Palante, Paulhan e la morale dell’ironia

GEORGES PALANTE — La morale dell’ironia! Questo titolo paradossale e un po’ enigmatico attira l’occhio dell’amatore di pensieri sottili. È quasi un titolo decadente, perché solo un’epoca di riflessioni raffinate e disilluse può suggerirli. Ho fretta di dire che l’amatore di pensieri sottili non sarà deluso. La lettura del libro di Paulhan sarà per lui un delicato piacere spirituale; esso asseconderà le sue inclinazioni più care: il gusto dell’analisi e l’allontanamento dal dogmatismo.

Dogmatica la morale di Paulhan lo è così poco! È ugualmente una morale? Paulhan prende cura di dirci che non c’è una “morale della simpatia” nel senso in cui c’è una “morale del dovere”. L’ironia è semplicemente un’attitudine generale dell’intelligenza di fronte al mondo, di fronte alla società e di fronte a se stessi.

Come nasce quest’attitudine? Paulhan ha visto molto bene quella legge che vuole che ogni ironia risulti da un contrasto, da una contraddizione, da uno sdoppiamento della personalità. L’anima ironica è una casa divisa: essa porta in sé due anime nemiche. La contraddizione dell’uomo: tale è il titolo del primo capitolo del libro. Questa contraddizione è quella che mette alle prese in ciascuno di noi l’io individuale e l’io sociale; conflitto che attiene alle origini oscure della nostra specie. «L’uomo sembra uscito da una specie animale in cui la sociabilità, senza essere nulla, non è molto avanzata. L’uomo si è fatto forse troppo tardi per divenire un essere sociale. Il peccato originale, l’individualismo primitivo ancora lo trattiene.» (p. 19).

Ipotesi ingegnosa che contesteranno i partigiani dell’altruismo o del socialismo primitivo (la parola socialismo presa qui in senso proprio). In questo dibattito Paulhan, partigiano dell’individualismo primitivo ci sembra avere ragione. Senza dubbio i sociologi parlano di società primitive in cui l’individualismo sarebbe esistito molto poco o anche per nulla, in cui l’individuo sarebbe assolutamente assorbito dalla solidarietà incosciente della tribù. Ci sembra difficile ammettere in alcun momento una socializzazione così completa dell’individuo. Presso i selvaggi meno individualizzati (individué), i movimenti della paura, della collera, dell’istinto sessuale, della gelosia ben procedevano senza dubbio da un desiderio egoista, per quanto poco cosciente di se stesso sia stato questo egoismo. Le trasgressioni del costume sociale, per rare che fossero, non dovevano essere assolutamente sconosciute.

Sia come sia, oggi noi sentiamo molto bene le due anime opposte, l’anima egoista e l’anima sociale, vivere  l’una a lato dell’altra; ben di più: mescolarsi, penetrarsi, ingannarsi l’una con l’altra, tendersi delle trappole, giocarsi dei brutti tiri.

È impossibile seguire Paulhan nel racconto delle peripezie di questo interminabile duello. Ci vorrebbe, per descriverle, il suo talento di psicologo consumato.

Il secondo capitolo è consacrato al Ruolo della morale. La morale interviene per riconciliare gli avversari o, piuttosto, per far cedere l’io individuale di fronte all’io sociale. Si può prevedere che questa povera morale avrà molto da fare e che essa sarà battuta più di una volta. Perlomeno, se l’anima sociale non riduce completamente l’anima individuale, essa la inganna continuamente con l’aiuto di nuovi travestimenti. Essa ispira segretamente anche le dottrine più antisociali, tali come l’anarchismo di uno Stirner e l’individualismo di un Nietzsche; tanto ci è difficile cancellare completamente dal nostro petto

Il segno sociale marchiato a fuoco con il ferro. (**)

Per le Immoralità della morale (terzo capitolo) Paulhan intende le deviazioni della morale; i suoi passi falsi che vanno contro il suo scopo. Lo scopo della morale è di sistematizzare l’azione, di unificare la vita. Ma nel portare all’assoluto un elemento del tutto, le morali si fuorviano e si distruggono da se stesse.: «La morale si fuorvia continuamente. Sotto la sua forma astratta e sistematizzata essa si è sempre mostrata incapace di compiere la sua missione, per impotenza, per maldestrità o per ignoranza del suo scopo reale del quale essa stessa si è interdetta di conoscere la vera natura. Frequentemente le morali minacciano la società che esse dovrebbero proteggere. Seriamente applicate, esse avrebbero presto disorganizzato o soppresso ogni vita. L’oscuro istinto oscuro e anche gli istinti egoisti resistono spesso a questi prodotti morbosi della vita, sotto i quali la vita continua, del resto in assai cattive condizioni. La morale che predica il bene alla vita è spesso un cieco che insegna a degli artisti molto mediocri delle teorie sulla linea e sul colore». (p. 80).

