animali nella vista, nell’udito, nell’odorato, e nel corso, vedilo viaggiare sicuramente sulla instabile superficie dell’immenso Oceano, attraversare gli antipodi, e cingere col suo viaggio il globo. Osserva con quanta sagacità ha inventate le voci sì varie col mezzo delle quali comunica ai suoi simili i suoi pensieri. Poco era questo ancora: cerca di parlare ai lontani, cerca di conversare co’ suoi posteri e inventa la Scrittura e la perfeziona al punto non solo di palesare esattamente i movimenti del suo animo ma di palesarli piacevolmente con grazia e con venustà. Vedi quest’industriosissimo essere creare a se stesso nuovi organi per supplire alla debole sua vista, e con essi è giunto a contemplare distintamente molti oggetti che la piccolezza o distanza rendevano insensibili. Conosce allora i corpi celesti, ne calcola la posizione, la grandezza, il moto, e anticipatamente ne annunzia l’ecclisse e l’apparenza. Cava dal mezzo ai monti i metalli e ne forma stromenti per la difesa, e mezzi per formarsi nuove mani ai più sottili e difficili mestieri. Un piccolo orologio solo da tasca basta a provare quanto possa la mano grossolana dell’uomo diretta dall’ingegno. Gira per le botteghe, passa dallo stampatore, dal fabbricatore di calze a telajo, dal tintore ec. Esamina le biblioteche, que’ vastissimi emporj de’ molti sogni e di alcune verità, e ammirerai l’altezza a cui l’uomo può giugnere. Ma dall’altra parte qual contrasto non fa a sì nobile prospettiva il riflettere come gli Stati d’Europa miseramente sacrifichino ogni anno molte miliaja di vittime umane per possedere e coltivare nell’America, mentre nel centro dell’Europa vi sono vasti deserti, e ciò per rendere nell’Europa più abbondante l’oro e l’argento, conseguentemente meno pregevole, e conseguentemente più voluminoso il trasporto di quella merce che è l’universale permuta delle altre! La milizia d’Europa, quel terribile stromento della potenza e della sicurezza, ancora non è vestita in modo d’aver libero e facile il moto, ed essere difesa dal nemico o dalla stagione. I Pubblicisti disputano se un uomo appartenga alla nazione, ovvero la nazione ad un uomo. I Giurisperiti hanno posta l’incertezza nelle proprietà. I Medici poco conoscendo e molto affermando, più ammazzano che non risanino. Il mondo è quasi tutto diviso in due classi, la piccola è di quelli che ne impone, la grande è di quelli che ciecamente si sottomettono; stanno confusamente amalgamati nella mente dei più il bene e il male, e il commercio di uomo a uomo comunemente si riduce alla creazione di qualche infelicità che si divide in eguali porzioni. Nel conoscere queste tristi verità l’uomo che abbia nel cuore una feroce virtù diventa Misantropo, disprezza e abbomina la propria specie; ma il vero saggio al penoso sentimento dell’odio ne sostituisce un più giusto e più umano, cioè la compassione degli errori della moltitudine.

Come mai l’uomo che ha trovate le leggi della gravità, quelle della luce, quelle de’ movimenti celesti ancora non ha trovato un codice che limiti e decida pacificamente la proprietà d’un cittadino? Io credo che la ragione stia nella natura istessa dell’uomo. Nella nostra specie vi sono alcuni pochissimi, i quali sono dotati di una forza d’ingegno e d’una costante passione per cercare la verità e la gloria, talché essenzialmente trovansi in una classe moltissimo innalzata sul livello degli altri. Bastano cinque o sei di tali uomini che nascano uno dopo l’altro per condurre alla somma perfezione una scienza, e questo edificio lo innalza ciascuno nel silenzio della solitudine non attraversato dalle opinioni o dalle rivalità di alcun uomo, fatto che sia poi il risultato si mostra a più uomini, e molti anche di coloro i quali non avrebbero avuto forza e ardire per portare nuovi materiali ad innalzare l’edificio, ne hanno per esaminarlo e salirvi. Ma negli oggetti che risguardano gl’interessi pubblici, l’uomo che sarebbe capace d’innalzarsi, viene o escluso o contrastato, ammeno che quest’uomo non sia nato sul trono; perciò i regolamenti politici essendo l’opera di più uomini sono come le strade delle grandi città fatte in origine più a caso che a disegno, e i sistemi sono tanto capricciosi e irregolari quanto la pianta d’una città, perché sì questi, che quelle nascono dal risultato dei comodi che ciascun privato ha cercato di ottenere, e non dal disegno d’un Architetto che avesse in mira un tutt’insieme, il comodo, la facilità, e l’eleganza. Le opere d’un uomo che agisca da se possono essere un tutt’insieme, e talvolta prodigiose e sublimi le opere concertate da molti uomini insieme, che a forze eguali si uniscono sempre, saranno difettose e incongruenti. Di tante Accademie di Scienze che ha l’Europa nessuna ha formato col suo concorso un Galileo o un Newton. Nessuna accademia di Pittura ha formato un Rafaello, un Coreggio, un Tiziano. Nessuna accademia di Poesia ha formato un Tasso, o un Ariosto. Un ceto d’uomini non farà mai cosa che oltrepassi la mediocrità.

L’uomo comunemente è debole, anche sotto di un aspetto libero e sereno sta covandosi nel cuore il timore. Questo timore è il padre della gelosia, della invidia, e del sospetto. La debolezza permette a pochi il ragionare, pochi resistono alla fatica d’un lungo esame. La moltitudine ha ribrezzo per ogni azione vibrata, sia nel bene, sia nel male, loda le virtù facili e sociali, ammira le virtù un po’ elevate, ma le azioni veramente sublimi o non le sente, ovvero le sente con ribrezzo, perché danno troppo forte scossa alla debole sua esistenza. Cessa adunque, o Saggio, che cerchi la tua felicità di esigere dagli uomini quella generale ragionevolezza che ripugna alla loro costituzione, e in vece di affliggertene allorché non la trovi, rimira ciò come un regolare fenomeno della nostra specie; se ami d’essere superiore colle forze della tua mente e del tuo cuore, non isdegnarti adunque se negli altri ritrovi mente e cuore più deboli; hai con ciò la dimostrazione della superiorità tua sopra dei volgari, essi camminano ad occhi bendati brancolando, e tu li vedi. Svanisce con ciò una classe d’impossibili desiderj, e si accresce il sentimento del tuo potere.

*Tratto da: Pietro Verri, Sulla Felicità (1781), in Id., Meditazioni sulla felicità, il piacere e il dolore, (a cura di Fabrizio Pinna), Pieffe Edizioni, 2017 [di prossima pubblicazione]

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