Le “immoralità della morale” non sono che un aspetto particolare dell’incoerenza del mondo. Il mondo è un caos di sistemi scoordinati. Noi siamo degli esseri caotici che vivono in una società caotica e in universo caotico. È così che l’analisi di Paulhan, abbracciando i cerchi sempre più larghi dell’incoerenza universale, ci ha condotto progressivamente al punto di vista in cui va a emergere l’ironia. Questa ha difatti per fondamento l’incoerenza e l’ostilità delle cose. Io intendo l’ironia filosofica, quella di Paulhan. Perché bisogna distinguere tra le ironie. «Ci sono varie specie di ironia. Che non tutte siano raccomandabili, va da sé. C’è un’ironia spessa, pesante e bassa. C’è un’ironia alata e sottile. C’è un’ironia malvagia e un’ironia sdegnosa o benevola, C’è un’ironia ingenua e un’ironia disillusa; c’è l’ironia del misantropo e quella del filantropo, quella dell’assassino che provoca la sua vittima e quella che forse ispira Jean Huss nel suo rogo.» (p. 142).

Secondo Paulhan l’anima ironica è un’anima nuova, un terzo spirito che si sovrappone alle altre anime, l’anima sociale e l’anima individuale, che le giudica e le concilia nella misura precaria in cui esse possono essere conciliate.

I vantaggi morali dell’ironia sono ammirabilmente analizzati da Paulhan. L’ironia è una saggezza, una condizione di equilibrio; essa è una ginnastica intellettuale che mantiene l’agilità della mente impedendole di cristallizzarsi in formule rigide. L’ironia è una difesa contro gli altri e contro se stessi: non impedisce l’entusiasmo, consiglia alla rassegnazione all’inevitabile: essa acclara il nostro orizzonte limitandolo.

L’ironia di Paulhan è un’ironia virile, razionale, ragionevole. Il “terzo spirito” che dirime tra l’anima sociale e l’anima individuale rassomiglia molto a quello che i filosofi e i moralisti chiamano abitualmente la ragione o il buon senso. Ma che buon senso acclarato, avvertito, sottile e fine!

L’ironia di Paulhan non ha il carattere amaro e cupo di un Baudelaire o di un Heine. Essa comporta giusto la dose di malinconia che un’intelligenza ben equilibrata sopporta agevolmente e anche che, per essa, non è senza fascino. Per questo, sebbene l’ironia sia una disposizione d’anima romantica e che certi ne vedano un fenomeno di decadenza, l’ironia di Paulhan ha delle possibilità di trovare grazia di fronte alla coorte severa dei nostri attuali scrittori antiromantici.

Da parte mia, sono mal preparato a criticare il libro di Paulhan. Le tendenze che emergono – irrazionalismo, immoralismo, concezione di un’antinomia irriducibile tra l’individuo e la società – mi aggradano troppo perché ne trovi da ridire. Io credo con Paulhan all’incoerenza del mondo, della società e dell’anima. E credo anche, con lui, all’impotenza e alla quasi impotenza della morale e all’indistruttibilità dell’io egoista. Il piccolo studio che ho consacrato all’ironia, notifica un’attitudine filosofica assai analoga, e io me ne felicito, a quella di Paulhan (*).

Forse una differenza mi separa da Paulhan. La mia ironia è più antisociale della sua. Essa non è l’opera di un terzo-spirito imparziale tra l’anima sociale e l’anima individuale, disinteressato spettatore della loro lotta. La mia ironia è soprattutto un modo dell’anima individualista, una difesa e rivincita dell’individuo, quando le convenzioni e i pregiudizi, quando il dogmatismo e il filisteismo sociale si fanno troppo invadenti e vogliono troppo insolentemente farsi prendere sul serio.

L’ironia di Paulhan è un antidoto contro la rivolta antisociale; la mia ricopre un fondo si rivolta antisociale. La mia ironia è dunque, mi piace riconoscerlo, meno imparziale, più appassionata della sua: di conseguenza, se si vuole, meno filosofica. Ma si può parlare di attitudini più o meno filosofiche quando si tratta di filosofie che esprimono soprattutto, io credo, una sensibilità personale?

Del resto, l’ironia di Paulhan è così perfettamente serena, ed esclusivamente pacifica e pacificante? Ricordiamo qui una parola giusta di Paul Bourget: «C’è del torbido nelle nostre serenità, come c’è della ribellione nelle nostre sottomissioni» (Essais de Psychologie contemporaine, I, p. 9).

Sono lieto di trovarmi pienamente d’accordo con Paulhan nel suo voto – che ricorda quello di Tarde – per una società meno compressa, meno chiusa, meno socializzata della nostra (p. 167); e termino questa recensione invitando tutti gli adepti dell’analisi interiore e dell’analisi sociale a non privarsi del fruttuoso piacere di leggere questo libro pieno di forti e fini pensieri.

**Traduzione 2017/2018: © Fabrizio Pinna – Diritti riservati. Il testo francese è una recensione: George Palante, «La morale de l’ironie, par Fr. Paulhan, 1 vol. in-16, Félix Alcan, 1909», (Revue philosophique de la France et de l’étranger), T. LXVIII, (settembre), 1909. (*) Palante qui si riferisce al suo saggio L’Ironie : étude psychologique (Revue philosophique de la France et de l’étranger, Tomo LXI, febbraio 1906, poi incluso come Cap. III in La Sensibilité individualiste, Paris, Félix Alcan, 1909); anche Jean Bourdeau (1848-1928) e Jules de Gaultier (1858-1942) in due articoli apparsi nel Journal de débats (aprile) e nel Mercure de France (giugno) avevano rilevato analogie e differenze tra Palante e Paulhan. (**) Palante scrive « la marque sociale écrite avec le fer » richiamando, con una variante, un verso di Vigny: « la lettre sociale écrite avec le fer » (La Maison du Berger, v. 14).

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